“ODIO QUEL MORO”: OTELLO AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Sembra strano che una grande opera come Otello possa mancare da un teatro da 24 anni. Per Otello a Verona la storia è proprio questa: nel 1994 l’ultima serie di recite all’Arena (protagonisti nomi come Placido Domingo, Daniela Dessì, Renato Bruson, Katia Ricciarelli). Nel 1990 il moro di Venezia entrò per un’unica volta al Teatro Filarmonico e anche qui il cast era da far impallidire: Giuseppe Giacomini, Piero Cappuccilli, Maria Chiara. Nel 2018 finalmente ci è ritornato, ad inaugurare la stagione e quello che probabilmente è destinato a diventare un nuovo corso di storia per Fondazione Arena, grazie al nuovo sovrintendente, Cecilia Gasdia.

Finalmente abbiamo anche potuto vedere sul palcoscenico veronese la produzione realizzata in cooperazione con il Teatro La Fenice di Venezia e lì andata in scena nel 2013. Si tratta di un allestimento firmato per la regia da Francesco Micheli (qui ripreso da Giorgia Guerra), le scene da Edoardo Sanchi e i costumi da Silvia Aymonino. Il punto centrale di tutta la vicenda è l’odio secondo Micheli. Un’odio che ha molte facce, quella del razzismo (la continua presenza delle maschere bianche), della dominanza sessuale (Jago che sottomette anche fisicamente Emilia), della frustrazione psicologica e del maschilismo.

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Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Alla fine Otello uccide Desdemona, ma mentre lui rimpiange i baci della sposa, questa riappare, gli va affianco e insieme a lui si pugnala. Otello cade a terra, ma dopo si rialza e insieme camminano verso il fondo. Questa idea non è nuova per Micheli: proprio all’Arena altri due amanti shakespeariani, Romeo e Giulietta, non morivano e mano nella mano correvano lungo la platea. Lì l’idea era giustificata dall’immortalità dell’amore di questi due fanciulli, mentre in Otello lo è assai meno. Otello non si uccide per amore, ma per il senso di colpa. Desdemona è una donna che vive di solitudine e probabilmente lo farà anche in paradiso. Giorgia Guerra che qui riprende la regia, riesce ad imporre una recitazione abbastanza asciutta, avendo la fortuna di avere in Jago e Desdemona due bravissimi attori. Meno convincente il lavoro sul personaggio di Otello, non sempre così teatralmente incisivo.

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Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Intelligenti le scene di Edoardo Sanchi: una gabbia oppressiva con le costellazioni e una scatola c’è ruotando ci mostra la camera dei coniugi e gli interni del castello dove Desdemona accoglie gli isolani, pregando una gigantesca statua della Madonna, la stessa che pregherà durante l’Ave Maria e che poi vedremo rovesciata. L’unica cosa che non ci convince del tutto è il velario che finisce per rovinare la parte iniziale di uno dei momenti musicalmente più intensi e attesi, il “Credo” di Jago. Bellissimi i costumi di Silvia Aymonino, così come efficace è il disegno luci di Fabio Barettin.

Sul podio ritroviamo Antonino Fogliani. Il Maestro riesce a far suonare l’orchestra con suono lussureggiante e ad assecondare la teatralità della vicenda, relazionandosi eccellentemente con il palcoscenico. Peccato per la scelta di sonorità e volumi eccessivamente turgidi che talvolta coprivano le voci.
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Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Grandi lodi per il Coro dell’Arena di Verona (diretto da Vito Lombardi) e anche per il coro di voci bianche A.Li.Ve (diretto da Paolo Facincani), protagonista di una magnifica prova.

V

Monica Zanettin trova in Desdemona un ruolo (secondo noi) molto più adatto a lei rispetto ad Aida. Abbiamo apprezzato come sempre la vocalità brunita e morbida. Efficaci i filati e le mezzevoci e il fraseggio elegantemente sfumato. Avremmo voluto forse più grinta, poiché molto spesso il bravo soprano pare bearsi del suo mezzo, non curando il registro acuto, che è spesso “indietro”. Ciò va a discapito anche della dizione, spesso troppo oscura. Il suo momento migliore è il fondamentale quarto atto. Lodi vanno all’attrice, fresca e dotata di eccellente capacità reattiva alla situazioni drammaturgiche.
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Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Non demerita Kristian Benedikt, il quale è un Otello di solida esperienza, messa a frutto per ritrarre un convincente protagonista. Non è teatralmente così incisivo, ma vocalmente mette in luce una vocalità robusta che sfoga in un sicuro registro acuto, non squillante, ma ampio e timbrato. C’è un lodevole impegno nel fraseggiare e nel colorire le frasi. Lodiamo anche l’impegno nel non cadere nel verismo e negli effettacci a cui certa tradizione ci ha abituato.

Il migliore del terzetto è però Vladimir Stoyanov, il cui Jago è un personaggio di eleganza superiore. Il canto del baritono bulgaro trasuda “verdianità”: fascino insinuante, emissione morbida capace di dare voce alla rabbia del personaggio e ai suoi melliflui sibili del suo animo di serpe. Tutte le intenzioni interpretative sono sostenute anche da un innegabile sapienza scenica, che ci rendono questo Jago assolutamente catturante.
Alla fine un grande trionfo da parte di un teatro quasi esaurito e in atmosfera di prima.

Francesco Lodola
Verona, 4 febbraio 2018

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Arturo Fedozzi ha detto:

    Ero al Filarmonico in quella magica serata e Giacomini,Chiara e Cappuccilli portavano con loro il fascino di una carriera formidabile che stava finendo:sono già nella leggenda!Ero al Filarmonico anche domenica scorsa e si respirava l’attesa del grande evento;e così è stato.Impossibile ed ingiusto il paragone tra i due cast ma Stoyanov non cede un millimetro al grande Piero.Non si canta ad ogni anno al Festival di Parma se non si è fuoriclasse.Benedickt è un credibile Otello(tra i pochi viventi) e Zanettin diventerà una ottima Desdemona.Ero in Arena anche “quella sera” e c’erano Domingo,Bruson ed una giovane Dessì ed accanto a me sedeva Cristo ed applaudiva…….
    Forza ragazzi,vi leggo sempre!
    Grazie

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    1. Diremmo che lei è stato molto fortunato!Grazie mille!! Continui a seguirci!

      Mi piace

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