“IL CANTO È UN UNIVERSO”: INTERVISTA A LISETTE OROPESA

Lisette Oropesa è una delle stelle più luccicanti dell’olimpo della lirica, amata dal pubblico e dalla critica per la vocalità straordinaria e per le doti di grande attrice. Dopo un’estate coronata da grandi trionfi, da “Lucia di Lammermoor” a Madrid, il ruolo di protagonista al Rossini Opera Festival in “Adina” e Gilda nella “Verdi Opera Night” all’Arena di Verona, il soprano statunitense sarà canterà prossimamente in una prestigiosa edizione de “Les Huguenots” di Meyerbeer all’Opera di Parigi. Proprio durante le prove dello spettacolo parigino abbiamo avuto il grandissimo piacere di poterla intervistare.

Com’è nato il tuo amore per il canto?
Mia madre era una cantante molto brava, e in casa si cantava sempre. Mio nonno era anche lui un cantante, non un professionista, ma con una bellissima voce naturale di tenore. In casa si ascoltava davvero tantissima musica classica…
Tu però sei “nata” come flautista?
Sì, perché non volevo fare la stessa cosa che faceva la mamma. Volevo fare una cosa diversa, e quindi ho cominciato a studiare flauto. Ad un certo punto però ho deciso di mollare lo studio del flauto per il canto, perché ero più dotata per questo.

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©Crystal Green

Quanto ti ha aiutato lo studio del flauto nel tuo percorso come cantante?
Forse soprattutto nella lettura della musica. L’essere musicista mi ha aiutato molto, e io credo sia davvero importante suonare uno strumento. Si sente quando un cantante ha una formazione da musicista: si sente una precisione maggiore, una chiarezza e una comprensione del fraseggio maggiore. Con uno strumento non ci sono “trucchi”, perché non ci sono parole e quindi devi creare tu la linearità del suono. Il flauto è poi molto simile e vicino alla voce umana. Non è come suonare la tromba e poi cantare da soprano leggero (ride)…c’è una maggiore somiglianza.
E dal punto di vista della respirazione è un aiuto?
Sì, sì, assolutamente!
Nelle settimane passate hai trionfato come protagonista di “Adina” al Rossini Opera Festival di Pesaro…quali sono state le emozioni di cantare nel grande tempio della musica rossiniana?
Sono stata felicissima e onoratissima di essere invitata a cantare Rossini a Pesaro. Non avevo mai sentito quest’opera e non conoscevo il ruolo, quindi quando me l’hanno proposto sono andata a sentire qualcosa su YouTube e ho trovato che l’aveva cantato Joyce DiDonato, un mezzosoprano. Io sono un soprano lirico, lirico-leggero e ho capito che avrei dovuto scrivere molte variazioni e inserire degli elementi che potessero mettere in luce le mie doti e le mie caratteristiche vocali. Devo dire che il risultato è stato soddisfacente. La produzione poi era molto bella, con la regia di Rosetta Cucchi…un ruolo molto divertente, bello, e dolce.

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©Crystal Green

Ci sono altri ruoli rossiniani che vedi all’orizzonte?
Sì…per esempio tra qualche anno canterò Rosina ne “Il Barbiere di Siviglia” e penso mi stia molto bene. Vorrei studiare ed approfondire il ruolo di Desdemona nell’Otello di Rossini, perché credo che mi potrebbe stare molto bene e tra due, tre anni mi piacerebbe affrontarlo.
Attorno a Rossini, soprattutto quest’anno che ricorrono i 150 anni dalla morte, c’è un grande fermento…Cosa ne pensi del “Fenomeno Rossini”?
Penso che questa Rossini mania esista perché oggi ci sono tantissimi bravi cantanti che eseguono la musica di Rossini. Mi vengono in mente i nomi di Juan Diego Florez o Pretty Yende che hanno cantato insieme “Ricciardo e Zoraide” nell’edizione del ROF di quest’anno, che è stata di grande successo. Oggi le voci più leggere sono più popolari. Poi dobbiamo dire che il mondo dell’opera va a cicli, e ci sono sempre dei compositori che sono più di “moda” per un certo periodo. Meyerbeer ora, per esempio, sta vivendo una vera rivoluzione, grandissima, e tantissime delle sue opere vengono finalmente rieseguite. Io canto un bel numero di titoli di questo compositore e quindi mi sento fortunata di poter far parte di questa meravigliosa rivoluzione.
In questi giorni sei infatti impegnata nelle prove per il tuo prossimo debutto: il ruolo di Marguerite de Valois ne “Les Huguenots” all’Opèra di Parigi…
Sì, sono qui a Parigi per le prove di questo ruolo nuovo, che ho studiato in una settimana. E’ un ruolo che è arrivato all’improvviso, ma che sembra scritto per me. E’ quasi un ruolo rossiniano, molto leggero, con trilli, staccati e tanta coloratura: un vero ruolo di Belcanto.

