NOTTI MILANESI: IL PIRATA ALLA SCALA

L’allestimento del Pirata, da molti considerato la prima manifestazione romantica nel mondo del melodramma, ha segnato il ritorno di Bellini nella sala del Piermarini. Il compositore catanese è stato forse anche troppo trascurato dalle precedenti sovrintendenze, ed è sicuramente un bene che l’interesse sviluppato dal duo Chailly-Pereira verso il repertorio oggi meno battuto abbia incluso anche uno fra i suoi
titoli. Sarebbe bello che anche le opere di maggiore successo di Bellini venissero riproposte. In ogni caso il Pirata è una partitura di enorme pregio, dove la grande protagonista, come spesso avviene con questo compositore, è proprio la musica che sembra godere di una supremazia anche sulla componente drammatica, pur qui abbastanza presente rispetto ad altri titoli belliniani. E’ dunque giusto sottolineare come il cast messo insieme per questa riproposizione del Pirata sia del tutto adeguato alle esigenze che la partitura richiede, ossia tecnica e gusto esecutivo in prima istanza.

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La protagonista, Sonia Yoncheva, è una voce che il pubblico scaligero aveva conosciuto la scorsa stagione nella Boheme. Già allora si era evidenziata la bellezza naturale del timbro, che è davvero luminoso e squillante e aveva reso in modo particolare la purezza d’animo della giovane Mimì. In questa partitura di belcanto, la voce preziosa e limpida ha ancora di più modo di concedersi uno spazio privilegiato; la Yoncheva stende le sue frasi con immensa grazia ma anche con decisione, con la potenza di una voce
eterea ma non evanescente. Bello anche il registro acuto, gestito con sicurezza.

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Gualtiero era interpretato da Piero Pretti, che aveva già dato prove apprezzabili alla Scala in questo repertorio, che sembra essere il suo più adatto. Ha una voce piuttosto robusta e perfettamente udibile, che arriva bene in sala. Quando si assesta nel registro medio-alto, Pretti riesce a dare il meglio di sé, con precisione e potenza.

Anche Nicola Alaimo (Ernesto) ha dato una prova soddisfacente: una voce rotonda e scura, che si spande nella sala in modo piuttosto uniforme, così come è omogenea la distribuzione dei registri.
Francesco Pittari, Riccardo Fassi e Marina de Liso sono stati in maniera eguale tre validissimi ed apprezzati comprimari.

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Riccardo Frizza è un direttore dalla mano sicura, precisa. Conduce i complessi scaligeri in modo rigoroso, senza stramberie e con estrema linearità. Risulta così particolarmente in linea con l’eleganza delle note di Bellini, delle quali mette in evidenza tutti i colori e le sfumature.

L’allestimento del titolo è stato affidato ad Emilio Sagi, che ha deciso di ambientare la vicenda in un età che si può definire tutto sommato ottocentesca (malgrado elementi di contemporaneità siano largamente presenti, come alcuni mantelli e alcuni dettagli dei costumi o la scenografia in sé, che fra geometrici specchi, vetrate e fondali pittoreschi delinea di più un’epoca imprecisata). L’idea è buona, l’opera come accade di frequente per i titoli del belcanto non è particolarmente legata al XIII secolo stabilito dal
librettista e la vicenda sta bene anche in questa veste. La produzione è di buon gusto, con una accentuata drammaticità (moderna, forse anche troppo rispetto allo stile musicale) nei movimenti dei personaggi.
Un buon successo ha coronato questa produzione scaligera.

Stefano de Ceglia

Milano, 17 luglio 2018

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