INTERVISTA AD ANDREA CARÈ

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©Elin Nylander

Oggi molto spesso ci si lamenta della mancanza di voci capaci di affrontare il repertorio tenorile più pesante e soprattutto della mancanza di voci italiane che rappresentino un’eccellenza in questi ruoli. Andrea Carè è uno dei pochi tenori italiani in grado di affrontarli, grazie ad una vocalità di splendido colore, italianissima e a capacità attoriali capaci di accomunare la grande scuola di canto alle esigenze teatrali, oggi più che mai importanti. Abbiamo avuto il grande piacere di poterlo intervistare prima dell’importante produzione di “Don Carlo” a Valencia, che lo vedrà protagonista accanto a Placido Domingo, Maria José Siri e Violeta Urmana (le recite saranno il 9, 12, 15, 18, 21 dicembre 2017).

Come ti sei avvicinato al canto lirico?
Fin da bambino ho sempre amato e desiderato cantare, qualsiasi tipo di musica e di canzone. In famiglia non c’era nessun tipo di cultura musicale, a livello di opera o di musica classica, quindi cantavo il pop e la musica leggera in generale. Solo alcuni anni fa ho scoperto, per puro caso, che le mie nonne erano appassionate d’opera e conoscevano a memoria i libretti e le melodie dei grandi titoli operistici italiani. Questo amore ha, purtroppo, saltato una generazione ma è comunque arrivato a me. Non so se sia vero, ma nella mia famiglia raccontano che la mia bisnonna, in Calabria (sono torinese, ma mio padre è calabrese), fosse stata la prima nel paese a possedere un grammofono e, si dice, condividesse questo “lusso” con i suoi compaesani, la sera, ascoltando opere nella “vineja” (stradina) davanti a casa sua. Don Carlo - Vancouver OperaImportante per il mio sviluppo vocale fu un periodo in cui andava molto di moda il karaoke: ero spesso presente in tutti quei ristoranti e pub che proponevano quest’attrazione, e un giorno un amico mi chiese se volevo andare con lui e sua moglie a fare serate di piano bar. Presto entrambi mi incoraggiarono a fare la carriera da solo, aiutandomi a trovare la strumentazione giusta: avevo casse, mixer, microfoni e una tastiera con basi pre-registrate e, spesso, suonavo ad orecchio, perché allora non sapevo leggere la musica. Fu così che dai 16 ai 19 anni incominciai la mia breve carriera di cantante pop. Un giorno, una vicina di casa mi sentì cantare e mi disse che avevo una voce perfetta per l’opera. Mi diede dei dischi da ascoltare e da quel momento, la passione per l’opera, non mi ha più abbandonato. Feci l’esame per entrare in conservatorio e ben presto mi resi conto che quella era la mia strada, il lavoro che volevo fare. Gli ultimi anni prima di appassionarmi all’opera mi ero avvicinato al jazz, ma rimase una passione incompiuta perché, entrando in conservatorio, mi immersi profondamente nello studio dell’opera. Finiti gli studi vinsi il Concorso del Teatro Lirico “A. Belli” di Spoleto e quello fu il mio trampolino per debuttare seriamente nel mondo dell’opera.

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©Juan Carranza

Come ti ha aiutato il tuo percorso nella musica leggera nel mondo della lirica, che è oggi più che mai “pop”?
In realtà non ho ancora fatto valere questo mio “vantaggio pop” nel mondo della lirica. Più volte mi sono lamentato di non aver avuto una cultura musicale approfondita in famiglia. Forse avendola avrei potuto fare di più, magari studiando uno strumento musicale come il violino o il pianoforte. Questo probabilmente mi avrebbe giovato e mi avrebbe dato più possibilità. Però devo ai miei genitori il fatto che mi abbiano lasciato fare quello che sentivo e questa libertà mi ha dato l’energia per essere costante nel raggiungere i miei obbiettivi, mentre tanti ragazzi in conservatorio che venivano già dallo studio di uno strumento, non erano così “affamati” di cultura musicale. Per me non esisteva altro e notte e giorno studiavo, ascoltavo e praticavo come se non ci fosse un domani. Oggi che comincio ad avere un vasto repertorio e una carriera che comincia ad affermarsi in tutto il mondo, riesco a trovare il tempo per pensare che, come altri colleghi hanno fatto o stanno facendo, mi piacerebbe realizzare un “crossover project” per coniugare le mie conoscenze in campo di musica leggera…chissà se mi riuscirà qualcosa di interessante in un futuro prossimo!

