LA SOCIETÀ IN SCENA: IL MAESTRO DI CAPPELLA/GIANNI SCHICCHI AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

Nessun genere come l’opera buffa ha raccontato l’uomo nelle sue pieghe psicologiche più profonde e nelle sue bizzarrie più evidenti.
Questo è quello che ci racconta il dittico Il Maestro di cappella/Gianni Schicchi, scelto da Fondazione Arena di Verona per chiudere la stagione lirica 2019 al Teatro Filarmonico.
L’intermezzo di Cimarosa mette in scena tutti i vezzi e i tratti parodiatici di un tipico musicista settecentesco e di tutte le convenzioni regnanti nel teatro musicale di quell’epoca, prendendo in giro anche gli stilemi della riforma gluckiana.
In Gianni Schicchi il buon Puccini creò invece un affresco corale (ma mirabilmente dettagliato) delle dinamiche di una strampalata famiglia alle prese con le solite beghe sull‘eredità del capostipite, le cui vicende si intrecciano a Gianni Schicchi, figura che appare nel XXX canto dell’Inferno dantesco.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Per Il Maestro di cappella veniva creata una nuova messinscena con la regia di Marina Bianchi e le scene di Michele Olcese. Il sipario si apriva su un salotto in stile Settecento dove un’orchestra da camera guidata dal Maestro e dal battitore, con tanto di bastone “à la Lully”, intratteneva degli aristocratici ospiti. Grandi protagonisti erano alcune prime parti dell’Orchestra dell’Arena, che abbigliate in foggia dell’epoca (costumi coordinati da Silvia Bonetti), suonavano e recitavano con irresistibile vitalità e dettagliata caratterizzazione. Lo stesso si può dire per il direttore Alessandro Bonato che si prestava con ironia all’azione teatrale.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Alessandro Luongo era un impeccabile protagonista, capace di venire a capo di una scrittura che unisce il virtuosismo vocale a quello interpretativo. Merito di tutto questo era in gran parte della regista Bianchi, la quale si riconferma magistrale professionista nel saper muovere i suoi personaggi e nel miniarne le sfacettate personalità anche in un pezzo dalla trama inesistente come Il Maestro di cappella. Ricordiamo i movimenti mimici curati da Luca Condello e le luci di Paolo Mazzon.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

La scena unica di Saverio Santoliquido e Claudia Boasso ci trasportano nella Firenze del primo Novecento e nella camera dove Buoso Donati ha esalato il suo ultimo respiro attorniato dai suoi avidi parenti. Nella semplice cornice scenografica risaltano i bei costumi di Laura Viglione, ma emerge soprattutto il lavoro magistrale di Matteo Anselmi che, riprendendo la regia di Vittorio Borrelli (lo spettacolo proveniva dal Teatro Regio di Torino), riusciva perfettamente a caratterizzare ogni personaggio senza mai scadere nel machiettistico, ma anzi, ridando ad ognuno la propria cifra psicologica caratterizzante.
Dopo l’esordio in scena con la “pièce” di Cimarosa, il giovane veronese Alessandro Bonato, guidava con pulizia e gesto efficace anche la partitura pucciniano, donandole giusto piglio e brillante ritmo teatrale.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Nel ruolo del titolo debuttava il baritono Alessandro Luongo, il quale giustamente si discostava da taluna tradizione che apparenta lo Schicchi ai personaggi dell’opera buffa. Al contrario Luongo metteva in evidenza il cinismo della figura e la sua esuberanza, grazie anche ad una vocalità sanissima che si colorava di efficaci accenti e ad un accento toscano naturale essendo Luongo pisano.
Accanto a lui tutti caratterizzano i propri personaggi in maniera encomiabile, a partire dal veterano Mario Luperi, tonante Simone.
Rossana Rinaldi è un’artista e la sua Zita è vocalmente quanto attorialmente di magnetica simpatia. L’imponente registro grave (Puccini è stato piuttosto impietoso con i mezzosoprani), imponente come la grigia parrucca che indossa, la rendono presenza teatrale vulcanica e irresistibile.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Brilla di luce propria la Lauretta di Barbara Massaro che con il suo canto sincero, voce cremosa e fresca presenza scenica dona emozione e lirico candore a “O mio babbino caro” provocando uno spontaneo e sentito ed entusiasta applauso a scena aperta.
Giovanni Sala viene a capo onorevolmente della impervia scrittura di Rinuccio, delineata con giovanile ardore e bella voce di tenore lirico puro.
Simpatiche le caratterizzazioni di Elisabetta Zizzo nei panni di una Nella tutta pepe e Alice Marini in quelli di una vanesia Ciesca, entrambe dotate di vocalità di prim’ordine e destinate a ben altri cimenti.
Ottimi anche gli altri: Ugo Tarquini (Gherardo), Betto di Signa (Dario Giorgelè), Roberto Accurso (Marco), Maurizio Pantò (Pinellino), Nicolò Rigano (Guccio) e Alessandro Busi (Maestro Spinelloccio/Ser Amantio di Nicolao). Una lode speciale al Gherardino del piccolo Leonardo Vargas Aguilar, già scenicamente disinvolto e sapiente.
Al termine un calorosissimo successo.

Francesco Lodola

Verona, 19 maggio 2019

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