“OPERA, MI FAI DIMENTICARE IDDIO!”: RIFLESSIONI DI UNA PRIMA VOLTA CON IL MELODRAMMA

La mia esperienza di studio della musica si limita a 3 anni di flauto delle medie (o meglio, il “piffero”, uno strumento che ho schifato con la potenza di mille megatoni), dal quale riuscii a tirare fuori solo una serie di atroci fischi e rantoli disumani. In un contesto familiare in cui l’unico “musicista” era mio padre che per divertimento (suo, non nostro) tamburellava con due mestoli di legno sullo stipite della porta, le mie nozioni di musica classica erano piuttosto basiche: si limitavano a Fantasia di Walt Disney e a Karajan che il giorno di Capodanno dirigeva il concerto di Vienna sparato a volume illegale dalla televisione dei miei zii da cui andavamo a pranzo. Quindi, per una bizzarra associazione sensoriale, per me Karajan è indissolubilmente legato all’odore di cotechino e pearà. Sull’opera non ero messa meglio: sapevo che esisteva Pavarotti, e sapevo che Robert De Niro in Gli Intoccabili era a vedere I Pagliacci a teatro quando gli venivano a riferire che avevano massacrato Sean Connery; lui liquidava la notizia con un cenno distratto con il capo, continuando a versare copiose lacrime mentre il povero Canio cantava Vesti la giubba.

La prima volta che andai all’opera fu all’Arena di Verona; avevo circa 13 anni. Un’amica di famiglia aveva due biglietti in più per la platea, e invitò anche i miei genitori. Padre dichiarò che piuttosto che andare all’opera si sarebbe fatto tagliare un braccio (non era proprio il braccio, ma insomma ci siamo capiti), e quindi Madre convocò me a sostituirlo. C’era Carmen di Bizet, e ai miei occhi di adolescente digiuna di opera quella serata evocò le seguenti sensazioni: 1) noia 2) tedio 3) sgomento di fronte a scenografie che mi facevano pensare a un groviglio di braccia e gambe umane 4) ma cosa stanno dicendo questi qua che non si capisce niente 5) ma perché ci stai mettendo così tanto a morire che io ho sonno e voglio mettere fine a questa interminabile sofferenza.

 

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La seconda volta che andai all’opera avevo 20 anni. Accompagnavo di malavoglia un amico a vedere Aida. Ero in gradinata e la temperatura delle pietre si aggirava sui 74 gradi. Davanti a me c’era una famiglia di tedeschi in Birkenstock che mangiava pizza nel cartone, tenendo il coperchio aperto in verticale, sicché le 7 file dietro a loro non vedevano altro che il coperchio della pizza con una fetta di salamino ostinatamente aggrappata al cartone. Durata percepita: 22 ore. Sensazioni evocate: 1) noia 2) tedio 3) ma cosa stanno
dicendo questi qua che non si capisce niente 4) essendo io a digiuno, durante il trionfo ebbi un’allucinazione in cui una schiera di pollastri arrosto sgambettava sul palco a ritmo di can-can, come nei sogni di Obelix 5) ma perché ci stai mettendo così tanto a morire che io ho sonno e voglio mettere fine a questa interminabile sofferenza.