L’anno dopo il concorso di Spoleto, hai incontrato la grande Raina Kabaivanska, che è stata tua maestra. Quali sono le parole di questa grande artista che più spesso ti vengono in mente mentre studi?
Quell’incontro cambiò la mia vita. Mi ha dato talmente tanti consigli che sarebbe difficile ed ingiusto citarne solo uno. Però, quello che mi viene in mente ora è una delle prime cose di cui mi ha parlato: la postura. Io sono una persona molto timida, nonostante il mio lavoro. Avevo voglia di cantare, ma ero intimidito dal doverlo fare di fronte ad un pubblico, e questo lei lo percepì da subito. Lei lo vedeva nel linguaggio del mio corpo, e mi diceva di stare dritto e con le spalle ben aperte per respirare meglio. Sembrano cose piccole e inutili, che tanti insegnanti non dicono, ma sono importantissime nell’approccio al canto. Oggigiorno siamo abituati a cantare piegati, sdraiati, nelle posizioni più disparate, ma sapere qual è la postura fisiologica ideale per l’emissione della voce è fondamentale, per poi trovare in ogni situazione il giusto equilibrio psico-fisico per cantare al meglio.

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©Javier del Real

Attraverso Raina Kabaivanska sei entrato in contatto con Luciano Pavarotti, e hai studiato con lui…
Una delle tante cose in cui la Signora Kabaivanksa è stata eccezionale è stata proprio questa. Molto spesso i cantanti sono gelosi dei propri allievi, invece lei ha voluto che io avessi qualche buon consiglio da un altro cantante, nello specifico da un tenore. Parlò con Pavarotti e mi chiamò. Io mi trovavo a Torino e il giorno dopo Raina mi aspettava a Modena per fare l’audizione con il Maestro. E’ stata come sempre unica. Se faccio questo mestiere lo devo principalmente alla sua generosità, mi seguì nel mio sviluppo vocale non solo senza mai chiedermi denaro ma addirittura appoggiandomi con borse di studio e spese da lei sostenute. A tutto questo si aggiunge il contatto con Pavarotti che avvenne solo ed esclusivamente grazie a lei. Non dimenticherò mai il giorno dell’audizione dal Maestro: lei seduta al pianoforte ad accompagnarmi le arie e lui davanti a me ad ascoltarmi…ancora oggi mi chiedo se ho davvero avuto tanta fortuna nel vivere tutto questo. A Pavarotti piacque immediatamente la mia voce. Mi disse che non sapeva quanto tempo gli restasse da vivere, ma che da quel momento potevo andare tutti i giorni a casa sua per fare lezione. Anche il Maestro decise di aiutarmi non chiedendomi compensi per studiare con lui: a quel punto cancellai tutti i piccoli concerti che cominciavo ad avere in Piemonte e mi trasferii direttamente a Modena per sfruttare appieno quest’occasione unica. Ho studiato con lui ogni giorno dal Gennaio al Giugno del 2007, lo incontrai ancora per due lezioni nel Luglio dello stesso anno a Pesaro e, a Settembre dello stesso anno, ci lasciò.

C’è un ricordo in particolare di queste lezioni che ti è rimasto impresso?
Ce ne sono tanti, davvero tanti e belli… Un giorno facevo lezione con altri giovani studenti e lui faceva la chemioterapia durante la lezione. Era ovviamente molto affaticato nonostante il continuo supporto di medici ed assistenti. Gli chiesi se non era meglio che noi andassimo a casa per lasciarlo riposare. Lui mi rispose che voleva continuare la lezione perché gli davamo la forza per combattere. Mi ha dato molto tecnicamente e interpretativamente, e molto a livello psicologico, perché sapere che uno dei più grandi tenori del mondo credesse tanto in me, mi ha fatto sentire che la mia carriera e il mio futuro come cantante professionista non erano lontani. Il nostro è un lavoro psicologicamente molto difficile. Se hai voglia di migliorarti diventi sempre più critico fino ad avere momenti in cui vedi tutto buio e non riconosci più i tuoi miglioramenti ma noti solo più le tue mancanze e quello che non sei riuscito a perfezionare. In questi momenti è facile buttarsi giù ed è per me estremamente importante pensare a quanto hanno creduto in me questi due “angeli” con carriere ineguagliabili: Raina Kaibaivanska e Luciano Pavarotti.

