LA MACCHINA TEATRALE PERFETTA: DON GIOVANNI ALLA FENICE

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©Michele Crosera/Teatro La Fenice
Spesso ci si dimentica quando si entra in teatro e si assiste uno spettacolo di tutta la macchina che c’è dietro quello che si vede: è un formicaio di persone, un brulicare di passioni umane al servizio del pubblico. È facile applaudire i protagonisti alla ribalta, ma quell’applauso va dedicato con il cuore a tutti quei lavoratori che portano in scena le loro eccellenze e competenze per rendere (e ritorniamo al concetto di macchina) il meccanismo perfetto. Lo sa bene Toni, che arrivava domenica 22 alla sua ultima recita prima della pensione, e che finalmente accompagnato da Fortunato Ortombina (direttore artistico del Teatro La Fenice), ha potuto ricevere la standing ovation del suo pubblico. Ed è anche grazie a Toni che abbiamo potuto assistere ad una delle più belle produzioni di “Don Giovanni”, frutto ancora una volta del geniale terzetto composto da Damiano Michieletto (regia), Paolo Fantin (scene) e Carla Teti (costumi).
22687764_1568837799842757_4605016473299740349_nI costumi sono sempre eleganti ed efficaci, ma le scene sono quelle che colpiscono di più, per l’irrefrenabile ritmo che impongono al movimento, con queste mille stanze che ruotano e che si chiudono l’uno dentro l’altra, con un effetto labirintico da cubo di rubik. In questi binari si muove la regia di Michieletto, non ripresa direttamente da lui in questa occasione. Si chiede una recitazione asciutta, ma dinamica e ipercinetica. Questo mette sicuramente alla prova i cantanti, ma crea anche quella tensione necessaria a fare di Don Giovanni quello che è, una storia oscura e teatralmente irrefrenabile. Michieletto mette in una situazione difficile per esempio Donna Elvira, che nella sua grande aria (“Mi tradì quell’alma ingrata”) deve correre intorno a questa macchina, mentre sciorina una pagina di bravura di superba difficoltà. La difficoltà c’è, ma l’effetto è assolutamente travolgente. E l’effetto riesce anche grazie all’interpretazione di Carmela Remigio, che sa affrontare con impeto e temperamento il grande cimento. La Remigio è dotata di una vocalità non particolarmente benedetta, con qualche opacità, soprattutto nel centro e nel grave, ma vince con l’espressività e la classe di vera mozartiana. È sicuramente la migliore del cast nello snocciolare i recitativi con intensità teatrale.

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©Michele Crosera/Teatro La Fenice
Per Michieletto Donna Anna è infelice, ha capito che in Don Giovanni può trovare quella forza animalesca che non è sicuramente di Don Ottavio. Francesca Dotto interpreta un personaggio in cui trova terreno fertile per la sua arte: colpisce la morbidezza del centro vocale e la facilità nello smorzare. La prima ostica aria è affrontata con sicurezza e “Non mi dir bell’idol mio” brilla per linearità di fraseggio e varietà coloristica. Si aggiunga a questo una presenza scenica di grande fascino e raffinatezza.
22405972_903952499757355_7160848237668794668_n.jpgDonna Anna respinge Ottavio, non vuole essere toccata da lui, non lo riesce ad amare, e lui si chiude nella sua crisi relazionale. Antonio Poli ha la voce ideale per incarnare il personaggio dell’edizione veneziana, grazie ad un timbro pieno, caloroso e capace di smorzare senza diventare un enuco. È vero che Ottavio è un uomo di parole più che di fatti, ma è pur sempre un uomo profondamente rifiutato, non un bambino a cui hanno strappato la caramella.

Zerlina era la giovane Giulia Semenzato, una voce dotata per natura di timbro luminoso, cristallino e capace di creare un personaggio palpitante che “innamora a guardarla”. Accanto a lei si muove il Masetto di William Corró, scenicamente molto convincente e vocalmente discreto. Eccellente il Commendatore di Attila Jun. 

 

 

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©Michele Crosera/Teatro La Fenice
Leporello è secondo Michieletto un uomo frustrato, una vittima, quasi un minorato che vive nell’ombra del padrone. Non è un buffone, né un complice. E’ in una condizione psicologica di subordinazione e sottomissione a Giovanni, sembra quasi un protagonista di qualche caso posto in discussione da Freud. Omar Montanari fa sua questa interpretazione e la balbuzie che egli mostra è il segno evidente di tutto ciò. A parte questo il baritono romagnolo canta il ruolo con la sua voce, che è bella e di amplissime capacità di fraseggio, perfettamente inserite nello stile mozartiano. Bellissimo il celebre catalogo, cantato con eleganza e temperamento, senza uscire fuori dai binari e la prova attoriale sempre impagabile.Alessandro Luongo è un Don Giovanni ideale, dotato di efficace “allure” scenica e vocale. E’ bello sentire un cantante non avere nessun problema musicale e quindi divertirsi nel personaggio, gettandosi a capofitto nell’interpretazione teatrale. E’ convincente in “Fin ch’han dal vino” e assolutamente impeccabile in “Deh vieni alla finestra” con accurate sfumature. Un artista notevole e un attore parimenti meritevole.

 

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©Michele Crosera/Teatro La Fenice
Sul podio abbiamo ritrovato un direttore che apprezziamo ormai da molto tempo: Stefano Montanari. Il direttore lombardo punta ad una lettura della partitura mozartiana tesa alla velocità del dramma, all’eccitamento ritmico. Forse talvolta le sonorità sono imponenti, ma non scavalcano mai le ragioni del canto. Bellissimo il tappeto sonoro che stende sotto “Dalla sua pace” e il tempo lentissimo, quasi estenuante. Lo fa con cognizione di causa, avendo un tenore abile come Poli. Una direzione come sempre interessante e affascinante.

Tutti i personaggi sono vittima del fascino di Don Giovanni e anche noi grazie a questa macchina teatrale e musicale lo siamo stati. Un grandissimo trionfo.

Francesco Lodola

Venezia, 22 ottobre 2017

 

 

 

 

 

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