IL LOGGIONE EMILIANO: ROBERTO DEVEREUX AL TEATRO REGIO DI PARMA

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©Roberto Ricci

Trionfo sicuro e meritato nella città emiliana per l’Opera di Gaetano Donizetti con protagonista la star Mariella Devia e un cast di alto livello.

E’ insolito pensare che un titolo come Roberto Devereux possa infiammare di entusiasmo e passione un teatro, per quanto l’esecuzione possa risultare convincente. Eppure se così avvenne la prima e ultima volta che a Parma fu messa in scena, nel 1840 (Maria Luigia era ancora viva!), anche questa volta così è stato.

Insolito, si diceva, ma in realtà più che ragionevole. A dispetto infatti di una tradizione che l’ha vista relegata ai margini della popolarità rispetto ad altri lavori dello stesso autore, Roberto Devereux si rivela un’Opera raffinata e di notevole interesse, sotto tutti i profili.

1383_RobertoDevereuxL’allestimento per l’occasione è quello prodotto dal Teatro Carlo Felice di Genova in coproduzione con La Fenice di Venezia e il Regio di Parma. Un allestimento solido che punta sulla qualità sicura sia dal punto di vista musicale che da quello registico.

La regia di Alfonso Antoniozzi, a tratti forse un po’ statica, è però ben curata e regala pagine di teatro affascinanti come in apertura del primo atto e nel finale. A coadiuvarla vi sono gli splendidi costumi variopinti di Gianluca Falaschi, perfettamente aderenti all’ambientazione e all’epoca originali: sontuosi e vistosi, talvolta persino in maniera esagerata ma mai per puro impatto visivo, quanto piuttosto per precise volontà espressive e drammaturgiche. Le luci, ben studiate, sono di Luciano Novelli. Le scene, curate da Monica Manganelli, risultano semplici ma coerenti ed efficaci, composte da rimandi gotici e da qualche elemento “moderno” come i riflettori a vista, a sottolineare la lettura complessiva che il regista vuole suggerire, andando oltre la banale narrazione dei fatti: Elisabetta vuole liberarsi dalla maschera del potere che la condanna alla solitudine e a un destino doloroso, in una sorta di “teatro nel teatro” da cui fuggire. Anche le svariate comparse previste da Antoniozzi vanno in tale direzione.

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©Roberto Ricci

E’ musicalmente pero’ che si manifesta appieno la riuscita di questo spettacolo.

L’Orchestra dell’Opera Italiana si disimpegna con professionalità sotto la bacchetta preparata del M° Sebastiano Rolli. La sua guida sicura fa cantare e respirare l’orchestra in perfetta armonia con i solisti e il coro e riesce nel contempo ad esprimere tutte le necessarie sfumature e dinamiche che caratterizzano le belle pagine musicali.

Contribuisce in maniera sempre puntuale e solida il Coro del Teatro Regio del M° Martino Faggiani.

Regina (in tutti i sensi) indiscussa della serata è l’inossidabile Mariella Devia, nel ruolo di Elisabetta. Tutto è sublime, a partire dalla bellezza di un timbro vocale che con gli anni si è fatto ancor più brunito e pieno nei centri preservando un registro acuto inossidabile e limpido, anche grazie ad una tecnica da manuale. Il fraseggio è sempre vario ed espressivo, sillaba dopo sillaba, nella arie quanto nelle cabalette ma anche nei suggestivi recitativi, che riacquistano il valore che spesso viene loro tolto. L’emissione è pulita, il canto morbido, caldo, ammaliante. Il complesso ruolo della regnante inglese è entrato in repertorio solo pochi anni fa ma calza a pennello con le caratteristiche che la rendono ancora oggi una interprete di riferimento mondiale.

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©Roberto Ricci

Sonia Ganassi, dal canto suo, regala al pubblico emiliano una delle sue più superbe prove di cui si abbia memoria negli ultimi anni. Il ruolo di Sara pare esserle più che congeniale permettendole di esprimere tutte le migliori qualità che ha in serbo. Con la piena padronanza e un sapiente dosaggio dei propri mezzi, affiancate da un’assoluta solidità tecnica ed espressiva, suscita unanimi consensi.

Stefan Pop, recentemente applaudito come Duca in un riuscito Rigoletto al fianco di Nucci, pare trovarsi ancora più a suo agio di quanto non avesse già egregiamente fatto, nel ruolo di Roberto, confermando la sua vocazione a questo repertorio. Il suo è un canto libero da rigidità e assai generoso, qualità rara al giorno d’oggi. La voce è tanta ma ben controllata, squilla, perfora la sala e risulta al tempo stesso naturale, senza ombra di sforzo. Accanto ad una piena sicurezza della parte vi è, come di consueto, grande chiarezza nella dizione, aspetto non secondario e degno di ulteriore plauso per un cantante di origini non italiane.

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©Roberto Ricci

Chiude il quartetto dei protagonisti il Duca di Nottingham del bravo Sergio Vitale, sempre aderente stilisticamente al ruolo e in possesso di un timbro chiaro ma potente.

Positive, complessivamente, anche le performance di Matteo Mezzaro (Lord Cecil), Ugo Guagliardo (Sir Gualtiero), Andrea Goglio (Un paggio) e Daniele Cusari (Un familiare di Nottingham).

Uno spettacolo che continua dunque la scia più che positiva intrapresa quest’anno dal Teatro Regio, forte di una sinergia vincente tra grandi interpreti e non solo della luce di una stella, com’era giusto che fosse per un titolo mancante da ben 167 anni sul palcoscenico parmense. Meritato e unanime il consenso del pubblico.

Grigorij Filippo Calcagno

Parma, 23 marzo 2018

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