FEDERICO LONGHI: CANTO VERDI CON IL CUORE

Federico Longhi è una delle più solide realtà nel panorama baritonale italiano. Una carriera già ampia, che vanta esperienze prestigiose, accanto a grandi colleghi e sotto la direzione di celebri bacchette, e che negli ultimi anni è approdata ai grandi ruoli verdiani. Recente è il suo debutto scenico nel ruolo di Amonasro all’Arena di Verona, che prelude ad una stagione ricca di impegni su alcuni grandi palcoscenici italiani ed esteri. Proprio in occasione della sua ultima recita di Aida nell’anfiteatro veronese abbiamo avuto il piacere di poterlo nuovamente intervistare.

Parliamo innanzitutto del tuo debutto nel ruolo di Amonasro, in una cornice prestigiosa come l’Arena di Verona, dove hai affrontato in questi anni numerosi ruoli di fianco…
Sono stato molto felice di cantare nuovamente Ping in “Turandot” quest’anno dopo il gentilissimo invito della signora Gasdia. Ping è comunque una parte più marginale, ma nella quale sicuramente puoi emergere e non c’è il rischio di metterti in cattiva luce, anzi io amo molto farla e la rifarò ancora sicuramente nel futuro. L’occasione è stata preziosa anche perché finalmente ho potuto fare il mio debutto accanto ad Anna Pirozzi, con la quale coltivo un’amicizia da vent’anni e della quale sono il vocal coach da circa otto anni. Non avevamo mai cantato in scena insieme, forse solo un concerto in Valle d’Aosta tanti anni fa. E’ stato molto emozionante quando in una prova d’assieme del III atto, Turandot arriva dopo le frasi di Ping (“Principessa divina…”), e ci siamo guardati con gli occhi pieni di emozione. Abbiamo un legame molto forte, a prescindere dal nostro lavoro. Amonasro invece è stato un bel debutto, di un ruolo forte, intenso. Ha quell’entrata difficile, con tutti sul palco alle tue spalle (coro, solisti, mimi, ballerini), dopo il grandioso trionfo. Mi ricordo che ero lì, nascosto nell’arcovolo, con i mimi etiopi e poi sono uscito su quel palco gigantesco, con quella musica stupenda. Avevo proprio voglia di uscire e cantare! La fortuna è stata di debuttarlo in Arena con il Maestro Daniel Oren, che è davvero un grande musicista, sopraffino. La cosa bella è che lui chiede attenzione, ma ti “serve” la musica su un piatto d’argento e crea una comunicazione con te che sei in palcoscenico. E’ stato bello anche avere accanto l’Aida di Maria José Siri, anche lei amica da tantissimi anni. Mi è stata d’aiuto, mi è stata vicina e mi ha dato tantissima forza la felicità di essere insieme e di cantare insieme. Con i colleghi non sempre questo avviene, e in palcoscenico si è spesso soli. Io invece penso che l’unione fa la forza vale anche per il nostro lavoro. L’amicizia, la sintonia tra colleghi arriva anche al pubblico. L’ho ringraziata e la ringrazierò sempre per questo. Il sogno è di poter cantare Aida anche con Anna e di fare “suo padre”. La cornice dell’Arena è poi davvero magica, e la serata del mio debutto (11 agosto) si respirava un’atmosfera musicale speciale, che io ho sentito attorno a me. Anche quest’anno l’Arena è giunta alla fine e sono contento di averne fatto parte, dopo l’assenza dell’anno scorso, dovuta ad una mia scelta artistica. Ora mi aspetta un po’ di riposo e tanto studio…

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La tua agenda infatti ti porterà presto al Teatro Comunale di Bologna con il ruolo di Sulpice ne “La Fille du régiment”…
Un altro papà, anche se non biologico!

Però un papà sicuramente più positivo di Amonasro…
Si, Amonasro è abbastanza negativo come personaggio e mette sua figlia Aida “alle strette”…

