VISSI D’ARTE, VISSI D’AMORE: INTERVISTA AD AINHOA ARTETA

ARTETA-Ainhoa1-1017x1030Ainhoa Arteta è un’artista che studia i suoi personaggi con passione e precisione, cercando di entrare nella loro pelle, cercando di provare le loro sensazioni. “Tosca” è un ruolo simbolo per qualsiasi cantante e ogni diva che si rispetti. Nelle settimane scorse il soprano ne è stata la protagonista all’Arena di Verona, raccogliendo un notevole successo. Nei giorni tra le recite abbiamo avuto la gioia e l’onore di incontrarla, di poter parlare con lei della sua importantissima carriera internazionale e sul suo modo di costruire i personaggi.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Innanzitutto, come si è avvicinata al canto lirico?

Quando avevo sei anni, mio padre mi regalò un disco vinile di Maria Callas. Non sapevo cosa fosse l’opera e chi fosse la Callas, ma ho iniziato a giocare con quella musica. Ho imparato “Carmen” e ho trovato il modo di sfogare le mie emozioni, frustrazioni: cantare e recitare. Per me era un gioco. Vivevamo in un piccolo paese della Spagna, ma mio padre, che aveva avuto una solida formazione musicale, capì che era un dono da coltivare. Fu lui a trovare il Maestro Ettore Campogalliani, a Mantova. Sono venuta in Italia all’età di 18 anni e sono stata per cinque anni a Mantova. Ho tanti amici lì ed è stato un periodo fondamentale per la mia vita, perché non ho imparato soltanto l’italiano, ma il sapore della vita in Italia. L’opera è italiana e rappresenta una filosofia di vita. Dopo questi cinque anni, sono andata in America e sono stati gli anni della tecnica e dove ho vinto i concorsi di Parigi e del Metropolitan, e dove ho iniziato a raccogliere le prime soddisfazioni professionali. Sono però rimasta molto legata all’Italia, e a Mantova, che è proprio qui, a due passi da Verona.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

C’è qualcosa che il Maestro Campogalliani le diceva e che le viene in mente ancora oggi mentre studia?

Sì, “l’opera non è soltanto un acuto, ma è una storia”. Molto spesso i cantanti pensano che l’opera sia un’aria ben risolta. L’opera è una storia e quindi bisogna pensare a tutto. Dobbiamo stare attenti a osservare ogni dettaglio. Il compositore ha passato del tempo a pensare alle indicazioni, dunque noi dobbiamo eseguirle come sono scritte e rispettarle. Noi siamo soltanto il veicolo di questa grande musica. Io dico sempre che sono una serva della musica: se riesco a trasmettere alla gente quello che il compositore ha scritto, il mio compito è fatto. Puccini, per esempio, è un autore che scrive tutto quello che vuole, ogni nota ha un suo significato. È un vero impressionista. Dunque, bisogna fare quello che Puccini scrive e non sostituirsi a lui. Campogalliani insisteva moltissimo sul rispetto verso la musica e le indicazioni dell’autore.

MG_7957A New York ha avuto un’esperienza non comune per un cantante lirico, ha studiato all’Actors Studio…. Quando sono arrivata a New York, non avevo nulla, ma avevo tantissima voglia di fare. Campogalliani stesso mi aveva consigliato di andare in America. Dopo sei mesi dal mio arrivo lì, ho vinto “OMTI – Opera Music Theater International”, con in giura Franco Corelli, Jerome Hines, Franco Corsaro. Vincendo quel concorso mi davano la possibilità di studiare per tre anni con questi e tanti altri insegnanti. Dopo quei tre anni ho vinto il concorso del Metropolitan e ho direttamente iniziato a cantare lì. Ho cantato al Met 11 anni di fila, Violetta, Micaëla in “Carmen”, Mimí e Musetta ne “La Bohéme”. Quest’ultimo ruolo è diventato molto importante per me, e ha segnato il mio debutto all’Arena di Verona, nel 2005. La mia voce si è sviluppata in un repertorio più corposo sette anni. Ho cominciato approcciando Amelia del “Simon Boccanegra”, Desdemona in “Otello” e ho capito che la mia voce mi portava verso questi ruoli. Un grande come Alfredo Kraus mi diceva: “la voce va ascoltata, non obbligata”. Quello è stato uno dei migliori consigli che io abbia ricevuto, anche se quando me l’ha dato io facevo “La Traviata” non capivo ancora cosa volesse dire. La voce va sempre ascoltata e non va costretta a fare quello che non può. Sono sempre andata piano piano e non ho mai aggiunto un ruolo dove la mia voce si sentiva al limite. Quando affronto un nuovo ruolo devo avere una “velocità” in più rispetto a quella che richiede. In questo modo sono sicura di riuscire a comunicare al pubblico e a “vincere” il ruolo e a non essere vinta da esso. Questo è fondamentale. A tanti ruoli ho detto di no e molti teatri mi hanno chiuso le porte. Ma io dico sempre che la voce è una sola, mentre i teatri sono tanti. La voce è l’unico strumento “vivo” che esiste e per questo deve essere rispettato.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Nella recita di Tosca all’Arena si è notata una recitazione fortemente teatrale, e coraggiosa nell’esprimere sia la frivolezza, che il pianto…come si fa ad ottenere questo coinvolgimento in scena?

