“VIVA LA GENTE NOVA E GIANNI SCHICCHI”: FEDERICO LONGHI PROTAGONISTA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

Ci sono opera nelle quali il protagonista svolge non solo il ruolo di soggetto/oggetto drammaturgico della vicenda, ma anche quello di autentico fulcro vitale di tutto l’impianto narrativo e strutturale. E’ il caso sia de “Il Maestro di cappella” che di “Gianni Schicchi”, il dittico in scena in questi giorni al Teatro Filarmonico.

E’ in questo casi che la personalità d’interprete diventa fondamentale e imprescindibile. Ed è sempre in questi casi che il ruolo del regista gioca un ruolo fondamentale. Spesso si vedono allestimenti con un primo cast curato sotto tutti i punti di vista, mentre nei cast alternativi si nota un lavoro meno dettagliato e più annacquato.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Non è il caso della seconda recita di martedì 21 maggio, dove al titolare si alternava l’espertissimo Federico Longhi, reduce dal brillante successo come Schicchi al Carlo Felice di Genova con la regia di Rolando Panerai. Longhi come di consueto è interprete raffinato, dalla personalità istrionica capace di riempire la scena. Nel maestro di cappella emerge il “performer” sfavillante, dinamico, capace di districarsi con eleganza e magistero tecnico in una tessitura ardua e dalle necessità virtuosistiche superbe. Nell’opera di Puccini Longhi mette in scena tutta la sua esperienza, tutte le astuzie di un fraseggio rifinitissimo e di un’arte attoriale di alto livello. Il suo è uno Schicchi cinico, la cui furbizia non è mai caricatura ma è concreto e materiale ingegno. In tutto questo è assecondato da una vocalità di volume importante, dal potenziale drammatico in evidenza, solida e imponente su tutta la gamma, dal grave all’acuto, e in grado di realizzare fraseggi sfumati suggestivi e sempre appoggiati sul fiato in maniera tecnicamente ineccepibile. Per lui un bellissimo successo personale.

Un grande merito va anche a Marina Bianchi e a Matteo Anselmi, i quali hanno fatto un lavoro esemplare, sfruttando al massimo le caratteristiche dell’interprete e costruendo un personaggio diverso, delineato sui tratti personali di Longhi, facendone emergere la sua forza teatrale. In questo la Bianchi era coadiuvata dalla bella scena di Michele Olcese e i costumi coordinati da Silvia Bonetti, mentre Anselmi dal classico ed elegante impianto scenico ideato da Saverio Santoliquido e Claudia Boasso.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Accanto al protagonista si confermano eccellenti la Zita incandescente e irresistibile di Rossana Rinaldi e la Lauretta di Barbara Massaro, esempio di grazia e canto sincero. Lodi anche per il Simone di Mario Luperi, grande artista e grande personaggio sulla scena. Buono anche il Rinuccio di Giovanni Sala, così come gli altri: Alice Marini (La Ciesca), Elisabetta Zizzo (Nella), Ugo Tarquini (Gherardo), Marco Bianchi (Gherardino), Dario Giorgelè (Betto di Signa), Roberto Accurso (Marco), Alessandro Busi (Maestro Spinelloccio/Ser Amantio), Maurizio Pantò (Pinellino) e Nicolò Rigano (Guccio).

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Si conferma di buon livello per linearità e pulizia la direzione di Alessandro Bonato, al quale perdoniamo volentieri qualche accensione di troppo. Ottima la prestazione dell’Orchestra dell’Arena di Verona, trasformata nell’opera di Cimarosa anche in una compagnia di brillanti attori.

Francesco Lodola

Verona, 21 maggio 2019

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