ETTORE MAJORANA. CRONACA DI INFINITE SCOMPARSE

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©Alessia Santambrogio

La città di Trento e lo stesso Teatro Sociale si tingono di tecnologia e innovazione: viene messa in scena la prima dell’opera moderna “Ettore Majorana cronache di infinite scomparse” del compositore italiano Roberto Vetrano.
Ma chi è Ettore Majorana? Ettore Majorana è un fisico della prima metà del novecento, che improvvisamente scomparve. La sua scomparsa crea scalpore, come ha creato scalpore anche all’interno del teatro il giorno della prima.
Roberto Vetrano vince il Premio al Concorso Petrassi nel 2013 e studia con i più grandi compositori odierni, quali Marco Stroppa, Hugues Dufourt e Toshio Hosokawa.
Vetrano, nonostante la giovane età, è un compositore brillante e spigliato, come ha dimostrato durante tutta la rappresentazione.
Atto unico e di breve durata, Ettore Majorana si apre su una scena che rappresenta in modo figurato una nave, attraverso una pedana di color azzurro che possiede un grande foro proprio nel mezzo, da cui il pubblico può intravedere l’orchestra.
Ettore Majorana non viene considerata una vera e propria opera lirica, ma un Siegspiel, che a suo tempo utilizzò anche Mozart per il flauto magico: un’unione di recitazione e canto.

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©Alessia Santambrogio

L’alternanza di recitazione e canto rende lo spettacolo nuovo, accattivante e movimentato.
Ettore viene interpretato dal baritono brasiliano Lucas Moreira Cardoso che si diploma nel 2016 e nel gennaio 2017 vince il sessantottesimo concorso per cantanti lirici di Como, dove si aggiudica il ruolo di Majorana. STroviamo un baritono dalla voce calda e nello stesso tempo profonda, le cui arie, le uniche due che troviamo all’interno dell’opera, ci vengono presentate con una complessità unica, ma che lui riesce ad eseguire in maniera pulita e spigliata; il fraseggio è ordinato e ben scandito.
Cardoso porta in scena il personaggio del fisico come un uomo tormentato e oppresso dall’importanza del suo ruolo e la recitazione del cantante ci dimostra come la preparazione attoriale sia stata ben accurata.
Lo stesso regista Stefano Simone Pintor ci presenta Majorana come un personaggio del mondo pirandelliano, che cerca in ogni modo di sfuggire alla maschera che porta.
Una scoperta soddisfacente è stata, per il pubblico trentino, Jacopo Rivani.
Jacopo Rivani si è diplomato al conservatorio di Ravenna e durante la sua carriera ha avuto modo di collaborare con direttori d’orchestra di alto calibro, quali Alberto Zedda e Riccardo Muti.

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©Alessia Santambrogio

L’Ettore Majorana, essendo lo stesso spettacolo un Singspiel, non mostra la presenza costante della musica, ma nei pochi momenti in cui è presente, è stata diretta magistralmente dal maestro.
Rivani ha saputo conciliare in modo ottimo le azioni dei personaggi e la musica che esprimeva quello che loro stessi pensavano o facevano.
Proprio questa bravura si trova anche nelle due arie di Majorana, quella iniziale e quella finale: riesce a far capire al pubblico come il fisico si sentiva e come noi potevamo percepire le sue emozioni.
Nemmeno l’orchestra Hayden di Bolzano si smentisce, donando una performance ricca, ma nello stesso tempo ordinata e regolare.
All’interno del nostro Singspiel non troviamo solo un protagonista, ma un coro di protagonisti.
Coloro che affiancano Majorana, sono personaggi che rappresentano il suo passato, presente e futuro.
Un marinaio, interpretato dal tenore italiano Ugo Tarquini. Tarquini brilla particolarmente all’interno di tutto il cast grazie al timbro limpido e squillate che riempie il teatro. Anche il fraseggio è molto chiaro e pulito.
Accanto al marinaio vi sono rispettivamente un mezzosoprano, Alessandra Masini, che interpreta una cantante , il cui timbro è scuro e pastoso, tendente al contralto. Purtroppo, però, la qualità vocale viene oscurata dal volume, che viene percepito in maniera frammentata all’interno del teatro.
Troviamo poi i due soprani Federica Livi e Tiberia Monica Naghi, che interpretano rispettivamente una fisica e un’allieva di Majorana.
La Livi, la cui vocalità ci porta a pensare al soprano leggero, come lo stesso personaggio della fisica ci indica, ha una recitazione notevole e la voce è limpida, chiara e leggera.
La Naghi, invece, un lirico spinto il cui volume è notevole e il fraseggio senza pecche, ci mostra un’interpretazione meno brillante, ma espressiva.
Ciò che ha colpito di più il pubblico è stata la regia, firmata da Stefano Simone Pintor, che è anche il librettista.

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©Alessia Santambrogio

Non vi è una vera e propria scenografia sul palcoscenico, ma attraverso proiezioni ed ologrammi, che utilizzano come parte integrante della narrazione anche i palchi e i muri del teatro, il regista ci presenta le varie parti della vita di Ettore, dalla fuga alla nascita.
E’ proprio qui l’innovazione, che tra l’altro sarà anche oggetto di questa stagione 2018, l’arte dell’opera che incontra la modernità del nostro tempo e riesce a combaciare perfettamente con essa.
Il finale, assolutamente a sorpresa, ci riporta indietro fino al 1906, quando la ninna nanna napoletana cantata dalla madre di Ettore, mentre culla il bimbo sul pontile di quella nave un po’ onirica e immaginaria fa chiudere il sipario in modo nostalgico e malinconico.
Il repertorio contemporaneo, solitamente, è più trascurato perché ritenute di difficile comprensione, ma esso non è altro che una diversa espressione musicale, che va apprezzata ed amata. Proprio ciò che ha fatto il pubblico trentino in questa prima.

Cornelia Marafante

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