Dopo questa importante esperienza all’Actors Studio mi definisco una attrice che canta. Sento molto l’essere teatrale. Certo, bisogna trovare un equilibrio con il canto e con la tecnica. Non si può fare troppo, ma io arrivo sempre a fare tutto quello che posso. Mi interessa molto il teatro. L’opera è teatro, non è una persona che si mette a cantare, immobile, al centro del palco. Bisogna credere nel personaggio. Io sono affascinata da queste figure. Mi sono formata con il metodo Stanislavskij, che è duro. Con gli anni impari ad applicarlo, senza rischiare di “‘morire” nell’intento. Se ti piace la parte attoriale è un metodo appassionante. Recentemente ho lavorato al Teatro Bolshoi con Adolf Shapiro, anche lui formato al metodo Stanislavskij e abbiamo collaborato meravigliosamente. Io mi sono formata al metodo all’Actors Studio con Franco Corsaro, un italiano, ed era un corso focalizzato sull’opera, dunque trovando l’equilibrio andare al limite. Non è facile, ma si può fare. Chi è Tosca per lei? Tosca è con Adriana Lecouvreur il personaggio perfetto per qualsiasi cantante donna, perché anche lei è una cantante. In più è mediterranea e gelosa.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

È una diva del canto e sicuramente per diventare questo non ha avuto una vita facile. Ha una grande grinta, ed è per questo che riesce ad uccidere Scarpia, cosa che nessuno era riuscito a fare. Per questo lei dice: “E avanti a lui tremava tutta Roma”. È una donna affascinante e mi piace tantissimo indossare i suoi panni. È una donna simile a me, mediterranea, cristiana, innamorata. Mario Cavaradossi è l’uomo più affascinante della città. Tutte le donne gli vanno dietro e lei lo sa, per questo è gelosa come le donne italiane. Entra e la prima cosa che dice è:”perché chiuso?”. Lui con il suo fascino riesce a calmarla. Però lei è sempre pronta a scattare, ha questo fuoco dentro. Però quando va da Scarpia e non sa che anche Mario è lì sa mantenere il controllo. Perde la sua compostezza solo quando lo uccide e gli chiude gli occhi. È una pantera. Il duetto tra Scarpia e Tosca è il confronto tra una tigre e una pantera: due bestie che lottano per la vittoria.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Qual è il significato di quella gemma preziosa che è “Vissi d’arte”?

Quest’aria è la più bella e la più difficile, perché arrivi dalla disperazione più grande di Tosca, perché lei ha capito la gravità di quello che sta succedendo. Lei, in quel momento, si rivolge a Dio. Puccini crea una cosa meravigliosa, in mezzo ad un atto così drammaticamente denso, questa preghiera così lirica. Alcune è molto difficile proprio per questo motivo, perché durante il II atto sei sempre in un atteggiamento violento, e devi trovare la calma per intonare questa preghiera. Lei crede veramente che con questa preghiera possa avvenire un miracolo. Dice:” perché me ne rimuneri così”, non mi puoi fare questo. Per me una delle più belle frasi che lei dice in Vissi d’arte è “e diedi il canto agli astri, al ciel, che ne ridean più belli”, perché vuol dire che lei ha dato la sua anima a Dio. Il canto è la cosa più organica che ci sia per un cantante, viene dall’anima. Io ho dato tutto a Dio dice Tosca, perché lui mi ripaga così. È un gioiello. Sempre quando arrivo a quel punto penso a concentrarmi, a trovare la calma, per tirare fuori tutta la liricità di Tosca e la sua vera anima. È molto difficile, perché la aspetta il pubblico e la aspetta anche il soprano, quindi bisogna arrivarci rilassati. Soprattutto qui in Arena, dove una recita equivale a due in un teatro normale. Ogni volta che finisco il II atto mi sembra di avere ucciso dieci gladiatori, con quell’abito meraviglioso dalla coda pesantissima. Devo dire che non avrei mai immaginato né sognato che avrei fatto un giorno Tosca all’Arena.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Quali sono le emozioni di cantare in questo posto?

È indescrivibile. Senti il silenzio di questo grande pubblico, la sua concentrazione. Ovviamente c’è una parte di pubblico turistico, però c’è anche un’altra fetta di pubblico che probabilmente conosce l’opera anche meglio di te e che la “cantano” con te. Sono attenti a tutte le doppie e agli accenti. Arrivare a fare l’opera italiana in Italia è come per un cantante italiano cantare la Zarzuela in Spagna. Bisogna essere molto preparati e rispettosi. L’opera non esisterebbe senza l’Italia.

Quali sono i ruoli che sogna?

Devo dire che i ruoli dei miei sogni sono Tosca e Adriana Lecouvreur, un’altra diva, una grande attrice. La sua aria “Io son l’umile ancella” è il descrivere perfettamente quello che dicevo prima, l’essere artisti nel senso di veicolare l’arte dei grandi. Sono mite, gioconda, a seconda di ciò che richiede l’autore. Mi piace da morire questo personaggio. Adesso che ho approcciato questo repertorio, devo dire che sono tutti ruoli meravigliosi. Presto debutterò “Madama Butterfly”, Maddalena di Coigny in “Andrea Chènier”. Ho appena fatto Manon Lescaut a Mosca e a Napoli, dove ho raggiunto un record personale, con tre recite in tre giorni.

Ainhoa_ArtetaCos’ha di così magico e speciale Puccini?

Io avrei voluto tanto conoscerlo per fargli una domanda. Vorrei chiedergli come ha fatto capire così profondamente la psiche delle donne. Quando io canto Puccini mi sento identificata. Un uomo che capisce le donne così io avrei voluto conoscerlo, perché non esiste o comunque sono molto rari. Puccini fa una radiografia alle donne. Cantando, provi delle sensazioni, che solo una donna può provare. Le sue donne sono tutte diverse, ma ognuna è così precisamente delineata nel profondo.

Prossimi impegni.

Prossimamente farò dei concerti con i “Vier letze lieder” di Richard Strauss in Spagna, Maddalena in “Andrea Chènier” a Oviedo e Madama Butterfly.

Grazie ad Ainhoa Arteta e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

 

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