Per chi come me ha ascoltato solo rock, blues e jazz e non ha mai studiato musica, l’opera può apparire come una roba noiosa e anacronistica e pomposa dove non succede nulla per 4 ore e alla fine muoiono tutti fra mille ululati. Anch’io sono vissuta con questa convinzione finché, ironia della sorte, dieci anni fa mi ritrovai a lavorare in biglietteria proprio all’Arena di Verona durante la stagione lirica. Mi pareva brutto vendere biglietti di una cosa che non sapevo neanche cosa fosse, sicché una sera entrai a vedere questo famoso Barbiere di Siviglia di un tale signor Rossini che aveva dato il nome alla via dove abitavo da adolescente. Vediamo un po’ questo Rossini qua cos’ha fatto di tanto importante per meritarsi una via. A cambiarmi la vita fu la decisione di investire nell’acquisto del libretto: ehi, fermi tutti! Ora capisco cosa dicono! Riesco a seguire la storia! Oddio, ma fa anche ridere! É tutto bellissimo! Ma come, è già finito?
Ed eccomi conquistata alla causa dell’opera. Meglio ancora fu quando tornai a vedere Aida (prima o poi bisogna affrontare i propri demoni) con il mio amico Lorenzo, che ne capisce di musica. Lui mi spiegò la trama e mi illustrò come funziona un’orchestra, ecco vedi quello è il primo violino, detto anche “spalla”, ed è quello che dà il la e tutti accordano gli strumenti. Imparai anche i nomi degli strumenti, che non erano “violino”, “violino un po’
più grande”, “violino che si suona in verticale” e “quel coso che suonano negli Aristogatti”, ma “violino”, “viola”, “violoncello” e “contrabbasso”. Oplà.
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E un poco alla volta quell’agglomerato di gente che apparentemente ululava vocali a caso prese forma dall’incomprensibile babele di suoni e movimenti e diventò una magia irresistibile, un turbine di colori, musica, voci, luci, scenografie che vorticavano insieme in un’armonia perfetta, creando qualcosa di infinitamente più grande ed affascinante della somma dei singoli elementi. Altro che noia! Le storie raccontate dalle opere sono più avvincenti ed attuali che mai. Ho sempre pensato che tutto quello che c’è da sapere sulla vita fosse nelle canzoni dei Pink Floyd, nelle tragedie greche, in Shakespeare, nelle strisce a fumetti dei Peanuts e nella trilogia classica di Guerre Stellari. E ora anche nelle opere, naturalmente. Amore, malvagità, ambizione, tradimenti, eroismo ma anche ironia e qualcosa di noi in tutti i personaggi.

Orchestra-Arena-di-Verona
Siete state piantate dal fidanzato? Immedesimatevi nella povera Cio Cio San di Madama Butterfly e piangete tutte le vostre lacrime senza ritegno! Problemi con il capoufficio? Assaporate la giustizia poetica di Tosca che pugnala il malvagio Scarpia, sì proprio quello avanti a cui tremava tutta Roma. Quello che, al culmine del delirio di onnipotenza, tuona “Tosca, mi fai dimenticare Iddio”, e l’orchestra trattiene il respiro e il coro riempie ogni atomo dell’aria circostante con una potenza e una maestosità che ti vibrano nella cassa toracica. Ed ecco il Te Deum, una delle cose più intense e possenti che io abbia mai visto ed ascoltato in vita mia, e che non avrei mai scoperto se non mi fossi messa il dubbio che forse l’opera non è così noiosa come potrebbe sembrare.

 

Sono andata a vedere che cosa succede nel retropalco dell’Arena. Perché la magia esce da lì, dal frenetico brulicare di persone che corrono senza sosta per vestire, truccare, spostare scenografie, risolvere imprevisti, ecco, adesso il cantante deve uscire sul palco, un bel respiro e…ed ecco tredicimila paia di occhi che ti guardano e di orecchie che attendono la tua voce.
Come ci si sente? Come facciano i cantanti a non rimanere paralizzati dal terrore, io proprio non lo so. Sono felice di non essermi arresa alle prime difficoltà con l’opera. Non è un genere facile ed immediato, bisogna tribolare un po’ all’inizio, ma ne vale la pena. C’è così tanta poesia in queste storie, piene di passioni e crudeltà e ironia e speranza, tutto ciò che ci rende umani lo troviamo nell’opera. Impossibile non innamorarsene perdutamente.
E quindi, qual è il mio messaggio da “capra redenta” a chi non ha ancora messo il naso nel mondo dell’opera? Eccolo qui il mio messaggio: non sapete cosa vi state perdendo! Rimediate subito! Sceglietevi un’opera, ascoltatela più volte seguendola sul libretto(spoiler: per iniziare leggeri consiglio Rossini o Donizetti o magari Puccini, dove di solito i protagonisti muoiono più velocemente che in Verdi), studiatevi bene la trama perché a volte è molto complicata; infine andate a teatro, ormai ferrati in materia, e lasciatevi
trasportare dalla magia della musica. Senza Birkenstock e cartoni di pizza, mi
raccomando.

Sarah Baldo

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