FEDORA_20161124_MH0876-1-683x1024Il repertorio che affronti è certamente oneroso, e comprende alcune delle più impervie parti per tenore lirico-spinto…possiamo definire così la tua vocalità?
Di questo devo ringraziare sicuramente Raina, che ha riconosciuto una natura ben definita nella mia voce. E’ vero che spesso si inizia la carriera con il repertorio mozartiano, ma questo quando si può, mi disse lei. Quando iniziammo a studiare, lei riconobbe subito che avrei potuto fare benissimo una carriera da baritono, perché ci sono dei baritoni che hanno un colore più chiaro del mio. La mia voce pur avendo un’ampia estensione nella zona grave sboccia nella zona acuta di un baritono o appena dopo il “passaggio” del tenore, dove acquista lo squillo. E’ una voce che va riscaldata bene e su cui devo lavorare molto. Ha sicuramente un colore particolare, adatto a ruoli eroici e spinti. All’inizio questo può fare paura, per esempio quando ho debuttato Pollione a 27 anni e Samson o Don José a 28 anni, tutti erano perplessi. L’unica che era tranquilla era Raina, perché sapeva che bastava che affrontassi questi ruoli con coscienza, senza esagerare nel numero di recite e di produzioni. E’ stato tutto naturale. Dico sempre anche agli allievi che mi capita di seguire, che è una carriera in cui non si “viaggia” soltanto con la voce, ma ci sono tantissime componenti che ci vanno appresso. L’esperienza è importante, anche in negativo, perché porta crescita.

Cosa vuol dire affrontare il Verismo nel 2017?
E’ uno “sport” diverso ultimamente. Tantissimi appassionati con più anni sulle spalle rimpiangono i cantanti del passato, e lo posso anche capire, non tanto per un vero paragone con i nostri tempi, ma perché questi “appassionati senior” hanno vissuto in quel tempo delle emozioni uniche. Sono sicuro (e spero) che i giovani che cominciano a seguirci oggi avranno un ricordo molto bello delle nostre voci fra 20 o 30 anni. Se ci pensiamo bene anche Del Monaco, Corelli, Domingo, Pavarotti ricevevano critiche feroci e severe e venivano paragonai ai tenori “di una volta” perdendo, a detta di chi li ascoltava, il confronto. La vera risorsa è quella di rimanere “a galla” e di accettare tutte le critiche, facendone tesoro. Non bisogna farsi scoraggiare, perché ci sarà un giorno (e non parlo solo per il sottoscritto), in cui tutti gli sforzi fatti verranno riconosciuti, magari anche da chi ci ha criticato.

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©Juan Carranza

Sei reduce da “Carmen” al Teatro Real di Madrid, con la regia di Calixto Bieito. Come ti trovi in produzioni così stimolanti dal punto di vista teatrale?
Io ho iniziato la mia carriera prima di tutto per la voce e per il canto, poi negli anni ho scoperto di amare quasi di più la recitazione. Non lo avrei mai immaginato. Parlando di questa “Carmen” devo dire che mi vergogno perché prima di farla l’ho criticata molto, dopo averne visti degli spezzoni in internet. Pensavo non fossero necessarie tutte le trovate registiche e mi ero fatto un’idea sbagliata. E’ una Carmen molto forte, “nuda e cruda”, distante da tutti gli stereotipi, ma per questo è molto vera. A livello interpretativo è molto impegnativa, e, da spettatore, se si supera lo shock iniziale, fa risaltare il canto e la trama musicale. C’è pochissimo in scena, e la concentrazione è tutta sugli artisti. Necessita sicuramente di bravi interpreti, che sappiano essere cantanti-attori. C’è bisogno di un’intimità e di una coscienza dei ruoli, diversa da quella a cui si è abituati. Mi è piaciuta tantissimo. Una sera uscendo dal teatro e incontrando alcuni fans, una signora francese mi ha fatto i complimenti, dicendomi che le ero piaciuto tantissimo, nonostante la regia. Io le ho chiesto perché non le fosse piaciuta la regia e lei mi ha risposto che era troppo violenta, forte, sessuale, come il gesto di trascinare Carmen dopo averla uccisa. Io le ho consigliato la lettura del romanzo di Prospere Mérimée, perché, pur essendo abituati ad altro nel mondo dell’opera, Bieito non ha fatto altro che riportare quella storia in scena, che è molto più violenta e crudele…

Nel romanzo per esempio manca anche il contraltare “buono” del personaggio di Micaela…
Esatto! Infatti Bieito ha fatto uscire anche questo personaggio dagli stereotipi, ricreandolo attraverso la sua visione. Il carattere di Carmen e di José sono venuti fuori in maniera del tutto veritiera, senza menzogne. Abbiamo voluto legare negli anni il carattere di Carmen a quello della donna libera, ad un femminismo dei nostri giorni, ma la storia originale non racconta propriamente questo….