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©Steven Harris

Quest’anno debutterai anche Isabelle in “Robert le diable”…
Si, assolutamente. Sarà a La Monnaie di Bruxelles, in versione di concerto.
Parliamo invece del tuo recentissimo debutto all’Arena di Verona, nella “Verdi Opera Night”, dove con la tua interpretazione di Gilda, ha raccolto un altro grande trionfo…
E’ stato incredibile! Non ero mai stata a Verona e mi piacerebbe poter passare più tempo lì. In quest’occasione sono stata praticamente catapultata in Arena, poiché sono potuta arrivare soltanto la mattina del giorno del concerto, a causa delle prove de “Les Huguenots” qui a Parigi. Ho fatto una piccola prova musicale con il Maestro, ho provato il costume e poi la sera ho cantato il II atto di Gilda all’Arena. E’ stato favoloso. Avevo già cantato molte volte Rigoletto con Luca Salsi, con il quale abbiamo una bella amicizia, e sono stata felice di ritrovarlo a Verona. Amerei ritornare all’Arena. E’ un teatro grandioso, è come fare un viaggio nel passato, un luogo speciale. Vorrei fare molto di più li! Lo spero!
Gilda è quasi sicuramente il tuo cavallo di battaglia…raccontaci di questo ruolo e qual è la tua visione di questa fanciulla…
E’ un ruolo che mi ha dato e mi sta dando tanto. Ha una musica bellissima ed ha una scrittura molto bella per il soprano. Un’altra cosa che mi lega molto a Gilda è il fatto che mio padre era molto simile a Rigoletto. Lui aveva la distrofia muscolare e questa disabilità lo portava a camminare come un gobbo. Per tutta la vita abbiamo avuto un rapporto molto particolare. Era un padre molto rigido qualche volta, per esempio non ci permetteva di uscire molto, di frequentare dei ragazzi o di avere molti amici. Era molto protettivo, essendo padre di tre ragazze, ma allo stesso tempo era simpatico e amabile. Purtroppo è mancato ormai sette anni fa. Per tutti questi fattori io capisco il comportamento di Gilda nei confronti del padre. Lei non riesce e non può essere dura con lui, deve utilizzare un modo di comunicare diverso: non dice mai “io voglio”…non può. Sembra sempre che lei stia male, che provi in qualche modo, un senso di vergogna nei confronti del padre.

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©Crystal Green

Hai avuto la possibilità di interpretarla in messinscene molto diverse tra loro, da quelle più tradizionali a quelle più “moderne”, come quella firmata da Damiano Michieletto…
Sì. Alcune volte è una ragazza più forte e altre volte è più una vittima. E’ un ruolo che si presta a molte interpretazioni diverse, e penso che sia proprio questo a renderlo molto interessante. Non c’è un solo modo di farlo e questo mi piace assolutamente.
Prossimamente debutterai anche Adina ne “L’Elisir d’amore”…come ti stai preparando per questo ruolo che è invece assolutamente brillante?
Sì, il debutto sarà proprio qui a Parigi verso alla fine di ottobre. Ho già fatto una volta la cover per questo ruolo al Met circa otto anni fa. E’ un ruolo che conosco bene e mi ricordo molto bene, anche perché ha avuto un certo impatto su di me. Credo sia una delle opere più belle scritte da Donizetti, una commedia che una sua natura molto “speciale”, un vero capolavoro. Per questo io penso sia praticamente l’opera perfetta e quindi ogni opportunità per farla la ritengo un’occasione da non perdere. Sono fortunata di farla qui a Parigi con degli artisti meravigliosi e diretta dal Maestro Giacomo Sagripanti, che è molto bravo e conosce molto bene la musica e lo stile del Belcanto. Sarà un sogno, lo so già.

