TEATRO FILARMONICO DI VERONA: SECONDO CONCERTO STAGIONE SINFONICA

Un teatro vuoto è sempre un delitto, uno sgarbo verso la bellezza che l’arte offre all’anima e allo spirito, e uno sgarbo anche ad un centro di cultura attorno al quale (lo ripetiamo ancora una volta, come un apparecchio radiofonico rotto) una città si dovrebbe riunire.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Purtroppo però è una sala desolatamente vuota che ci accoglie al secondo appuntamento della stagione sinfonica al Teatro Filarmonico di Verona. Abbiamo accolto con altrettanto dispiacere la defezione di Andrea Mastroni, recente brillante protagonista di Don Giovanni, che a causa di un’indisposizione ha dovuto annullare la sua partecipazione. I “Kindertotenlieder” di Mahler venivano quindi sostituiti dalla monumentale Settima sinfonia di Beethoven. Tuttavia il concerto era aperto dal “Nachtlied”, Op.108 di Robert Schumann, pagina che dipana sul testo poetico di Friedrich Hebbel, tutta la malia onirica e fanciullesca (viene in mente “Kind im Einschlummern” dalle “Kinderszenen”, Op.15) del compositore Zwickau. Ad interpretarlo brillantemente vi era il Coro dell’Arena di Verona diretto da Vito Lombardi.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Protagonista centrale del programma musicale era Giampiero Sobrino, autentico virtuoso del clarinetto, che offriva al pubblico veronese una parentesi dal sapore operistico, prima di tutto con il “Concertino per clarinetto e orchestra in Si bemolle maggiore” di Gaetano Donizetti, le cui melodie ricordano quelle di arie del bergamasco (vi sono rimembranze di “Anna Bolena”, “Roberto Devereux” e anche dei titoli più brillanti). Successivamente si cimentava in una “Fantasia su temi di Rigoletto per clarinetto e orchestra” di Luigi Bassi, per poi concludere con l’introduzione strumentale della grande aria di Don Alvaro dal terzo atto de “La forza del destino”.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Roman Brogli-Sacher dirigeva i complessi veronesi con eleganza, senza però imprimere un proprio segno interpretativo, lasciandosi andare ad una routine piuttosto scialba e in cui si notava più di qualche sbavatura.
Al termine un successo piuttosto contenuto da un teatro, come si è detto, praticamente vuoto.

Francesco Lodola

Verona, 9 febbraio 2019

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