IL LOGGIONE EMILIANO: RIGOLETTO AL TEATRO REGIO DI PARMA

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©Roberto Ricci

Il Teatro emiliano si gioca la prima carta della Stagione ad occhi chiusi con la certezza di vincere la partita: dall’allestimento agli interpreti, ogni mossa è giusta e il trionfo assicurato.

Se dovessimo dire che a Parma amano rischiare ed osare probabilmente non risulteremmo credibili, ma d’altronde perché farlo? Uscendo da uno spettacolo come quello proposto al Teatro Regio per dare avvio alla Stagione 2018 è naturale domandarsi con insistenza se davvero certi “esperimenti” che sovente appaiono sulle scene abbiano ragione d’esistere. A maggior ragione per il repertorio verdiano e per opere come Rigoletto, dove ogni dettaglio, fin anche ai lampi della tempesta nell’ultimo atto, viene minuziosamente indicato e spiegato dall’autore.
Senza dilungarci troppo in disquisizioni e ragionamenti su un tema vasto e sempre attuale, andiamo dritti al punto: l’edizione riportata in auge è quella “storica” del 1987 con scene, costumi e regia di Pier Luigi Samaritani (regia ripresa dall’eccellente Elisabetta Brusa, sua “erede artistica”), da molti a ragione considerata una delle più affascinanti e riuscite di sempre.

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©Roberto Ricci

E in effetti tale è: nulla di polveroso, datato e consumato, gli anni non si fanno sentire quando la qualità di ogni particolare e il buon gusto unito al rigore vengono messi al primo posto. Le scene, i costumi sontuosi, le luci (di Andrea Borelli) uniti quasi a formare meravigliosi quadri dipinti restituiscono al celebre titolo suggestive atmosfere e la completa fedeltà ad ambientazione e caratterizzazione di personaggi, tempo e luoghi. Per quanto concerne strettamente la regia e i movimenti in scena, tutto è studiato alla perfezione e nulla è lasciato al caso ma la genialità di chi la regia l’ha pensata fa scorrere ogni cosa con naturalezza e spontaneità, senza alcuna macchinosità. Da sottolineare la bellezza disarmante del rapido e quasi cinematografico cambio di ambientazione (dall’interno all’esterno della casa da cui Gilda verrà rapita) tra le scene XIII e XIV. Momenti di alto e puro Teatro con la T maiuscola.

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©Roberto Ricci

A completare il risultato la parte musicale.
Il Maestro Francesco Ivan Ciampa dirige con piglio sicuro e assoluta precisione nei tempi, prestando grande attenzione agli equilibri, alle dinamiche e al rapporto con le voci, in una resa complessiva di grande solidità. Una guida convincente che si dimostra bacchetta di riferimento nel panorama operistico italiano. Positiva la prova dell’Orchestra dell’Opera Italiana.
Eccellente la prova del Coro del Teatro Regio, preparato sempre con autorevolezza dal Maestro Martino Faggiani.
Sul fronte degli interpreti non esistono più termini umani per definire quel miracolo che è Leo Nucci. Egli E’ Rigoletto. L’esperienza fuori dal comune che l’artista possiede nel ruolo del buffone (oltre 500 recite in 51 anni di onorata carriera) traspare dall’inizio alla fine. Gli anni non lo hanno scalfito, dotandolo anzi, di ancora maggiore credibilità nel tratteggiare il personaggio. Di scena in scena la figura del protagonista muta e si delinea nelle movenze, nell’espressività mimica e facciale, nella voce e nell’emissione di canto ma soprattutto in un sublime uso della parola scenica, tanto cara a Verdi e allo stesso Nucci.

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©Roberto Ricci

Siamo di fronte a qualcosa che va ben oltre una semplice ottima prova vocale e scenica:  un esempio unico di teatralità e di invenzione del vero in cui il carattere è scavato, approfondito e restituito al pubblico privo di qualsiasi vezzo ed enfasi. Il canto arriva talvolta a cedere il passo quasi al recitato ma senza mai farlo fino in fondo. Sfumature, colori, l’assenza di limiti a qualsiasi cosa egli intenda esprimere ne fanno un padrone assoluto della scena, l’ultimo grande Rigoletto sotto il profilo artistico (come detto, ben oltre quello meramente vocale e scenico) e un caso emblematico di longevità nell’Opera. I segreti? Studio incessante, passione, determinazione e tanta, tanta umiltà. Spalle larghe e piedi per terra con un pizzico di follia. Chapeau.
Fa piacere riconoscere però che accanto a tale magnificenza non vi è un abisso come talvolta accade. Tutt’altro. Il resto del cast è di alto livello.

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©Roberto Ricci

A partire da Jessica Nuccio. Il soprano palermitano è una Gilda convincente sotto ogni aspetto. Decisamente a suo agio sul palcoscenico, sul piano vocale incanta la sala con mezze voci di straordinaria bellezza, forte padronanza tecnica e interpretativa dei propri mezzi e un “Caro Nome” da manuale, senza incertezze e perfettamente intonata anche nell’impervio finale. Il tutto con una sapiente cura del personaggio da ogni punto di vista.
Stefan Pop, dal canto suo, è un Duca di Mantova spigliato, sfrontato ma mai troppo, dalla bella voce potente, sempre ben controllata, chiara, squillante e sonora. Il fraseggio è curato, ogni accento al posto giusto e soprattutto, va detto, la dizione è pressoché impeccabile.
Anche lo Sparafucile di Giacomo Prestia è degno di grande considerazione. Il personaggio è reso in maniera assai credibile in ogni sua sfaccettatura e la solidità vocale, tecnica e interpretativa dell’interprete è confermata così come la bellezza del timbro.

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©Roberto Ricci

Senza infamia e senza lode è la Maddalena di Rossana Rinaldi, positivo anche tutto il resto del cast, dalla Giovanna di Carlotta Vichi, al Conte di Monterone Carlo Cigni, Enrico Marabelli come Marullo, Giovanni Palmia (Matteo Borsa), Daniele Terenzi (Conte di Ceprano), Tae Jeong Hwang (Usciere). Piacevole sorpresa il paggio, dalla voce bella, sicura e di buon volume di Arianna Manganello (che interpreta anche la Contessa di Ceprano).
Grande successo di pubblico con ovazioni da stadio per lo straordinario Nucci. Puntualmente bissato, come ormai da tradizione, il duetto finale del secondo atto “Sì, vendetta, tremenda vendetta”.

Grigorij Filippo Calcagno

Parma, 14 gennaio 2018

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