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©Crystal Green

Un altro ruolo donizettiano che affronti spessissimo è Lucia di Lammermoor…Quali sono le difficoltà musicali e teatrali di questo ruolo?
Anche Lucia è un grande capolavoro, tragicissimo. Tutti pensano che il momento di difficoltà estrema sia la scena della pazzia, mentre io penso che sia il più facile, almeno per quanto mi riguarda. Prima della scena della pazzia c’è tanto da fare: ci sono registi che chiedono molte cose. Il sestetto e la scena delle nozze per esempio, sono dei momenti molto impegnativi per il soprano, perché hai cantato già l’aria, il duetto con il tenore, il duetto con il baritono e subito dopo quello con il basso e arriva una scena lunghissima, con il sestetto e il finale dell’atto, e che è drammaticamente molto forte. Non è scritto in maniera molto comoda per il soprano e se si fa senza tagli, come oggi sempre più spesso, il solo finale dura quasi dieci minuti. Davvero una scena molto molto impegnativa. Dopo di che hai il tempo di riposare per poi cantare la scena della pazzia. Così questo momento diventa il più facile. Per altri non è così, dipende da ognuno.
Il momento della pazzia è però quello che si presta a più interpretazioni diverse….come hai costruito questa scena nelle tue Lucie?
Dipende molto dal regista: ci sono alcuni che non chiedono molti movimenti e invece altri che ti richiedono tanto. Vocalmente devi essere molto sicuro di come farlo e di quali sono i tuoi bisogni: per esempio quando senti l’esigenza di muoverti, quando invece ritieni necessario stare fermo o di dover essere in grado di vedere il maestro. Musicalmente tutto però deve essere curato, non ci devono essere incertezze, soprattutto nella celebre cadenza. Solo così puoi trovare con il regista tante soluzioni diverse. Io ho molta esperienza musicale con il ruolo, avendolo studiato moltissimo per tanti anni, ma ho fatto soltanto quattro produzioni di quest’opera, all’Arizona Opera di Phoenix, a Düsseldorf, a Londra e a Madrid. Tutte queste erano completamente diverse l’una dall’altro. Quindi non si può mai scegliere un proprio modo di fare un ruolo.

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©Steven Harris

Nella cadenza c’erano delle differenze a seconda della produzione, per assecondare una diversa visione teatrale?
L’unico problema di questa cadenza accompagnata dal flauto o dalla glassharmonica è che il pubblico la aspetta, e se tu inizi a cambiare molto questa scena non sempre ottieni lo stesso effetto. Se non c’è una ragione veramente molto forte, scenica, teatrale e regista, per modificare qualcosa di questo momento, rischi di rovinare tutto. Tutti la conoscono e tutti si aspettano una determinata cosa e dei determinati effetti. Forse con una produzione molto strana e diversa si può cambiare, ma la tradizione non si può cancellare così. Anche perché se modifichi quell’elemento di tradizione, devi cambiare anche tutti gli altri. Non ho mai fatto una cadenza diversa da quella tradizionale di Ricci.

Tu sei sicuramente una delle stelle più brillanti della lirica statunitense dell’ultima generazione…spesso si parla di scuola di canto americana…è una realtà che esiste ancora e com’è cambiata negli anni?
Io ho studiato molto a casa, e seguendo i metodi della vecchia scuola di canto tradizionale. Ascoltavo molto i dischi dei grandi cantanti del passato. Non so davvero come funzioni il sistema delle scuole musicali in America, perché non ho frequentato neanche successivamente un conservatorio. Ho studiato in un’università che fortunatamente ospitava degli insegnanti davvero molto bravi. Dopo questo sono andata direttamente al Met e ho fatto parte del programma del teatro per i giovani artisti. Non posso dire che la realtà che ho trovato al Met corrisponde esattamente al livello di tutte le scuole di canto americane. Ho trovato fortunatamente un bravissimo maestro di canto, Bill Schumann, che insegna all’AVA ((Academy of Vocal Arts) di Philadelphia. Ho anche incontrato sulla mia strada insegnanti che non sono stati capaci: l’importante saper distinguere, anche quando si è molto giovani, un insegnante che ti aiuta e ti fa migliorare, da uno che invece ti rovina. Ci sono tanti maestri che rovinano le voci e se non ci si rende conto del danno che si sta facendo, il rischio è di rimanere anche due anni con quell’insegnante. Io mi ritengo fortunatissima di aver trovato le persone giuste.