Don José spesso è ritratto come uno

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©Javier del Real

“stupido”, che manca di carattere in confronto alla protagonista, come lo vedi tu?
Amo il carattere di Don José perché credo viva in ognuno di noi, e dicendo questo in un’intervista a Stoccolma scandalizzai una giornalista televisiva. In ognuno di noi c’è nascosto un istinto che può portarci a compiere delle atrocità. Non lo conosciamo e siamo fortunatamente distanti da queste reazioni. Qualsiasi persona passionale e con dei traumi passati o dei problemi presenti può arrivare a delle azioni orribili. Faccio molta fatica a far capire il mio Don José. Mi è capitato di sentirmi dire che la mia è un’interpretazione che va in crescendo, perché nel primo atto sono freddo, timido e timoroso del pubblico. Invece voglio trovare il modo di far capire al pubblico (ai registi con cui ho elaborato questo personaggio, piace la mia visione), che non è timore del palco, ma il mio José è molto legato al romanzo. Lui ha accettato di farsi soldato perché era l’alternativa all’ergastolo. Dopo aver già ammazzato (e questo è bene ricordarsene) un uomo durante una rissa nel suo paese, ha l’opportunità di redimersi col servizio militare. Don José non può sbagliare. Deve per forza uscirne un personaggio scomodo, impacciato, compresso, quasi “frustrato” nella sua divisa. Il mondo militare non è il suo. Lui è un uomo passionale, e questo si deve vedere nell’innamoramento con Carmen. Il primo incontro con lei è basato sull’istinto sessuale, ma quando ritorna dopo i due mesi di prigione si è convinto, nella solitudine della cella, che i sentimenti che prova per Carmen sono amore. E’ un personaggio fragile, la cui frustrazione lo porta a diventare un omicida. Ho avuto un’esperienza nella mia vita che mi ha insegnato molto: sono stato aggredito per strada all’età di quattordici anni e ho avuto un momento di pura paura e terrore che mi ha immobilizzato, ma la vergogna di questo timore mi ha fatto tirare fuori un carattere che non credevo di avere e mi sono difeso in maniera violenta, salvandomi. Anche questo è un tipo di fragilità: c’è la fragilità che ti fa soccombere del tutto e la fragilità in cui trovi una vergogna e un imbarazzo tali che ti portano ad essere più forte.

Ora sei di ritorno a Verdi e al personaggio di Don Carlo, che interpreterai al Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, dopo aver debuttato a maggio come Radames in “Aida”. Come ti trovi in questi ruoli?
Devo dire che mi sento molto fortunato di poter interpretare questi personaggi, perché amo moltissimo Verdi e la sua scrittura musicale, anche se a volte risulta molto ardua. Don Carlo è un’opera molto difficile per il tenore, che è costantemente esposto dall’inizio alla fine dell’opera. Radames in Aida ha un inizio “infame”, con quei primi otto minuti d’opera che valgono tutta la serata. Iniziare con “Celeste Aida” in cui la vocalità passa dal tenore drammatico, come nel recitativo, ad un colore di lirico puro, non è una passeggiata. Non sono ancora riuscito a cantarla come vorrei, e penso ci voglia una vita per capire come affrontare quell’aria. Sono contento di aver debuttato questo titolo, lo canterò spesso anche in futuro, e quando lo interpreterò nuovamente, sono sicuro che ci saranno dei miglioramenti, perché, pur non studiandolo tutti i giorni, la mente continua ad elaborare con l’ascolto e con dettagli che si scoprono interpretando altri ruoli. Ritornando a Don Carlo, è un personaggio bellissimo, spesso trattato in maniera forse troppo “eroica”. Ho avuto la fortuna di debuttarlo nel 2013 al Teatro Bolshoi di Mosca, con la regia di Adrian Noble, con il quale abbiamo fatto un’analisi profonda dei caratteri. C’è nell’Infante” di Verdi una forte costrizione dei sentimenti, non è propriamente un eroe, è un uomo problematico, soprattutto se lo vediamo legato al personaggio storico. Sono felice di partecipare a questa produzione di Valencia ed emozionato per i nomi incredibili che ci saranno accanto a me.

Andrea Carè_don carlo - Opera du Rhin (1)Placido Domingo, Violeta Urmana, che è stata la tua prima Amneris…
Io la adoro, è una artista incredibile con una voce unica. Il concerto a Boston di “Aida” comprendeva solo i primi due atti, quindi non ho avuto modo di “scontrarmi” propriamente con la sua Amneris nel IV atto. Sarà bellissimo ritrovarci. Con il Maestro Domingo ho già cantato nel 2013 per il suo debutto a Londra nel “Nabucco”, ma poter duettare con lui, come nel caso di questa produzione, sarà un’esperienza indimenticabile.

