LA CELEBRAZIONE DELL’AUTODISTRUZIONE: SALOME AL TEATRO FILARMONICO

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Umberto Saba nelle sue “Scorciatoie e raccontini”, pubblicate per la prima volta nel 1946, scrisse: “Il Novecento pare abbia un solo desiderio: arrivare prima possibile al Duemila”. Il poeta e prosatore triestino ci suggerisce lo spirito dello scorso secolo, il suo impeto autodistruttivo, affetto da piromania. Salome ben incarna tutto questo, una creatura devastatrice, schizofrenica (patologia assolutamente novecentesca, il termine fu infatti coniato nel 1908, da Eugen Bleuler). La sua sessualità nevrotica, alienata, perversa e pervasa dal desiderio di sangue. Alcuni vedono in questa fanciulla la consapevolezza del male che compie, ma in realtà Salome proviene da un altro pianeta, è chiusa in una sfera di vetro, e la cattiveria è semplicemente connaturata alla sua personalità. Richard Strauss apre con quest’opera davvero al Novecento, distrugge la forma del melodramma, sapientemente crea la violenza del suono, porta l’espressione ai più alti vertici. E’ la stessa cosa che vent’anni più tardi farà Puccini con “Turandot”. D’altronde la principessa di gelo e la principessa figlia di Erodiade, hanno più di qualcosa in comune, pur con esiti ovviamente diversi.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Fondazione Arena di Verona proponeva nel giorno di Pentecoste una nuova produzione dell’opera straussiana, affrontando con grande coraggio un titolo di non facile realizzazione e non popolarmente apprezzato. Inizialmente era previsto l’allestimento di Gabriele Lavia nato al Comunale di Bologna, nato otto anni or sono, sostituito per ragioni logistiche da un nuovo allestimento con la regia di Marina Bianchi, le scene di Michele Olcese (direttore degli allestimenti scenici di Fondazione Arena) e i costumi di Giada Masi. L’impianto scenico era di bellezza lineare, asettico, ma strutturata da due parti contrastanti: il colonnato del palazzo di Erode, da cui si scorge un salotto, dove Erodiade siede nell’ombra e dall’altro lato un’imponente scala di legno, da cui emerge Jochanaan. Nel fondo della scala un velario “sfrangiato”, su cui è proiettato il volto del profeta, la luna candida e la luna insanguinata del finale (videomaker di Matilde Sambo). La regia di Marina Bianchi si muove elegantemente, suggerendo un saffismo raffinato, pur nella sua violenza (il rapporto tra le amiche di Salome, vestite di pelle nera). Persuasiva la soluzione per la Danza dei sette veli, realizzata con delle corde legate al corpo della principessa. Efficaci i costumi di Giada Masi, tra cui il bianco perlaceo e lunare della fanciulla straussiana, e altrettanto efficaci sono i movimenti mimici di Riccardo Meneghini.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Michael Balke dirigeva con sapienza l’Orchestra dell’Arena di Verona, la quale sapeva dare adeguato rilievo a tutti i dettagli strumentali, con voluttuoso nitore sonoro, avvolgendo con imponenza e con trasparenza la scrittura di Strauss.

Nel ruolo del titolo Nadja Michael impressionava per la forte identificazione con il ruolo: terribilmente piena di energia, senza mai risparmiare le forze fisiche e vocali. Si capisce subito che il ruolo, un suo cavallo di battaglia, è ormai entrato nella pelle della cantante. Un’interpretazione di livello superbo, una combustione a livello artistico. La vocalità è di volume importantissimo, screziata da sonorità mezzosopranili, ma capace di ghermire l’acuto con sicurezza e con una certa violenza. Qualcuno forse potrebbe obiettare che non è sempre tutto nitido, ma anche quei suoni “sporchi” sono profondamente “sensibili” allo svolgersi del dramma. Un’artista che ha raggiunto la sua piena maturità vocale ed espressiva.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Kor-Jan Dusseljee era una ottimo Erode, dal canto interessante e dall’interpretazione teatrale di solido spessore. Accanto a lui emergeva l’Erodiade di Anna Maria Chiuri, la quale impressionava per la vocalità strabordante, la convinzione del fraseggio e soprattutto per l’intensa realizzazione scenica, statuaria e regale.

Fredrik Zetterström era uno Jochanaan di buon livello, anche se forse non impressionava volumetricamente nelle sue grandi frasi fuori scena, dove dovrebbe essere una vera “tromba” del cielo.

Enrico Casari ci convinceva totalmente come Narraboth, mentre piuttosto in ombra vocalmente ra Belén Elvira nei panni del paggio di Erodiade.

Ottimo il quintetto dei cinque giudei composto dagli ottimi Oliver Pürckhauer, Giovanni Maria Palmia, Pietro Picone, Paolo Antognetti e capitanato con sicurezza da Nicola Pamio.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Nei panni dei due Nazareni ritrovavamo con grande piacere Romano Dal Zovo, sempre ottimo, e Stefano Consolini. Completavano il cast Costantino Finucci e Gianfranco Montresor nei panni dei due soldati, Alessandro Abis (Un uomo della Cappadocia) e Cristiano Olivieri (Uno schiavo).

Alla fine un caloroso successo con punte di entusiasmo per Nadja Michael.

Francesco Lodola

Verona, 20 maggio 2018

Foto Ennevi per Gentile concessione Fondazione Arena di Verona

 

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