SUMI JO: DIVA ASSOLUTA DEL BELCANTO

1378738_517054648389193_203554066_nSumi Jo conquista tutti con la sua assoluta allure divistica, la sua capacità di incantare il pubblico con fuochi d’artificio vocali e spettacolari performance, ma soprattutto con la sua grande anima e la sua umanità. Una diva che arriva dalla Corea del Sud e che è riuscita ad essere la perfetta combinazione tra l’oriente e l’occidente, divenendo una delle più grandi interpreti del Belcanto italiano e francese: una carriera costellata di grandi successi e di grandi incontri, che lo scorso anno è arrivata al traguardo dei trent’anni. Abbiamo avuto il piacere di poterla intervistare in una breve pausa dei suoi numerosi impegni, di ritorno da un concerto al Metropolitan Museum e in partenza per Bogotá, dove sarà protagonista di un concerto di Gala per i 125 del Teatro dell’Opera, cantando le arie più rappresentative del repertorio di Maria Callas…

Il 16 settembre è stato il 40mo anniversario della morte di Maria Callas, che cosa ha significato per te questa grande artista? 
Per parlare di lei, devo innanzitutto parlare di mia madre, perché lei era una fanatica della voce di Maria Callas. Durante la mia gravidanza lei ascoltava tutto il giorno i dischi LP della Callas. Quindi si può dire che non potevo scappare dal mio destino. Mia mamma voleva diventare una cantante lirica, ma non è riuscita a realizzare il suo sogno, a causa della guerra e della povertà: la situazione in Corea in quegli anni era molto difficile. Sono legata a Maria Callas fin dalla nascita.

Qual era la magia di Maria Callas? sumi-jo
Credo che mia madre fosse attratta dalla drammaticità e dalla forza penetrante di questa voce. È una voce che ti coinvolge e ti sconvolge quando la senti. Poi era attratta dal l’interpretazione, dalla sua possibilità di cantare il repertorio di coloratura fino ai ruoli di mezzosoprano. Un’artista coraggiosa e unica.

E tu da cantante come ti sei relazionata con la Callas? 
Quando ho cominciato a cantare, cercavo di imitarla, cantando anche un repertorio pesante. Io ho iniziato a cantare a undici anni, quando la voce era ancora bianca, e imitavo la Callas perfettamente. Il mio canto è nato sotto la stella di Maria Callas. Amavo nello stesso modo Joan Sutherland, perché era per me il fuoco d’artificio della vocalità. Volevo essere come lei.

Downloaded from Askonas Holt websiteJoan Sutherland hai avuto anche la possibilità di conoscerla…
Assolutamente sì! Ho fatto il mio primo disco con Richard Bonynge, suo marito, per la DECCA. Ho avuto la grande fortuna di conoscere tutte le persone che desideravo, come Herbert von Karajan. Purtroppo per la Callas non ho fatto in tempo.

Parli spesso del canto come una vocazione: cosa ha significato ciò nella tua vita? 
Per una ragazza asiatica comprendere l’arte e la cultura europea non è facile. Ci sono varie difficoltà, come la lingua, il modo di pensare. È tutto diverso e distante. Per fortuna avevo il dono di assorbire tutto molto velocemente e con positività, perché sapevo di che cosa avevo bisogno e in cosa dovevo migliorarmi. Conoscevo cosa potevo fare e cosa no. L’opera italiana è stata per me una cosa del tutto naturale e istintiva. All’esterno ero una ragazza coreana, ma nel cuore mi sentivo già italiana.

p04wtz3mC’è un grande legame tra l’Asia e il mondo dell’opera: un grande amore. Come te lo spieghi? 
Io posso dire di stata una pioniera, perché sono stata la prima cantante lirica asiatica ad affermarsi in occidente. È stata una grande avventura e lo è per tutti quei cantanti che vengono in Europa a studiare l’opera. Ma se c’è la convinzione di avere talento e disciplina si può fare. Io ho vissuto con una grande disciplina. È un percorso che ti porta a studiare sempre e quindi anche a stare molto da soli. Da piccola, quando avevo quattro anni, mia mamma mi chiudeva nella mia stanza e non la riapriva finché non avevo finito di fare le otto ore previste per esercitarmi al pianoforte. Puoi capire quanta fatica e disciplina sia servita.

