IL LOGGIONE EMILIANO: UN BALLO IN MASCHERA AL REGIO DI PARMA

Applausi convinti per la suggestiva produzione del titolo verdiano in apertura di stagione a Parma con particolari tributi all’eccellente direzione del M° Sebastiano Rolli.

Non è certo cosa da tutti i giorni poter assistere ad un’opera di Verdi avendo di fronte a sé pressoché lo stesso genere di messa in scena che egli stesso e i suoi contemporanei erano soliti avere agli occhi al tempo. Talvolta pero’ dai vecchi e polverosi scantinati di qualche glorioso teatro “di tradizione” italiano, perché no, emiliano, accade che nel tentativo di fare ordine e liberarsi del superfluo si risvegli dopo decenni di oblio l’eco di un passato che sa di lontano e di mitico. E’ ciò che è accaduto al Regio di Parma dove, un po’ come accade quando negli scavi di un cantiere riemergono in tutto il loro fascino tombe e strade romane, hanno fatto capolino le preziose e delicatissime scenografie de “Un Ballo in Maschera” dipinte su carta da Giuseppe Carmignani (allievo dello scenografo prediletto da Verdi, Girolamo Magnani), anno Domini 1913. Piegati e accatastati all’incirca per un secolo, i fondali sono passati attraverso una miracolosa e certosina opera di restauro compiuta da un grande artista quale è lo scenografo modenese Rinaldo Rinaldi nella originaria sala delle scenografie del Teatro Comunale di Modena (una delle poche rimaste in Italia) e così, scrollatisi per quanto possibile di dosso i segni del tempo, sono risorti in tutto il loro orgoglioso splendore ad incantare un pubblico ormai avvezzo ai contemporanei allestimenti minimalisti ed astratti.

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©Roberto Ricci

Va detto: sarà lo iato che ci separa dall’anno di realizzazione, saranno i mutamenti che negli anni si sono verificati nel teatro ma sin dalle prime note e in maniera sfolgorante nell’ultimo atto con l’apertura del salone da ballo l’emozione nel vedere stagliarsi quelle fragili variopinte scene è grande. L’uso dei colori, lo stile, la ricchezza, l’uso sapiente della prospettiva e una disposizione sul palcoscenico funzionale alla migliore resa acustica testimoniano appieno quale fosse la maestria e l’alto livello artistico della scuola di quegli anni, di cui oggi rimangono ben poche tracce.
Nessun rimpianto per il naturale e giusto evolversi del teatro allo scorrere del tempo (anche perché sulla presunta fedeltà delle scenografie di quegli anni alle autentiche intenzioni e volontà di Verdi si potrebbe discutere a lungo) ma un certo rammarico nel vedere pressoché scomparsa una cura e abilità artistica della tradizione non può mancare, gustandosi questo spettacolo e riflettendo sull’oggi.

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©Roberto Ricci

L’operazione lodevole e a suo modo innovativa che il pubblico accoglie con favore viene resa possibile grazie alla raffinata regia di Marina Bianchi, mai convenzionale o stereotipata (come si potrebbe pensare, data l’età e il genere di ambientazione) ma anzi attenta alla valorizzazione di caratteri e temi dominanti dell’opera. Funzionali in tal senso le coreografie di Michele Cosentino (corpo di ballo Artemis Danza), le luci di Guido Levi, gli arredi di Leila Fteita (cui spetta anche il coordinamento dello spazio scenico) e i bei costumi, quasi sempre pertinenti, di Lorena Marin. Intelligente l’idea di mostrare, durante il preludio, un video (di Stefano Cattini) con le belle immagini dei restauri, prima che il sipario si alzi sulle scene vere e proprie.

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©Roberto Ricci

Qualche maligno potrebbe pensare che cotanta bellezza nell’allestimento possa servire a coprire un deficit sul non meno importante (e anzi, per un certo pubblico di tradizione pare sia l’unica cosa che conti) lato musicale dello spettacolo. Nulla di più errato.
La prova di spicco proviene infatti proprio dal podio su cui, senza spartito, dirige in maniera passionale e attenta il M° Sebastiano Rolli, acclamato più volte anche in virtù della provenienza (è di casa) ma apprezzato senza ombra di dubbio per la minuziosa preparazione che si riflette in una lettura volta a rendere giustizia e valore tanto alle tinte liriche quanto a quelle drammatiche e, non ultime per importanza, a quelle più frizzanti e leggere. Ogni tinta ha il giusto risalto e i tempi sono sempre adeguati. Buona la preparazione dell’Orchestra Filarmonica Italiana (si perdoni una sbavatura ad un Corno), dell’Orchestra giovanile della via Emilia dietro le quinte e molto positiva come sempre la prova del Coro del Teatro Regio, preparato da Martino Faggiani.

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©Roberto Ricci

Un Ballo in Maschera è forse la prima opera di Verdi in cui lo spettatore non è più portato a “schierarsi” dalla parte di cospiratori e sovversivi ma da quella di chi ha in pugno il potere ed in tal senso è immediata la simpatia che suscita sin dall’apertura il Riccardo di Saimir Pirgu, perfettamente a suo agio nel ruolo di un reggente non troppo dedito all’alta politica quanto più a feste e burle ma che è costretto dall’amore e dal susseguirsi delle vicende ad una profonda maturazione che lo porterà a rinunciare ad Amelia ed infine a morire. Anche sotto il profilo vocale il tenore albanese dispiega un timbro squillante, di ottimo volume e sicuro tecnicamente, impreziosito da un ottimo fraseggio e da cura espressiva e stilistica.

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©Roberto Ricci

Irina Churilova, come Amelia, risente in parte della mancanza di prove (chiamata poco prima della generale in sostituzione di Virginia Tola) specialmente nella resa scenica/attoriale del personaggio, dove pare un po’ alienata dal contesto in cui si trova. Dal punto di vista vocale possiede uno strumento di pregevole qualità e adatto al ruolo oltre che la capacità di dosarlo in maniera espressiva anche in pregevoli mezze voci. Tuttavia la sua dignitosa prova è inficiata talvolta da qualche acuto piuttosto sgradevole (tra cui uno non scritto a fine terzetto) e da un fraseggio e una dizione non sempre chiari e precisi.

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©Roberto Ricci

Leon Kim è un Renato dal timbro limpido e piacevole e dal canto corretto e sicuro. Inizialmente pare piuttosto rigido sulla scena quanto nel canto ma migliora progressivamente nel corso dell’opera (senza raggiungere vette interpretative) strappando convinti applausi nelle arie principali.
La maga Ulrica è interpretata con magnetica espressività dalla brava Silvia Beltrami, dotata di un bel timbro solido e omogeneo su tutti i registri a cui l’insidiosa parte la mette alla prova sin dalla sua entrata in scena.

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©Roberto Ricci

Molto positiva la prova di Laura Giordano come Oscar, tornata in piena forma dopo un’indisposizione dei giorni precedenti. Il suo paggio convince musicalmente e scenicamente, dove il soprano mette a disposizione tutta la propria esperienza nel ruolo.
Positiva la prova della coppia Samuel-Tom, rispettivamente Massimiliano Catellani e Emanuele Cordaro, eccellente il Silvano di Fabio Previati, corretta la performance di Blagoj Nacoski come Giudice e servo di Amelia.

Applausi scroscianti per tutto il cast.

Grigorij Filippo Calcagno

Parma, 20 gennaio 2019

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