Come gestisti però l’equilibrio tra opere così diverse?
Secondo me l’importante, come dico sempre, è cantare con la propria voce, come facevano i nostro “grandi vecchi”. E’ inutile fare il vocione e il bruto per cantare Amonasro o Enrico di “Lucia di Lammermoor”, che ho appena debuttato. Anche in quel ruolo se non mantieni una certa brillantezza, e devi cantare aria, cabaletta con da capo, con variazioni e acuti, non arrivi in fondo al ruolo. Mi preparo studiando molto bene Sulpice, felice di cantarlo e debuttarlo in un teatro importante come il Comunale di Bologna e sotto la direzione di un maestro di grande esperienza come Yves Abel. Non è un ruolo facile, non ha grandi arie o delle cose particolari, ma ha tantissimi interventi e quindi ha bisogno di una grande preparazione. Adoro cantare in francese, che è la mia seconda lingua. Anche “I Vespri siciliani” che ho appena cantato era nella versione francese. La cosa che io dico e sostengo è che il francese non va cantato “all’italiana”. Parliamo spesso di canto sulla parola e quindi la parola italiana è sicuramente diversa da la parola francese. Questo non vuol dire “mettere” la voce nel naso o fare cose strane, ma se la pronuncia è corretta, automaticamente tutto va nel verso giusto. Se ci si lega alla dizione, come fa Leo Nucci, e come hanno fatto tantissimi grandi, senza affossare e falsare la propria voce, utilizzando quella che si chiamava la parola “a fior di labbro”, automaticamente porta il suono “in avanti” e si proietta. E’ bello anche cantare Ping, che tecnicamente è un altro mondo, ad Amonasro e poi a Sulpice, soprattutto perché siamo anche attori. Non che la tecnica cambi, ma come si diceva una volta l’opera va messa “in gola”. Tra questi ruolo è ovvio che ci vuole il tempo per riposarsi. Oggi non è sempre possibile, con questi poteri di ubiquità quasi illimitati. Il cambio dei repertori è sempre pericoloso. Io quest’estate ho cantato molto, facendo quasi contemporaneamente le ultime recite dei Vespri e le prime di Ping (ruolo comunque più semplice). Dopo però mi sono preso un attimo per riposarmi e affrontare con tranquillità Amonasro. Quando si può bisogna sempre cercare di soppesare ed organizzarsi bene con il tempo. E’ vero che non si può sempre farlo, ma si dice anche che “volere è potere” e quindi anche noi dovremmo porre più attenzione al nostro riposo vocale. Il mio maestro, Giuseppe Valdengo, diceva sempre che le corde vocali sono due pezzetti di carne piccolissimi” e quindi non possono essere sottoposti a viaggi, freddo, caldo…Non siamo macchine!

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Aida però l’avevi già affrontata in concerto con il Maestro Riccardo Muti…
Sì, il debutto del ruolo con l’orchestra l’ho fatto proprio sotto la straordinaria direzione del Maestro Muti, un direttore che ha fatto storia. Con lui è stata un’esperienza particolare, perché è arrivata quasi all’improvviso. Mi hanno chiamato per partecipare a questo progetto della sua Accademia per direttori d’orchestra e pianisti, mentre facevo il pesto, a casa mia, in Valle d’Aosta. Avevo le mani imbrattate, ma ho accettato subito! E’ stato ad inizio settembre 2017, quindici giorni di prove musicali con il Maestro, sviscerando il ruolo in ogni sua parola, espressione, motivazione. La cosa bella è che noi cantanti dovevamo essere presenti a tutte le letture d’orchestra e quindi mi sono sentito trasportato in un mondo che non mi appartiene, poiché di solito il direttore lavora con l’orchestra al di fuori delle prove con i solisti. Invece lui voleva che fossimo lì per cantare e sentire le sue spiegazioni, anche sui dettagli strumentali, le motivazioni per le quali un determinato strumento suona una determinata linea musicale. Erano sette, otto ore al giorno in cui davvero scoprivi qualcosa ad ogni istante. Come già avevo fatto quando ho cantato Ford in “Falstaff” sotto la sua direzione, l’ho ringraziato per lo studio. Non si è mai finito di studiare e questa esperienza me lo ha dimostrato ancora una volta. Ho debuttato il ruolo in versione di concerto con lui ed essere cullato con la musica, dalle sue braccia, dal suo gesto, è stata un’esperienza emozionante.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

C’è qualcosa in particolare di quelle giornate di lavoro che ti sei portato anche qui quando hai affrontato il ruolo, stavolta scenicamente?
Mi porto tutta l’esperienza che abbiamo fatto insieme. Sullo spartito su cui continuo a studiare, ho tutte le annotazioni che ho preso in quelle giornate. Ho una solida base e un solido approfondimento del personaggio. Certamente ho portato tutto questo in Arena. Anche perché sono stato quasi catapultato qui, poiché non ho fatto prove prima della recita dell’11 agosto. Grazie al cielo conoscevo già il Maestro Oren e conoscevo il suo “linguaggio” gestuale e musicale. In quel momento mi sono affidato alle sue braccia, con lo studio dello scorso e aggiungendo dell’altro. Sicuramente affrontando il ruolo in scena, con i costumi, il trucco, il parrucco si aggiunge sempre qualcosa. Quando rifarò Aida incontrerò quasi sicuramente un altro direttore e si aggiungeranno ancora altre cose, sempre ricordando la prima volta. E’ molto bello questo percorso.

