TEATRO GRANDE DI BRESCIA: LA CENERENTOLA

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©Umberto Favretto

Nel 1969 debuttava ne “La Cenerentola” al Teatro Grande di Brescia una ragazza di Padova di soli 23 anni. Quella ragazza era Lucia Valentini, non ancora Terrani (avrebbe sposato Alberto Terrani nel 1972), e incantò il pubblico con la sua interpretazione di Angelina. Esattamente 48 anni dopo una giovane cantante, Cecilia Molinari, è riuscita a ripetere la magia e a conquistare. Il giovane mezzosoprano ha convinto per l’eleganza e la poeticità del suo canto, sempre morbidamente sul fiato e in possesso di vera anima rossiniana. Tutte le agilità sono nitide, sonore (niente aria come va di moda oggi) e il fraseggio venato da una sincerità commuovente. Anche scenicamente è molto brava, principesca anche nelle vesti della sguattera. La grande aria con rondò finale ci ha emozionati per la disarmante sensibilità interpretativa.

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©Umberto Favretto

Accanto a lei si muoveva un’ottima compagnia con punte di notevole eccellenza, a partire dal Don Magnifico di Vincenzo Taormina, che era scenicamente il vero mattatore della serata. La cosa bella è che non indulgeva in nessuna gag antiquata, ma dominava la scena con la sua eleganza e l’aristocrazia buffonesca. Vocalmente era impeccabile, per aderenza praticamente perfetta allo stile,  volume imponente e fraseggio tornito. Un personaggio che non poteva ispirare altro che simpatia, e un cantante che da sempre ammiriamo, e che ancora una volta offriva prova della sua bravura.

Ruzil Gatin era un Don Ramiro di altrettanto notevole spessore, grazie ad una voce voluminosa (finalmente non il solito tenore “zanzara” che canta Rossini) e un canto sensibile. Il fraseggio aveva qualche ingenuità d’espressione, ma c’era una semplicità emotiva che giovava al personaggio, nei suoi aspetti più languidi e romantici. Anche il coté “eroico” era ben risolto e le puntature (anche aggiunte) svettavano quasi tutte con sicurezza e nitore. E se nell’aria “Si, ritrovarla io giuro” c’è stata qualche incertezza, lo perdoniamo volentieri, poiché sarà una voce che riascolteremo sicuramente molto presto, anche in un repertorio più lirico, pensiamo a Nemorino per esempio.

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©Umberto Favretto

Tra Clemente Antonio Daliotti (Dandini) e Alessandro Spina (Alidoro) abbiamo preferito il secondo per una quadratura musicale più centrata, nonostante anche il primo non abbia demeritato, essendo un attore assolutamente brillante e divertente.

Le due sorellastre erano perfette: Eleonora Bellocci come Clorina (annunciata indisposta) con una voce di brillante soubrette e Elena Serra (Tisbe dalla voce femminile più sonora del cast) con la sua caratterizzazione irresistibile, erano due perfette “fashion victim” barocche.

Lin Yi-Chen alla guida dell’orchestra dei Pomeriggi Musicali si imponeva per una lettura sobria, elegante, capace di reggere bene il rapporto con il palcoscenico. Forse c’era un po’ di freddezza, ma siamo altresì felici di non aver sentito “maratone” frenetiche per rincorrere un’idea di crescendo rossiniano del tutto errata. Per noi questo è già un merito enorme, che individua nella bravissima direttrice cinese un punto di riferimento tra le giovani leve direttoriali rossiniane.

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Umberto Favretto

Resta da dire dello spettacolo di Arturo Cirillo con le scene di Dario Gessati (gradevoli ed eleganti) e i costumi di Vanessa Sannino (la parte più bella e divertente). Si tratta di una produzione nell’insieme lineare, che attinge a molte produzioni storiche e non, con qualche idea, che però non viene sviluppata e rimangono così molti accenni, senza degli sviluppi. Bella l’idea dei mimì (non originale è vero), ma il loro ruolo è da una parte anonimo, e da una parte invadente. E’ uno spettacolo che scorre e che diverte, ma che non conquista del tutto, rimanendo al di qua del guado.

Francesco Lodola

Brescia, 1 ottobre 2017

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