FROM ROME WITH LOVE: L’ANGELO DI FUOCO AL TEATRO DELL’OPERA

Il primo giugno è andata in scena al Costanzi l’ultima recita dell’Angelo di Fuoco di Sergej Prokof’ev, opera assente dal Teatro dell’Opera di Roma dal 1966. L’allestimento è una nuova produzione a cura della regista Emma Dante che ambienta l’opera “nel ventre della terra”, non a caso la prima scena, ambientata da libretto in una locanda, e nella messa in scena una catacomba, in cui le stanze sono in realtà loculi. Questa visione cupa ma anche viscerale dell’opera è convincente, e alcuni spunti sono molto interessanti, ad esempio i ballerini onnipresenti sulla scena e lo stesso Angelo di fuoco, interpretato da un ballerino di brakedance, ben rappresentava il tormento che la protagonista Renata viveva nella visione non più dell’Angelo di Luce che fin da bambina la guidava in posti fantastici, ma dell’Angelo di Fuoco, mutazione avvenuta a causa della sua richiesta di unirsi carnalmente a lui.

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©Yasuko Kageyama/TOR

Se nella sua complessità l’allestimento era convincente, l’unica criticità era una certa esagerazione di stimoli che talvolta disturbavano. In ogni scena c’era troppo, succedeva troppo, si vedeva troppo. A completare la visione della regista vi era il lavoro di Cristian Zucaro per le luci, di Vanessa Sannino per i costumi, di Carmine Maringola per le scene e di Manuela Lo Siccome per i movimenti coreografici. Per quanto riguarda il versante musicale del cast sono necessarie alcune premesse. Innanzitutto notare come l’orchestra abbia in questa opera una sonorità molto presente e costantemente impegnata a dipingere tinte estremamente fosche, è in questo il maestro Alejo Pérez è stato magistrale, e che a conseguenza di ciò ai cantanti sono richieste doti vocali non indifferenti, per volume e espressività. Tali requisiti, dispiace notare, non sono stati soddisfatti da tutti gli interpreti, infatti esclusi i due protagonisti, Renata e Ruprecht e altri di cui diremo, gli altri interpreti erano spesso coperti dall’oceano orchestrale. Vi era di questo un certo scollamento di volume fra il palcoscenico e la buca dell’orchestra.

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©Yasuko Kageyama/TOR

La Renata di Elena Popovskaya, nella sua unica recita è stata decisamente all’altezza del ruolo, intensa nelle interpretazioni, più portata per gli slanci verso l’acuto che non per la prima ottava, ha reso un personaggio tormentato fin dalle primissime note, che fanno presagire quale sarà il destino della protagonista. Il Ruprecht di Leigh Melrose aveva il giusto impeto e la giusta grinta per interpretare un Ruolo così mascolino e scostante nelle intenzioni, anche lui aveva il focus giusto e la voce bucava l’orchestra con relativa facilità. Non del tutto soddisfacente è stato l’Agrippa di Nettesheim di Sergey Radchenko, che nonostante abbia reso il mistero del suo personaggio era per la maggior parte del tempo coperto dall’orchestra, così come l’ Indovina di Mairam Sokolova, sensuale e misteriosa sicuramente, ma molto poco sonora. Soddisfacenti invece i due padroni della locanda, seppur nella brevità del loro ruolo Anna Victorova e Timofei Baranov.

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©Yasuko Kageyama/TOR

Eccellenti scenicamente e vocalmente Andrii Ganchuk e Maxim Pasternak, interpretanti i ruoli di Johann Faust e del servo, e Mefistofele. Buoni anche i piccoli ruoli ricoperti da altri due talenti di fabbrica YAP, come Ganchuk e Baranov, i due tenori Domingo Pellicola e Murat Can Güvem, nei ruoli di Jacok Glock e il medico. Efficaci anche le sei monache: Arianna Morelli, Emanuela Lucchetti, Rita Cammarano, Virginia Volpe, Giuliana Lanzillotta, Lorella Pieralli, Maria Concetta Colombo e Donatella Massoni. Infine menzione d’onore al Coro del Teatro dell’Opera di Roma, diretto dal maestro Gabbiani, nella impervia parte corale che il finale dell’opera prevede.

Paolo Mascari

Roma, 1 giugno 2019

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