“SE QUEL GUERRIER IO FOSSI…”: FRANCESCO MELI TRIONFA IN AIDA ALLA FENICE DI VENEZIA

Dopo ventun’anni al Teatro La Fenice di Venezia si celebra il ritorno di “Aida”, l’opera al quadrato, bersaglio di fanatismi melodrammatici, abusata e fraintesa. E ci ritorna nello storico allestimento di Mauro Bolognini.
Ed è proprio nella parte visiva che questa Aida non conquista. La regia è ripresa in modo magistrale da Bepi Morassi ed è evidente il lavoro sui cantanti, che recitano in maniera impeccabile, ma anche sulle masse, mosse con eleganza e sapienza. Tuttavia le scene lignee di Mario Ceroli non suggeriscono le atmosfere di Aida e i suoi mille colori. È buona l’idea dei due piani, così da dividere il popolo dai sacerdoti e dai dignitari della corte dei faraoni. Tuttavia è un’idea che rimane lì e non trova nessun risvolto. Il rischio di Aida è quello di voler fare a tutti i costi un allestimento minimale per esaltarne l’intimità, scolorendone però l’esaltante paletta cromatica. In questa Aida mancano i cieli azzurri, le atmosfere notturne, lo scorrere delle acque del Nilo. Non aiutano moltissimo neanche le luci di Fabio Barettin, mentre sono stupendi e sfolgoranti i costumi di Aldo Buti.
Discrete le coreografie di Giovanni Di Cicco eseguite professionalmente dal Nuovo Balletto di Toscana.

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©Michele Crosera

Riccardo Frizza invece ha colto perfettamente la duplice anima di Aida e ne ha realizzato una letteratura equilibrata, dalle sonorità sontuose e impattanti delle grandi scene di massa a quelle sempre sontuose, ma floreali del III atto. L’orchestra del Teatro alla Fenice risponde in maniera eccellente, così come il coro diretto da Claudio Marino Moretti.

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©Michele Crosera

Di bella vocalità la sacerdotessa di Rosanna Lo Greco e in rilievo il messaggero del veterano Antonello Ceron.
Ottima la prova di Mattia Denti quale imponente Re, mentre Riccardo Zanellato è un Ramfis a tratti ruvido nell’emissione, ma sempre padrone del personaggio.
Roberto Frontali appare come un Amonasro dall’indubbio istinto teatrale, capace di cogliere le grandi frasi salienti del ruolo, esprimendone appieno la forza drammatica ed emozionale.

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©Michele Crosera

Irene Roberts si difende dalle insidie di Amneris, non uscendone tuttavia vittoriosa. La voce è di bel timbro e il mezzosoprano sa indubbiamente cantare con bello stile, tuttavia non possiede la cavata del mezzosoprano verdiano e quindi il ruolo non viene fuori nella sua immensa prepotenza drammaturgica e la grande scena del IV atto non emerge a dovere.

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©Michele Crosera

Roberta Mantegna possiede in natura una vocalità adatta ai ruoli del Belcanto protoromantico, in possesso di un registro acuto importante (anche se talvolta un po’ metallico). Queste caratteristiche non si adattano ad Aida, la quale richiede voce ampia e vellutata per sostenere gli scatti drammatici del ruolo. Si notano delle felici intuizioni espressive, ma non sono sempre ben realizzate, così come i pianissimi e i filati non possiedono quella suggestione necessaria sia per i “cieli azzurri” che per le “foreste vergini” del III atto. Lodiamo comunque l’impegno di delineare un personaggio pulito e senza effetti di cattivo gusto.

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©Michele Crosera

Travolgente è il Radames di Francesco Meli ed eccezionale è la facilità con cui il tenore affronta il ruolo. Meli dimostra come è assolutamente adatto all’eroico condottiero egizio, con una vocalità che negli anni si è irrobustita mantenendo però la freschezza e l’enorme bellezza. “Celeste Aida” non è un’aria che solitamente ispira commozione, ma diventa spesso esibizione di canto stentoreo e a decibel spiegati: Meli invece la avvolge in una guaina timbrica dolcissima, eppure virile, conducendo la linea con superba eleganza, senza quella tensione per l’acuto che spesso spinge a tralasciare il resto, ma raggiungendo il Sib con assoluta naturalezza, e portandoci alle lacrime. Per tutto il resto della recita l’interpretazione del tenore genovese è come un sole che brilla di luce propria, ogni frase è miniata alla perfezione sia nel canto stentoreo che in quello di più languido abbandono, realizzato non nel falsetto, ma con pianissimi sempre sostenuti perfettamente sul fiato. Alla pari del cantante si muove l’attore, dalla gestualità moderna e coinvolgente.

Al termine un caloroso successo con una vera e propria ovazione per Francesco Meli.

Francesco Lodola

Venezia, 26 maggio 2019

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