TEATRO REGIO DI TORINO: LA TRAVIATA

Chiusura operistica dell’anno 2018 di alto livello per il Regio di Torino.
Dopo un’infelice apertura di stagione col Trovatore ed un frizzante ma certamente non memorabile Elisir d’amore, il teatro si risolleva tornando a far rivivere quella qualità che per anni gli era stata attribuita e che di recente sembrava stesse andando scemando, e riuscendo a registrare nuovamente il tutto esaurito; ciò è accaduto con Traviata, ripresentata sul palcoscenico sabaudo dopo tre anni ed andando così a sfatare la cadenza biennale con cui veniva presentata ormai dal 2009.


L’allestimento proposto questa volta è uno dei più storici e famosi, ideato da Henning Brockhaus (regia e luci) e Josef Svoboda (scene) nel 1992 per lo Sferisterio di Macerata e conosciuto col nome di “Traviata degli specchi”; così innovativo e tradizionale al tempo stesso da essere definito da La Repubblica come l’unico memorabile nella storia dell’opera assieme a quello scaligero firmato da Luchino Visconti nel 1955.
All’apertura del sipario ciò che da subito sorprende è l’efficacia e la sorprendente semplicità dell’impianto scenico: qualche poltrona, cuscini, degli splendidi teli dipinti ed un grande specchio inclinato a quarantacinque gradi come fondale, attorno al quale ruota tutta la genialità della produzione.


Come ha raccontato Brockhaus, il monumentale specchio “permette un doppio punto di vista sui rapporti tra i personaggi, mette in luce cose nascoste, è un racconto straniato in orizzontale e in verticale”; lo spettatore viene così catapultato in una realtà inaspettata e nuova, che rivela una vicenda più dettagliata, raccolta ed intima. Di grande effetto anche la scena finale dell’opera, dove lo specchio si inclina posizionandosi perpendicolarmente al piano orizzontale del palcoscenico e riflettendo così l’intera platea, che nel frattempo viene debolmente illuminata dalle luci di sala; ci si ritrova così diretti in faccia alla morte e riflessi in essa, in una sensazione di vuoto totale.
Deliziosamente classici, curati, raffinati ed anche provocanti i costumi di Giancarlo Colis ed ottimi i movimenti coreografici di Valentina Escobar.
Le scene sono state riprese da Benito Leonori, a cui va anche il merito di aver adattato un allestimento pensato per il grande palcoscenico dello sferisterio di Macerata al palcoscenico di un teatro chiuso.


Sul versante musicale le notizie sono assai positive, a cominciare dall’orchestra del Teatro Regio in stato di grazia, diretto dal Maestro Donato Renzetti, che torna sul podio torinese dopo il Falstaff della scorsa stagione.
La concertazione di Renzetti è sobria, elegante, raffinata, ma mai priva di passione; egli evita abilmente di ridurre la tanto celebre partitura verdiana ad una esecuzione da concerto di capodanno, fuggendo dai numerosi tagli che spesso risultano consuetudine e da un’esecuzione bandistica e cantilenante.
Violetta Valéry viene interpretata da un’acclamatissima Maria Grazia Schiavo,la quale sfata egregiamente il mito che per interpretare il ruolo servirebbe un soprano diverso per ciascun atto. In lei si ritrova la passione, la forza, la determinazione di una donna cinica e amante, mentre vocalmente ci si può beare di un’ottima linea di canto, pulita, sicura negli acuti e abile fraseggiatrice, in particolare nel secondo e terzo atto.


Dmytro Popov interpreta Alfredo Germont con sicurezza scenica, ma il ruolo, già in sè non particolarmente interessante dal punto di vista caratteriale, non risulta centrato nell’interpretazione del giovane tenore ucraino.
Vocalmente si può godere di un timbro caldo e rotondo, ma spesso la voce manca di proiezione.


Il padre di Alfredo, Giorgio Germont, viene interpretato da Giovanni Meoni. Il baritono romano, a parte qualche acuto spinto, si fa apprezzare per la raffinatezza scenica e vocale, in particolare nell’aria “Di Provenza il mar, il suol” e successiva cabaletta, il fraseggio elegante, paterno e appassionato creano un’atmosfera intima e patetica, lontana dalle tante interpretazioni- cantilene che spesso si ascoltano.


Molto apprezzata, nel suo breve ruolo, l’Annina di Ashley Milanese.
Hanno completato validamente il cast Elena Traversi (Flora), Luca Casalin (Gastone), Paolo Maria Orecchia (barone Douphol), Dario Giorgelè (marchese D’Obigny), Mattia Denti (dottor Grenvil), Alejandro Escobar (Giuseppe), Marco Sportelli (un domestico), Giuseppe Capoferri (un commissario).
Ottima la prova del coro, diretto dal Maestro Andrea Secchi.
In conclusione si è potuta apprezzare una traviata completa scenicamente e musicalmente, interessante nella sua classicità, e sorprendente nella sua innovazione.

Stefano Gazzera

Torino, 23 dicembre 2018

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