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Quali saranno i tuoi prossimi impegni?
Dopo Sulpice, ritornerò al mio Ping in “Turandot” per l’inaugurazione della stagione al Teatro Massimo di Palermo. Sempre a Palermo tornerò nel 2019 per debuttare Tonio ne “I Pagliacci”, con la direzione del Maestro Daniel Oren, e sarà sicuramente un’esplosione di musica, e sono felicissimo di ritrovarlo. Sarò anche Gianni Schicchi al Teatro Coccia di Novara questo dicembre, in un progetto legato ad un’Accademia di canto, che mi vedrà protagonista per la prima recita. Ho anche altre recite di “Lucia di Lammermoor”.

Parliamo un po’ del particolarissimo ruolo di Gianni Schicchi…
Tantissimi anni, penso nel 1999, facevo la cover per il ruolo di Schicchi al Politeama Greco di Lecce, quando era direttrice artistica Katia Ricciarelli. Conosco benissimo il ruolo e ho sempre portato l’aria nelle audizioni, perché l’adoro. Ha una parte vocale importante e poi una componente attoriale fondamentale. Un ruolo da istrione, serioso nella prima parte, da toscanaccio, e poi divertentissimo. E’ un ruolo che ho pronto, che ho affrontato in situazioni piccole, e che avrò quindi modo di approfondire in un bel teatro di tradizione come quello di Novara.

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Il debutto più recente è quello di Enrico in “Lucia di Lammermoor” a Genova…un fratello degenere…raccontaci di questa esperienza.
Diciamo che i geni di quella famiglia non erano il massimo! La regia di Lorenzo Mariani del Teatro Carlo Felice, prevedeva che Enrico aggredisse anche fisicamente, sessualmente Lucia. Sono stato felicissimo di debuttare Lucia accanto ad Elena Mosuc, una cantante di grande esperienza, con una vocalità straordinaria, che mi ha dato tantissimi consigli e di questo la ringrazierò sempre. Abbiamo legato molto anche da un punto di vista umano. Il ruolo di Enrico è un ruolo bellissimo, che ti dà la possibilità di grande espansione vocale. Sono stato felice anche di lavorare Andriy Yurkevych, meraviglioso direttore d’orchestra. Lorenzo Mariani l’avevo conosciuto quando era direttore artistico al Massimo di Palermo e mi aveva invitato per cantare Germont ne “La Traviata” e la regia de “I Pagliacci” a Palermo sarà sua, e questo mi fa felice. Il teatro di Genova è bellissimo e il pubblico è calorosissimo. Sono felice di ricantare presto, all’estero, questo ruolo.

Quali saranno invece i prossimi debutti verdiani?
Canterò nuovamente all’estero Rigoletto, e nel 2020 debutterò Nabucco. Non lo affronterei subito e quindi sono contento di doverlo debuttare fra due anni. Penso ci voglia un baritono maturo, con un peso vocale importante, ma soprattutto con una autorevolezza scenica che si ottiene solo con la maturità. Mi sento più padre e quindi Rigoletto è uno dei ruoli che sento più vicini, e del quale ho già un bel numero di recite alle spalle.

