UN DESTINO CHE SI CHIAMA MORTE: CARMEN ALL’ARENA DI VERONA

Carmen in Arena è un grande classico, il cui successo segue a ruota solo quello di Aida. Spesso è una Carmen da cartolina, un presepe, uno spot turistico per le bellezze ispaniche. Lo era nello spettacolo firmato da Zeffirelli nel 1995, nato sotto una buona stella, ma purtroppo ridotto negli anni, perdendo quel suo fascino originario e quella spettacolarità da bocca aperta. Lo spettacolo di Hugo de Ana che ha aperto questa stagione dell’Arena non propone niente di nuovo o moderno, pur con un’ambientazione anni ‘30. Evita accuratamente l’oleografia, avvolgendo la vicenda di realismo e in questo senso il duetto finale, con alle spalle il combattimento nell’arena, è davvero di impatto. Il personaggio che è meglio delineato è quello di Micaela, che arriva a Siviglia in bicicletta e deve difendersi continuamente dai soldati che le saltano addosso in maniera animalesca. È una Micaela che ci sa difendere e che con Don José si lascia andare a ben più che una virginale effusione. In generale tutte le donne di questa Carmen si devono difendere dal maschio sessualmente prevaricante e violento. Ciascuna di queste donne però è sola, anche in mezzo alla gente. Carmen è sola, nessuno la conosce realmente.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La sua unica compagnia è la morte, che le è fatale confidente. Il primo atto è quello più debole, così che anche l’entrata della Carmencita è un po’ in sordina. Il II atto riutilizza un’idea dello stesso Zeffirelli, ossia quella delle grandi locandine della corrida che creano la scena. Qui manca l’energia della danza zingaresca, quell’adrenalina che i gitani scaricano danzando vorticosamente. Anche l’entrata di Escamillo è un po’ in sordina. Dal III atto le cose convincono di più e infine nel IV atto lo spettacolo si apre e mostra una certa originalità e un certo colpo d’occhio, con lo scoppio dei coriandoli. Tuttavia tutti i tòpos di Carmen sono presenti: il destino, la libertà, il sesso e la morte e non si può dire che non si tratti di uno spettacolo mal riuscito, grazie anche ai perfetti costumi firmati dallo stesso de Ana e alle meravigliose proiezioni di Sergio Metalli, le luci di Paolo Mazzon e la coreografia di Leda Lojodice. L’impressione che resta è che sia uno spettacolo che necessiti di grandi personalità, che sappiano catturare immediatamente l’attenzione, cosa che non sempre è avvenuta nella recita da noi vista.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Se nella parte scenica manca il fuoco, lo troviamo pienamente nella direzione di Francesco Ivan Ciampa. È un fuoco che arde sotto le ceneri. La sua è una direzione poetica, ma pienamente concreta, Ciampa utilizza una paletta infinita di colori, individuando perfettamente la cromia di ogni situazione. Utilizza tempi serrati, stringenti, crea tappeti sonori impalpabili, esoticamente profumati. Si sente la terra bruciata, la solitudine di questi personaggi e il destino che “batte” il tempo delle loro vite. Ciampa ama i cantanti, respira con loro e non c’è mai nessuno scollamento. Qualità rare e di valore inestimabile. È assecondato alla perfezione dall’Orchestra dell’Arena di Verona e dal Coro diretto da Vito Lombardi. Magnifica la prova delle voci bianche A.Li.Ve. dirette da Paolo Facincani.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Bene si comportavano Nicolò Ceriani (Moralès) e Luca Dall’Amico (Zuniga).
Ottima la coppia Enrico Casari e Davide Fersini nei panni rispettivamente di Remendado e Dancairo. Eccellente quella composta da Arina Alexeeva (Mercédes) e dalla brillante Ruth Iniesta (Frasquita), che non vediamo l’ora di sentire come Micaela e Liù.

Escamillo doveva essere Alexander Vinogradov, sostituito inaspettatamente da Gocha Abuladze, al debutto assoluto nell’anfiteatro. Il giovane baritono georgiano, nonostante qualche errore musicale nel duetto del III atto con José, assicura una tenuta professionale, con qualità vocali interessanti, trattandosi soprattutto di un esordio su un palcoscenico del genere.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La palma dei migliori spetta alla Micaela di Mariangela Sicilia e al Don José di Brian Jagde, entrambi debuttanti in Arena. Il soprano vinceva la prova grazie alla voce di bellissimo timbro di lirico puro, capace di trasparenti pianissimi e di linea corposa e rotonda. L’interprete possiede personalità e ritrae una Micaela davvero originale e convinta. A questo si aggiunga un’attitudine d’attrice eccellente.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La personalità non manca neanche a Brian Jagde, Don José elegante, capace di creare bene il climax del personaggio, dall’essere un uomo assolutamente insicuro ad essere un omicida. Vocalmente è rifinitissimo, in grado di smorzare il Si dell’attesa aria del fiore, di fraseggiare con colori mediterranei e di avere l’esuberaza da heldentenor richiesta al III atto, senza mai cadere nel verismo, ma sostenendo il tutto con una vocalità ampia, che si apre all’acuto in maniera smagliante. Anche lui è un attore brillante e pienamente calato nello spettacolo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

L’anello debole è la protagonista, Anna Goryachova, la quale possederebbe anche la giusta vocalità (anche se tendente al sopranile), ma non brilla per varietà di intenzioni. È una Carmen abbastanza precisa (nonostante qualche finale allungata troppo e una dizione francese da rivedere), ma che non conquista. Scenicamente sarebbe perfetta, ma anche qui le manca quel magnetismo necessario per questa monumentale creatura teatrale, soprattutto in uno spazio così grande, dove si deve assolutamente catturare l’attenzione.

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Alla fine un grandissimo successo, nonostante il caldo che ha mietuto ben cinque vittime solo durante il primo atto.

Francesco Lodola

Verona, 29 giugno 2018

Foto Ennevi per Gentile concessione Fondazione Arena di Verona

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