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©Steven Harris

Quanto ti è servita l’esperienza al Met cantando ruoli anche di fianco, accanto a grandi colleghi?
Ho imparato molto e credo sia un’esperienza impagabile. Si impara cosa fare e cosa non fare e soprattutto si impara lavorando. Apprendere qualcosa a scuola o all’università è molto più semplice, perché gli insegnanti ti dicono semplicemente cosa devi fare. Sul palcoscenico del Met invece devi imparare senza che nessuno ti dica qualcosa…devi imparare guardando e osservando gli altri. In scena hai la possibilità non di vedere professori o maestri, ma di vedere degli artisti che si muovono e che mettono in pratica la loro arte. Questa è una cosa molto particolare. Inizi a capire anche come funziona un teatro, che non è una scuola, ma è un luogo di lavoro. E’ difficile seguire un programma così impegnativo, ma è un’esperienza che ti dà davvero moltissimo. Fortunatamente i teatri oggi hanno quasi tutti questi programmi per inserire i giovani artisti nel mondo del teatro e metterli alla prove direttamente sul palco.
Indubbiamente sei una Diva, soprattutto dal punto di vista mediatico….cosa vuol dire esserlo nel 2018?
No, non credo di essere una diva! (ride) Il problema è che in inglese la parola “Diva” molto spesso viene equivocata, intendendola in un senso dispregiativo. Si intende spesso una persona difficile, impegnativa, capricciosa. Io non sono così. Sono una persona, un essere umano, e voglio solo “fare” musica al meglio, insieme con artisti che sono più bravi di me e imparare da loro. Mi sono sempre sentita e mi sento ancora oggi grata per quello che avuto e per le opportunità che mi sono state date. Non concepisco la Diva che arriva all’ultimo momento e tutti si inginocchiano davanti a lei. Questa cosa esiste ancora in alcuni casi, ma io penso sempre invece a lavorare, ad arrivare in tutte le occasioni preparata e rispettosa verso tutti. Forse questo deriva anche dalla mia formazione americana, perché noi impariamo ad essere bravi “per essere bravi” e non per darci delle arie di bravura.

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©Crystal Green

Quali sono i tuoi ruoli dei sogni?
Direi Juliette in “Romèo et Juliette” di Gounod, Amina ne “La Sonnambula”, Elvira ne “I Puritani”….Ho bisogno di molto Bellini, perché lo adoro! Un ruolo dei sogni che ho già affrontato e Violetta ne “La Traviata” e spero di cantarlo nuovamente presto!
Prossimi impegni…
Dopo Parigi sarò al Teatro dell’Opera di Roma per inaugurare la stagione con una nuova produzione di “Rigoletto”. Dopo di che sarò a Barcellona, al Liceu, per “Rodelinda”, poi Isabelle in “Robert le diable” a Bruxelles, Norina in “Don Pasquale” alla Pittsburgh Opera e Leïla ne “Les Pêcheurs de perles” alla Santa Fe Opera.

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©Steven Harris

In occasione del tuo prossimo ritorno a Roma ti chiedo, qual è l’emozione per una cantante americana di cantare così spesso in Italia?
E’ la cosa più bella del mondo. Adoro l’Italia per la sua cultura, la sua gente, l’amore per la musica e per i cantanti. I cantanti e gli artisti in Italia vengono trattati come persone importantissime, ti fanno sentire l’amore. C’è un grande rispetto per l’arte e per i cantanti, dai musicisti dell’orchestra che conoscono benissimo l’opera e ne conoscono tutte le parole, fino ai tecnici. E’ davvero una cosa speciale, perché per voi l’opera non è intrattenimento, è veramente un fattore culturale, che vi appartiene. Anche la critica da voi è più dura, perché sa che cos’è la cosa migliore per una certa opera e conoscono quali sono stati i più grandi. Anche questa però è una cosa importantissima e bella, perché sanno distinguere un cantante bravo da uno meno bravo, da un pessimo cantante. Bisogna sapere la differenza e in America non sempre questo succede, e spesso una voce grande o con un bel timbro viene scambiata per un grande cantante. La voce è un universo in cui il volume e il timbro non sono le uniche componenti.

Grazie Lisette Oropesa e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Richard Sneed ha detto:

    Insightful, entertaining conversation with the lovely soprano from America! Particularly how her training on the flute, lent authenticity to her voice.

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