LA VITA E LA MORTE DI UNA DIVA: LA GRANDE LECOUVREUR DI HUI HE

Adriana Lecouvreur rappresenta il sogno di ogni teatrante: morire avvolto dalla scena. Adriana vive, ama, muore da grande Diva. E non bastano i vezzi, gli atteggiamenti caricaturali, per rendere la dimensione profonda della sua anima bella. Ci vuole il coraggio di immergersi nei suoi sentimenti, nei suoi sospiri, in maniera quasi trascendentale. Hui He ieri sera è riuscita in questa impresa, suscitando commozione in ogni frase e in ogni accento. Fin dall’entrata ci siamo trovati davanti ad una Diva autentica, dotata di naturale magnetismo, a cui non servivano grandi gesti per manifestare tutto il suo fascino. Il soprano (ormai di fatto) veronese conosce poi il segreto del “prendere” la luce e si muove nei sontuosi abiti con una scioltezza che poche primedonne possiedono.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La voce è sempre bellissima, di uno splendore raro, grazie alla straordinaria rotondità e morbidezza, alla dolcezza delle mezzevoci e dei filati e alla grinta vulcanica degli affondi drammatici. Lodiamo anche l’uso sapiente, maturo, impeccabile della voce di petto. Non riusciamo a scegliere un momento di quest’interpretazione, ma forse citeremo il monologo di Fedra in cui Hui He è riuscita a cogliere nel segno, recitando davvero da grande attrice con gusto e intensissima forza drammatica. Tutto nella sua interpretazione era però davvero ad un tale livello artistico (nonostante fosse il debutto nel ruolo) che è difficile darne una sola definizione, forse servirebbe solo una parola: grazie.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Fabio Armiliato riesce ad essere un Maurizio di bel peso vocale e interpretativo, difendendosi da tutte le insidie e convincendo grazie allo slancio appassionato con cui affronta la scrittura di Cilea.
Qualche piccola difficoltà in più per Alberto Mastromarino nel primo atto, ma dopo, nel prosieguo della recita, il bravo artista riesce ad essere un solido Michonnet, efficace soprattutto dal punto di vista attoriale.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Carmen Topciu è una Principessa di Bouillon elegante e dalla linea curata, che ha le sue qualità migliori nel registro centrale e in quello acuto. Anche per lei si trattava di un debutto nel ruolo, quindi sicuramente le prossime recite la vedranno in crescita sia vocalmente che teatralmente.
Benissimo Roberto Covatta nei panni dell’Abate di Chazeuil, forbito nell’accento e nel gesto. Più in ombra Alessandro Abis nei panni del Principe di Bouillon.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Funzionale, ma non a prova di bomba, il quartetto dei teatranti (Quinault, Poisson, Mad.lla Jouvenot, Mad.lla Dangeville) composto da Massimiliano Catellani, Klodian Kacani, Cristin Arsenova e Lorrie Garcia.
Bellissima la direzione di Massimiliano Stefanelli, serrata, teatralissima, disposta a dare languore al sentimentalismo della musica di Cilea con sapienza e maestria. Gli risponde un’orchestra in grande forma, capace di sottolineare gli infiniti intarsi di questa partitura. Lodi anche per il coro diretto da Vito Lombardi.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Resta da dire del fascinosissimo spettacolo firmato interamente da Ivan Stefanutti. Pur spostando la vicenda agli inizi del Novecento, Stefanutti riesce a far percepire alla perfezione il profumo di quest’opera: olezzo di decadenza, di passioni contrastate, di sensualità mortale. Le scene tutte giocate sulle tonalità del bianco e del nero, con l’utilizzo di cromature metalliche rivestono l’atmosfera con poetica dannunziana. Uno spettacolo profondamente estetico, ma coerente e drammaticamente pregnante. Efficaci le coreografie di Michele Cosentino, ispirate a quelle neoclassiche de le Ballets russes.

Al termine un grandissimo successo con i toni del trionfo per Hui He, da parte di un teatro pieno e plaudente, che dimostrava di amare quest’opera che mancava da Verona da trent’anni: speriamo che questa lunga assenza non si ripeta.

Francesco Lodola

Verona, 31 marzo 2019

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