“BELLA SICCOME UN ANGELO…”: DON PASQUALE AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

Molto spesso Donizetti viene accomunato a Bellini e Rossini come un’unica famiglia compositiva, altre volte viene definito come autore pre-verdiano. In realtà Donizetti (così come Bellini e Rossini) possiede uno stile del tutto particolare. Il teatro di Donizetti è incanto, un incanto insito in quel meccanismo drammaturgico-musicale in continua costruzione. Tutto molto delicato ma anche molto rock.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Così la pensa probabilmente anche Antonio Albanese, regista del “Don Pasquale” andato in scena il 25 febbraio al Teatro Filarmonico di Verona. Un allestimento quello di Albanese, nato nel 2013, che ambienta la vicenda in Valpolicella, la zona collinare veronese celebre per la cultura dei vini, specialmente dell’Amarone, qui denominato “Leila” dalla scenografa Leila Fteita, una delle poche oggi in grado di creare, con uno straordinario gusto estetico, un mondo magico sul palcoscenico, in cui la bellezza apparente si trasforma in bellezza essenziale e comunicativa. Il divertimento sta tutte le volte nel contare le bottiglie dell’immensa parete del I atto, nell’ammirare la vigna (vera, verissima) che a causa di un dispettoso gioco di Sofronia con le sementi, si trasforma in un campo fiorito che accoglie con poetica raffinatezza il romantico incontro notturno tra Norina ed Ernesto. Sempre irresistibile l’idea di far scendere il coro in platea per “Che interminabile andirivieni” rompendo completamente la “quarta parete” e conquistando definitivamente il pubblico. Efficaci anche i costumi di Elisabetta Gabbioneta così come le luci di Paolo Mazzon. Un allestimento che già nel ‘13 conquistò, ma che può decisamente diventare un classico destinato a non invecchiare.
Essenziale la ripresa della regia da parte di Roberto Maria Pizzuto, il quale ha ricreato la macchina teatrale di Albanese senza annacquarne gli ingranaggi (come spesso avviene), ma rendendone appieno la vitalità e poetica.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Fortunatamente Pizzuto poteva contare su una compagnia di canto in cui tutti si dimostravano anche eccellenti attori.
A partire dalla Norina di Ruth Iniesta, strepitosa per verve scenica e perfezione vocale. Il soprano utilizza il suo temperamento brillante per disegnare un personaggio che emana luce propria e che sprigiona simpatia, delicatezza e bellezza ad ogni gesto e respiro. È scatenata, elegante, agile. Vocalmente si dimostra in possesso di qualità da autentica fuoriclasse in grado di sciorinare una coloratura perfettamente sgranata accompagnata ad una dizione impeccabile e a un canto lirico pieno e intenso con smorzature a tutte le altezze. A questo si aggiunga un registro sovracuto di enorme proiezione armonica: sbalorditivo il Fa nella Morale finale, elegantemente variata. Una primadonna comica magnetica e catalizzatrice.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Accanto a lei si muove con altrettanta maestria il Don Pasquale di Carlo Lepore, che interpreta un personaggio lontano dal cliché del vecchio in disarmo, ma un signore d’età ben portata con l’ormone a palla (Albanese dixit) come oggigiorno se ne vedono tanti. Con arte di consumato attore, Lepore traduce vocalmente tutto questo in un canto dagli accenti “saporiti”, dall’umorismo raffinato. Il personaggio acquisisce così una dignità che è molto spesso sacrificata, e un’autenticità rara.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Federico Longhi è un Dottor Malatesta in cui si esalta la dialettica del personaggio e il modo in cui egli utilizza la retorica per tessere la tela della burla ai danni di Pasquale. In questo modo il grande arioso lirico “Bella siccome un angelo” acquista quel sapore raffinatamente caricaturale in cui l’uso magistrale che Longhi fa dei piani e delle dinamiche in generale, diventa strumento di “sponsorizzazione” per quell’angelo innocente e ingenuo che è Sofronia.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Marco Ciaponi affronta con eccellente aplomb il difficile personaggio di Ernesto. La voce del tenore è di timbro bellissimo, delicato, quasi d’altri tempi. Allo stesso modo lo stile di canto è quello tipico dei grandi tenori di grazia alla Schipa con quella capacità di smorzare e rinforzare i suoni di grande fascino. “Cercherò lontana terra” e relativa cabaletta vengono dipanate con rara sensibilità lirica. Il grande peccato è che nella serenata notturna dell’ultima scena (“Com’è gentil..”) il tempo rapido scelto probabilmente dalla buca non gli consente di sfoggiare tutta la ricchezza di sfumature di cui il tenore è capace.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Bene Alessandro Busi nei panni del notaro. Una lode va ai mimi, presenze teatrali impareggiabili.

Funzionale anche se talvolta non coerente per scelte agogiche e dinamiche la direzione di Alvise Casellati alla guida della brillante orchestra veronese. In grande forma il coro dell’Arena di Verona diretto da Vito Lombardi.

Al termine un grande successo con i toni del trionfo per Antonio Albanese e il cast.

Francesco Lodola

Verona, 24 febbraio 2019

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