LE CENTO TRAPPOLE DI ROSINA

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Geltrude Righetti-Giorgi

Grassotta, magrotta (a seconda dei casi), genialotta: è questo il ritratto che Cesare Sterbini fa di Rosina. Come non si fa a innamorarsi di lei? Dolce, tenera, ma piena di verve e di grinta. Certo conquistare Rosina per il povero Conte Almaviva è abbastanza complicato, così com’è complicato per noi, pubblico e studiosi della vocalità, capirne la sua vera definizione musicale. Possiamo partire dalla prima interprete del ruolo, nel 1816,  Geltrude Righetti-Giorgi, che fu anche la prima Angelina ne “ La Cenerentola“. La Righetti-Giorgi ebbe una carriera brevissima, e molto tormentata, poiché si era ritirata una volta nel 1813 per sposare l’avvocato bolognese Luigi Giorgi, e poi, questa volta definitivamente nel 1822. Le cronache raccontano di una voce di bel timbro e una straordinaria estensione vocale.

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Adelina Patti

Durante l’ottocento l’evoluzione della vocalità del mezzosoprano e soprattutto dei personaggi affidati ai mezzosoprani (durante gli anni ruggenti di Rossini erano impensabili personaggi come Eboli o ancor di più Carmen) hanno influito sul cambiamento del gusto del pubblico, arrivando ad imporre una vocalità diversa anche per il personaggio di Rosina, quella del soprano leggero di coloratura. Le prime cantanti di cui possiamo ascoltare delle incisioni sono quelle di inizio Novecento, che molto spesso si dice che utilizzino variazioni già in uso all’epoca di Rossini, come quelle di Adelina Patti. Tuttavia lo stesso Rossini ebbe modo di ascoltare “Una voce poco fa“ cantata dalla Patti, e alla fine dell’esecuzione il compositore pare aver commentato gli eccessi virtuosistici della diva in maniera abbastanza chiara:“Bravissima! Che l’autore di quest’aria?“. Questo fa ben capire quanto poco apprezzasse Rossini lo snaturamento della sua scrittura musicale.

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Mercedes Capsir

Molte delle cantanti di inizio novecento, provenendo da una cultura musicale totalmente differente, che affronta le sue radici nella decadenza del liberty e nel glamour Belle Époque dei Café-Chantant, affrontano il cimento come una mera esibizione vocale decontestualizzandola totalmente dalla drammaturgia. Tra i tanti nomi troviamo Elvira De Hidalgo e Marcella Sembrich, che furono rispettivamente Rosina alla scala e al Metropolitan (la Sembrich fu la prima ed unica Rosina newyorkese fino al 1908). A loro si aggiunge Luisa Tetrazzini. Di tutte e tre si coglie la capacità di affrontare la coloratura con un emissione che giustamente si alleggerisce in favore della precisione musicale e della sgranatura delle note. Tutte caratteristiche della grande scuola degli usignoli che oggi si è persa, puntando . La Rosina che tuttavia preferiamo di questi anni è Merced Capsir, la quale  fu la protagonista di un’edizione integrale con Riccardo Stracciari e Dino Borgioli diretti da Lorenzo Molajoli. La sua è una Rosina di vocalità straordinariamente moderna, eccetto che per l’inserimento dell’aria “Un verde praticel pien di bei fiori“ al posto di “Contro un cor che accende amore”. La voce è di timbro molto bello rotondo e brillante, e soprattutto non vi è la fissità di molte altre esecuzioni sue contemporanee.

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Giulietta Simionato

Tra gli anni ’40 e gli anni ’50 ancora una volta vi è un cambio di gusto e di stile e il mezzosoprano ritorna protagonista del Barbiere di Siviglia, grazie a Giulietta Simionato che sarà, per esempio,  nel 1948 la prima Rosina all’Arena di Verona. Arrivano con lei anche Fiorenza Cossotto e soprattutto Teresa Berganza, che diventerà interprete di riferimento per vocalità e charme. Parallelamente si afferma, a dire il vero non trionfalmente, anche la Rosina di Maria Callas che nonostante le critiche, dovute ad un personaggio, a detta di molti, lontano dalla suo temperamento, in disco creerà un ritratto della fanciulla rossiniana davvero di straordinario pregio. Sfruttando le sue doti di tragica e i suoi vezzi di primadonna, non fa altro che fare il verso a sé stessa, creando un carattere irresistibile e simpatico. Nel 1956 ci piace ricordare la Rosina di Virginia Zeani all’Arena di Verona, in una leggendaria edizione con Ettore Bastianini nel ruolo del titolo.

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Virginia Zeani e Cesare Valletti all’Arena di Verona nel 1956

Andando ad analizzare in profondità la questione del soprano o mezzosoprano, troveremo che il vero problema della Rosina soprano non è la prima aria, ma bensì quella della lezione. Molti soprani all’inizio del 900 sostituivano questo pezzo con arie di bravura di altri titoli operistici o da raccolte  di arie da camera: è il caso del bolero da “I Vespri Siciliani“, “Ombre légère“ da “Dinorah“ o addirittura la scena della pazzia di Lucia di Lammermoor. Non andando molto a spasso nel tempo, nel 2015 all’Arena di Verona (l’unico teatro che continua a proporre il soprano di coloratura), Jessica Pratt ha sostituì l’aria della lezione con le Variazioni di Proch (“Deh torna mio bene“). Il problema di “Contro un cor“ è la tessitura che pesca nel grave (anche se trasportata di un tono) e che soprattutto richiede una coloratura evidentemente nata per la vocalità di mezzosoprano.

Maria Callas fa di questo momento nella sua incisione un vero e proprio capolavoro, per l’arguzia dell’accento e per la fantasia con la quale infarcisce la cadenza.

Tuttavia rispetto alla prima aria, questo resta un momento meno “osservato“ , mentre invece è uno dei momenti più centrali per capire la sapidità del carattere di Rosina. Tuttavia esistono degli episodi in cui anche mezzosoprani hanno voluto rifarsi all’antica tradizione dell’aria da baule: È il caso di Marylin Horne, la quale in molte recita aggiunse l’intera scena di entrata di Tancredi, la cavatina di Arsace da “Semiramide“ o il rondò de “La donna del lago“.
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Annick Massis

Il problema di Rosina dunque non sta nella testa di Rossini, il quale in vita accettò anche ben volentieri questa soluzione, ma il vero problema sta in come la si canta. Ci vuole una voce che sia sempre presente, non solo nell’aria ma anche nei concertati e nei recitativi, cosa che non conviene ad una voce eccessivamente leggera e non avviene rilegando il ruolo ad acuti e soluzioni del tutto fuori stile. Il compromesso sta nel trovare una vocalità che sappia “scendere” e che sappia “salire” con soluzione di continuità nell’emissione. A questo proposito ricordiamo con grande piacere la Rosina di Annick Massis, che prima del temporale inseriva, con la complicità di Claudio Scimone,  “Ah se è ver… L’innocenza di Lindoro“, area scritta da Rossini per Joséphine Fodor. Una sera Scimone dimentica l’aria e la Massis rimane ferma ad aspettare che si accorga dell’errore. Quando finalmente ciò avviene si volge al pubblico tentando di spiegare l’accaduto, ma è Leo Nucci/Figaro che risolve la situazione, declamando:” Sapete Il Barbiere di Siviglia è un’opera buffa e queste cose accadono di norma, facendo parte in definitiva del copione!”.

E quindi mentre si leva la nostra risata, gridiamo tutti in coro: VIVA ROSINA!

Francesco Lodola

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