Questa disciplina è sicuramente stata necessaria anche quando la carriera è cominciata…
Si, soprattutto oggi la professionalità paga perché si richiede un livello vicino alla perfezione. E per raggiungere la perfezione l’unica cosa da fare è lavorare. Non c’è altro modo. Il talento naturale ti può salvare una, due o tre volte. Poi ci vuole altro. Oggi il mondo è pieno di talenti, di persone che cantano bene, ma questo non basta.

photo-2Questo è il segreto di durare nel tempo…
Certo che sì! L’anno scorso ho festeggiato trent’anni di carriera. Per me è stato un traguardo importante, perché l’opera è un arte in cui non molti orientali riescono ad affermarsi. Devo dire che sono orgogliosa di dove sono arrivata.

Parliamo di uno dei tuoi incontri più significativi: Herbert von Karajan…
Io sono una fatalista e credo fermamente nel destino. Io vengo da una famiglia non benestante, mia madre era una giornalista e mio padre un imprenditore di piccole dimensioni: tutti i mesi faticavamo per arrivare alla fine. Nel piccolo appartamento dove vivevamo, avevo una piccola stanza per me. Metà della stanza era occupata da un grande poster di Karajan, con gli occhi chiusi mentre dirige. Quando mi svegliavo la prima persona che vedevo era lui, e prima di andare a dormire era l’ultima. Perciò quando mi hanno chiamato dopo il mio debutto assoluto in Gilda di “Rigoletto” a Trieste, perché il Maestro mi voleva sentire, ero sorpresa, ma mi sentivo come se già sapessi che prima o poi sarebbe accaduto. Quando l’ho incontrato a Salisburgo ero insieme a Cecilia Bartoli e Lucio Gallo. Io ero la prima a dover cantare, avevo portato un’aria da concerto di Mozart. Fu deludente perché non ero emozionata, ero tranquillissima. Toccavo i suoi capelli e lo guardavo negli occhi. Volevo soltanto capire se erano gli stessi capelli e gli stessi occhi della persona che vedevo tutti i giorni in camera mia. La nostra intesa era perfetta: lui mi ha trattato come se fossi la sua nipotina e io come se avessi trovato il nonno che non avevo mai avuto. Più che musicale è stato un grande rapporto umano.

1239608_502044133223578_1396162702_nPoi avete inciso un ormai mitico Ballo in maschera…
Lui stesso mi ha chiesto se mi interessava cantare Oscar, accanto a Placido Domingo. Puoi capire che per una ragazza di ventitré anni è incredibile. Però ero tranquilla, ho detto: “prima guardo il ruolo e poi vediamo”. Pensa! Avevo anche questo coraggio!

Nella tua carriera hai affrontato un repertorio immenso: come sei riuscita a trovare sempre l’equilibrio stilistico? 
Come dicevo prima quando ho iniziato pensavo di avere una voce pesante, di soprano lirico o addirittura mezzosoprano. Però allo stesso tempo ascoltavo la Sutherland e riuscivo a fare la coloratura. Quando sono arrivata a Roma, al Conservatorio di Santa Cecilia ho incontrato un’insegnante mezzosoprano, che mi spiegava il canto senza mostrarmi come fare. Però ognuno deve trovare il proprio modo ed è stato a quel punto che ho capito che i miei ruoli sarebbero stati quelli di coloratura. Trovandomi in Italia ho avuto la possibilità di studiare molto e specializzarmi nel Belcanto italiano. Adoro Bellini, le frasi lunghe in cui puoi mettere alla prova il legato e l’uso del fiato. Mi piace possedere tutti i preziosismi della vocalità belcantistica: fare i crescendi, gli acuti pianissimo. Sono le cose che creano meraviglia nel pubblico. Erano naturali per me. Allo stesso tempo volevo conquistare anche i ruoli di coloratura più diabolici, come la  Regina della Notte, Zerbinetta in “Ariadne auf Naxos” di Strauss, che ho affrontato anche nella versione originale del 1912. Sono delle grandi sfide che non potevo non affrontare, anche perché sono molto ambiziosa. Amo molto anche il repertorio francese, “Hamlet”, “Lakmè” per esempio. Il mio primo disco “Carnaval!” era dedicato proprio a questo repertorio. Bisogna studiare molto e avere coraggio. È importante avere delle persone che ti aiutano a curare la lingua e lo stile. Si può nascere con una predisposizione naturale, ma non si è mai perfetti.

sumi-2015-website-3-resized.jpgLa tua carriera è poi iniziata nel momento cruciale della Belcanto Reinassance…
Esattamente…fino ad adesso ho lavorato moltissimo su questo repertorio. Adesso sento che la voce ha acquisito più sonorità nel centro e nelle note basse. So usare le note di petto. Sono conquiste che vengono con l’esperienza. Ora dovrei cominciare ad affrontare dei ruoli più drammatici. Però io mi diverto di più nei recital, e ne sto facendo tantissimi. Al momento sto cercando dei titoli che mi potrebbero interessare.

