L’AMORE, PALPITO DELL’UNIVERSO: ULTIMA TRAVIATA ALL’ARENA DI VERONA

Ancora una volta il Brindisi risuona tra le pietre dell’Arena: Violetta resuscitata danza con il suo Alfredo e l’entusiasmo della folla si accende portando in trionfo la musica di Verdi. Così si chiude l’ultima recita della Traviata all’Arena di Verona con un cast del tutto rinnovato, a partire dalla direzione d’orchestra.
Un gradito ritorno sul podio per Fabio Mastrangelo, il quale riproponeva la sua lettura di Traviata intensa e sentita. È un’interpretazione fortemente teatrale, con tempi serrati e tinte fortemente espressive (magistrale il tono mortifero del preludio del I atto). Mastrangelo è poi accompagnatore attento, in grado di trascinare gli interpreti ad un risultato comune, qualità assai rara. Speriamo che il Maestro ritorni stabilmentee che anche altri teatri italiani ed internazionali lo considerino come merita.
Tra le parti di fianco ricordiamo il domestico/commissario di Stefano Rinaldi Milani e il Giuseppe di Max René Cosotti, mentre si distinguono la splendida Flora di Clarissa Leonardi e il Barone Douphol di Gianfranco Montresor. Accanto a loro il Marchese d’Obigny di Dario Giorgelè e il Gastone di Marcello Nardis.
Delicata e sensibile l’Annina di Daniela Mazzucato e ben delineato il Dottor Grenvil di Alessandro Spina.

©️Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Alfredo era il debuttante Stephen Costello, tenore di carriera prestigiosa e dall’indubbia prestanza vocale. Il tenore mette in luce un bel timbro e un volume vocale importante. Avrebbe giovato alla sua prova una guida registica più sicura volta alla definizione del personaggio.

©️Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Amartuvshin Enkhbat è un autentico baritono verdiano capace di piegare la sua voce a intimi e sfumati accenti, disegnando un personaggio nobile ed elegante, che conquista con la sua ieraticità e imponenza.

©️Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

È difficile trovare una Violetta più intensa e commovente di quella ritratta da Lana Kos. Il soprano croato, che ritorna a vestire i panni della cortigiana parigina su questo palcoscenico, mette in luce una vocalità di grandissimo volume, timbro ambrato (non scurito artificiosamente) e sicurezza su tutta l’estensione (Mib glorioso compreso). La lode è per come viene gestita tale vocalità a fini espressivi. Citiamo un momento per tutti: gli accenti sulle semicrome e le semicrome staccate dell’aria del I atto “Ah, fors’é lui che l’anima”. Lana Kos ci fa capire nettamente la distinzione tra questi staccati e quelli di “Caro nome”. Quelli di Gilda sono i palpiti di un cuore adolescenziale, mentre in Violetta sono gli scatti della sua nevrosi, che è presente fin dalle prime frasi dell’atto e che trova in “Sempre libera” il suo apice. Vogliamo altresì ricordare anche l’esecuzione commovente e straziante della lettera e di “Addio del passato”. Aggiungiamo a tutto questo l’attitudine ad essere Violetta negli sguardi e nei gesti. E questo non si insegna e non si costruisce.

Al termine un enorme successo e un trionfo personale per Lana Kos.

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