Ci sono dei cantanti che ascolti particolarmente nei momenti di studio?
Se parliamo di tenori devo dire Domingo e Pavarotti, che ascolto spessissimo. Mi piace molto anche ascoltare altri modi di cantare e di fraseggiare, Jussi Björling, Nicolai Gedda, José Carreras, Franco Corelli…..qualunque voce può insegnare qualcosa, nel bene e nel male…

A guardare il repertorio si penserebbe subito ad un futuro Otello…
Mi è stato offerto già molte volte e l’ho rifiutato. Continuerò a rifiutarlo per un po’, nonostante io senta che la mia voce sia fatta per quel ruolo. Ho cantato l’aria e il “duettone” del primo atto con soprano e orchestra e mi sta benissimo. Però vedo l’Otello come una meta per la mia carriera, farlo adesso toglierebbe valore e attenzione ai tanti bei ruoli che ancora devo e vorrei debuttare. E’ importante avere obiettivi graduali nella vita proporzionati con le possibilità di ogni momento.

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©Juan Carranza

Anche perché dopo averlo affrontato forse ti chiederebbero solo quel ruolo…
Quello è un altro rischio. Più che altro perché dopo aver cantato Otello non c’è un ruolo più grande. Non temo l’interpretazione fisica e psicologica di questo protagonista, ma è una questione di rispetto e di “tappe” della carriera. Ci sono molti ruoli che vorrei debuttare prima di Otello, e alcuni di questi sono già in programma…Quali sono i ruoli che sogni e che ancora non sono arrivati?
Tutti i ruoli che sogno mi sono stati offerti ed è stata una mia decisione rifiutarli. Nei prossimi anni avrò debutti importanti quali “Manon Lescaut” e “Turandot” di Puccini, “Cavalleria Rusticana”, “Pagliacci” e “Il Trovatore”. In passato non li avevo accettati per coscienza e consapevolezza dei miei mezzi tecnici, ora sento di potermi esporre gradualmente un po’ di più. Non mi dispiacerebbe in futuro anche qualche ruolo wagneriano, anche questi rifiutati, ma arriveranno più avanti.

Sei un artista attento anche al mondo dei media: hai realizzato un bellissimo video in cui hai mostrato il “Making of” di Fedora alla Royal Swedish Opera….
E’ un progetto molto interessante che forse devo migliorare in qualche aspetto, magari intervistando i miei colleghi in prima persona. E’ una cosa che richiede molto impegno e non sempre i teatri sono così disponibili. La Royal Swedish Opera ha una direzione artistica illuminata, con la quale collaboro sempre con molto piacere. Per fare una cosa del genere è necessario avere delle autorizzazioni dall’orchestra, dai colleghi e da tutti i lavoratori del teatro, e non è semplice ottenerle. Mi piacerebbe continuare a migliorarlo e svilupparlo…

Questo potrebbe essere un efficace mezzo per avvicinare anche un nuovo pubblico…
Assolutamente sì. Quello che mi dico spesso è che io ho avuto la fortuna di avere qualcuno di vicino che mi ha portato nel mondo dell’opera, ma per anni sono rimasto “ignorante” rispetto a questo universo, e così lo era la maggior parte dei miei amici di scuola di quel tempo. Ho visto come sono riuscito a portare loro a vedere l’opera, quando mi chiedevano cosa facevo nella vita e io glielo mostravo. Ho visto che si sono appassionati in maniera molto facile e veloce.

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©Juan Carranza

Quindi è un problema di comunicazione e di voglia dei media (televisione in primis) di pubblicizzare il mondo dell’opera, dunque sta a noi attirare i giovani nei nostri teatri. Non mi è mai capitato di aver invitato qualcuno all’opera che dopo non si sia appassionato o almeno incuriosito. Io racconto prima l’opera, spiego i personaggi e la loro evoluzione. Questo è importantissimo.

E’ il modo di raccontare l’opera che dovrebbe essere più efficace….
Esattamente…..io sono un chiacchierone e forse delle volte sono “pesante” (ride), ma la passione non mi manca!

Prossimi impegni…
Dopo il Don Carlo a Valencia, farò “Carmen” a Londra, “Tosca” a Detroit, Parma e Helsinki….e poi tanti altri progetti!

Grazie ad Andrea Carè per la disponibilità e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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