C’è un ruolo che sogni? 
Mi piacerebbe cantare in scena “Hamlet” e “Lakmè”, perché ho cantato in concerto le arie e quindi mi piacerebbe muovermi nei costumi di questi personaggi. Altri ruoli potrebbero essere Anna Bolena o altri ruoli donizettiani.

Sumi-black-dressC’è un ruolo invece che hai interpretato nel passato per poche recite e che ti piacerebbe riprendere? 
Ho cantato “La Traviata” in due sole produzioni in trent’anni e mi sono sentita affaticata dopo averla affrontata. Violetta è uno dei ruoli più difficili che io abbia mai fatto, dunque penso che non la affronterò più. Ho fatto “Die Entführung aus dem Serail” a Lione e del ruolo di Konstanze ho avuto veramente paura. Un ruolo incredibilmente difficile per la mia giovane età. Forse ora lo rifarei più tranquillamente.

Sei indubbiamente una diva: cosa vuol dire esserlo nel 2017?
Mi sento una Diva quando sono sul palco. Sono una persona che ha una grande e che sa quello che vuole. Però quando lavoro con altri artisti ascolto le loro idee e cerco di creare insieme a loro qualcosa di bello. Sono molto aperta e curiosa di scoprire sempre di più sulla musica. Sono una diva molto amichevole e “sociale”. Non mi interessa solo il mondo della musica, ma mi interessa del mondo in generale: mi interesso della povertà mondiale, dell’infanzia, delle persone affette da handicap e degli animali. Credo che le vere dive debbano utilizzare la loro posizione per fare del bene, anche attraverso la musica. Sono artista della pace dell’Unesco e credo che noi musicisti abbiamo un ruolo fondamentale nella vita delle persone. Oggi che il mondo vive una situazione generale disastrosa la musica non ha sempre la forza di trasmettere il messaggio della pace. 11182056_809171779177477_8645650272697232224_nLa gente di oggi non è più trasparente, non ha più la forza di credere nel bene e di accogliere la bellezza nella propria vita. Tutto oggi va veloce, e ascolta una musica istantanea. La musica d’arte ha bisogno di tempo per essere capita. Dobbiamo lavorare molto di più. La diva anni ’50 non esiste più. Oggi c’è bisogno di una diva vicina alla gente e che deve fare qualcosa di concerto. È quello che io cerco di fare.

Recentemente hai vinto il David di Donatello per “Simple song #3”, colonna sonora di “Youth” di Paolo Sorrentino…ti piacerebbe essere coinvolta in altri progetti cinematografici? 
Dopo “Youth” ho fatto anche la colonna sonora di “The Young Pope” e ho fatto un’apparizione nel suo ultimo film “Loro”. Sono molto onorata della sua fiducia. Grazie a “Youth” ho potuto partecipare alla serata degli Oscar, perché la canzone era stata nominata. Poi ho vinto il David di Donatello. Cosa potrei desiderare di più? Sono molto curiosa e per questo sono sempre pronta a provare emozioni diverse.

Sumi-Jo-3Prossimi impegni…
Partirò prossimamente per Bogotà, per un concerto in occasione dei 125 anni del Teatro dell’Opera, poi farò una tournée in Asia. Dopo per la prima volta in vita mia voglio provare a fare un’operetta, “La vedova allegra”, a Padova, con Alessandro Safina. Poi ci sono tanti progetti con il mondo del cinema e della televisione. Mi piace molto fare anche queste cose, perché non molti lo sanno ma io ho cominciato come cantante pop. Quando avevo 18 anni lavoravo in un ristorante e cantavo e suonavo per guadagnare qualcosa. Mi piace anche inserire qualcosa di questo genere nei miei album.

Grazie a Sumi Jo per la disponibilità e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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