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E Conte di Luna, Macbeth…
Il ruolo del Conte di Luna ne “Il Trovatore” lo debutterò nell’autunno 2019 a Linz. Per Macbeth ancora non ho ricevuto nessuna proposta…mi piacerebbe molto…speriamo che arrivi!
Parliamo invece di Guy de Montfort…
E’ un ruolo pieno di emozioni, un Verdi diversissimo. Nella nuova produzione che abbiamo fatto a Würzburg, non riuscivamo a trovare con il regista (Matthew Ferraro), la chiave per interpretare l’aria. Abbiamo provato e riprovato, senza capire bene l’identità del personaggio. Un giorno invece ho fatto un gesto strano, quasi da ubriaco, e a lui gli si è accesa una lampadina. Abbiamo montato un personaggio di padre sofferente, la cui compagnia ideale è la bottiglia, tutto scarmigliato. In tutta l’aria ero ubriaco e sofferente. Poi entrava mio figlio e io continuavo a bere, pur provando “schifo” per l’alcohol. Il pubblico dopo l’aria, che non è sicuramente di grande effetto, era conquistato dalla verità del personaggio. Durante il duetto con il tenore è successa la stessa cosa: mentre lo provavamo un giorno, il collega mi ha spinto e io sono scivolato e alla fine l’abbiamo tenuta come scena, ovviamente cercando di non farsi del male. Anche a livello musicale è un personaggio straordinario, con l’entrata in quel quartetto, praticamente “a cappella”, un ruolo con un’estensione di quasi due ottave. Un Verdi speciale. La versione francese mi piace molto di più, devo dire, di quella italiana. E’ un’opera molto complicata. Sono stato inoltre molto felice di lavorare con il Maestro Enrico Calesso, un bravissimo direttore d’orchestra italiano. Verdi mi ha sempre “cullato” e “curato” fin dai miei inizi, con Valdengo e lo studio di “Falstaff”. Un personaggio che fondamentalmente non avevo mai capito è Papà Germont de “La Traviata” e soprattutto la sua aria. Recentemente ho fatto un gala verdiano a Vichy e ho cantato il ruolo e per la prima volta mi è stato chiaro cosa questo personaggio vuole dire. Ho sempre adorato il duetto con Violetta, ma l’aria non riuscivo a capirla. Alcune cose arrivano con la maturità.

Negli scorsi anni hai interpretato Silvio ne “I Pagliacci”, ora invece debutterai Tonio, come ti stai preparando per questo ruolo?
Ho cantato Silvio in due produzioni, l’ultima volta al Teatro Filarmonico di Verona, e sono contento di debuttare l’altro ruolo baritonale di quest’opera. Tolto il prologo che è una cosa a parte, questo ruolo deforme, cattivo, patetico. E’ un personaggio che ispira anche la pena nel pubblico, anche in me, soprattutto quando Nedda lo frusta. Nedda è un personaggio negativo. Lo studierò a fondo e lo approfondirò e con “scenica scienza” cercherò di renderlo vivo sulla scena.

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Forse esiste una similitudine tra Falstaff, Schicchi e Tonio…soprattutto nel concetto di “mettersi in scena”…
La cosa che può accomunare Falstaff e Schicchi è l’uso di una voce “falsa”: il personaggio di Puccini la utilizza per imitare Buoso Donati, mentre Falstaff per riecheggiare la voce femminile di Alice, dove Verdi richiede precisamente il falsettone. Esiste in tutte e tre le opere però, la distinzione tra la vita vera e la vita sulla scena. Falstaff è anch’egli un grande teatrante, è evidente quando si prepara per andare da Alice e sceglie attentamente l’abito più bello. In tutte e tre i personaggi c’è una parte umana: Falstaff è burbero all’apparenza, ma quando è innamorato diventa tenero e giocherellone e infatti tutto finisce in burla, Gianni Schicchi ha una prima parte in cui è molto serio e concreto, ma nel finale si “scioglie” davanti all’amore di Lauretta e Rinuccio (“Ditemi voi, signori, se i quattrini di Buoso potevan finir meglio di così?”), Tonio invece inizia con questo prologo (che è quasi sempre cantato da lui) molto umano e per dopo diventare un’animale durante l’opera, morboso e voglioso. Quando Canio ammazza Silvio e Nedda, molto spesso è lo stesso Tonio a dire “La commedia è finita!”. Lui apre e chiude l’opera, è l’architetto di tutta la vicenda, in cui come spiega nel prologo, si può piangere e ridere. Ci sono degli accomunamenti tra le tre opere, anche nel declamato, che in varie forme, è presente in tutte e tre. Falstaff apre al declamato, che poi con Schicchi e soprattutto con Tonio diventa il vero declamato verista.

Ricordiamo i tuoi prossimi impegni di insegnante…
Farò una masterclass a Istrana, in provincia di Treviso, gli ultimi giorni di settembre. La mia parte di vocal coach prosegue, ovviamente incastrandola tra le numerose produzioni che ho in calendario.

E’ venuto il momento dei ringraziamenti…
Sì, voglio ringraziare assolutamente Cecilia Gasdia, che io ho avuto la fortuna di conoscere come collega prima di tutto, avendo cantato Schaunard ne “La Bohème” accanto a lei, nel 2001. Grazie a lei che mi ha dato questa opportunità di fare parte di questa meravigliosa Arena 2018, con una produzione magica di “Turandot” e il mio amato Amonasro in “Aida”.

Grazie a Federico Longhi e In bocca al lupo! 

Francesco Lodola

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