“IL MIO NEMORINO ALLA SCALA”: INTERVISTA A RENÉ BARBERA

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Rene Barbera, in occasione delle recite dell’Elisir d’amore di Donizetti alla Scala. Rene Barbera, che ha debuttato nel teatro meneghino l’anno scorso con Don Pasquale, è una delle voci tenorili più interessanti del momento, con una carriera ancora giovane ma già ricchissima di eventi e nomi di primo piano. In questa conversazione, ci ha raccontato gli inizi del suo percorso musicale, alcune sue prospettive riguardo al mondo dell’opera e i prossimi impegni fra Vienna, il Giappone e il centro Europa.

Innanzitutto, come ti sei avvicinato alla musica e all’opera?
Ho cominciato da piccolo, cantavo come soprano da bambino fino a 14 anni. All’inizio volevo fare il direttore di un coro di una scuola, ma poi ho fatto una audizione e mi hanno detto che avevo le qualità per cantare l’opera. Così ho cominciato a studiare pensando proprio a questo ambito, e ho fatto un programma in Austria a Graz. Non mi piaceva molto studiare per la scuola, e volevo dedicare più tempo a quello che mi appassionava, cioè cantare. In seguito, mi sono trasferito in Colorado, da mio fratello, e lì ho fatto altri lavori, mentre con la mia maestra Martine Rowland studiavo il canto. Poi ho conosciuto il direttore della North Carolina School of Arts, che mi ha presentato anche la mia attuale maestra. Da questa scuola ho fatto diverse audizioni che mi hanno portato progressivamente verso San Francisco, Florida Grand Opera e Lyric Opera of Chicago, che sono state le prime “grandi occasioni” che mi hanno poi consentito di accedere ai concorsi più famosi come Operalia e Met Opera Council.

©️Anna Barbera

In particolare quindi Operalia e Met Opera Council hanno rappresentato una tappa importante nel tuo percorso di crescita. Cosa ti ricordi di quelle esperienze?

Il Metropolitan era il mio primo concorso importante, anche se ancora a livello nazionale. Sono presenti molti osservatori di tanti teatri diversi. E’ stata una grande occasione per me anche per provare a stare su un palcoscenico davvero importante e confrontarmi con grandi artisti. Operalia invece è un concorso mondiale, e infatti dopo quello si può dire che la mia carriera sia proprio cominciata. Mi ha anche dato la possibilità di collaborare con cantanti di grande esperienza, come Giuseppe Flianoti, Frank Lopardo, Deborah Voigt e Susan Graham, e lì mi sono accorto che potevo imparare cose che di solito nelle scuole di canto, quando sei più giovane, non si possono insegnare, come per esempio il modo di stare sul palcoscenico, di gestire la performance e di dare vita, nell’esecuzione e nei gesti al personaggio. Mi ricordo bene quando, facendo la cover di Nemorino a Filianoti, guardandolo ho capito che il mio Nemorino doveva essere brillante e simpatico come il suo, e solo vedendolo e frequentando il palcoscenico ho capito questo.

Per un giovane cantante quindi è molto importante la “vita” del palcoscenico, la frequentazione con cantanti che hanno esperienza. Invece per un giovane spettatore, quale pensi sia il modo migliore di avvicinarsi all’opera?

Penso che il titolo scelto conti molto, per esempio un’opera come L’Elisir d’amore credo sia ideale: è una bella storia, allegra, semplice ma per niente frivola. Secondo me somiglia un po’ ad alcune romantic comedies del cinema che sono un genere di grande successo perché mettono allegria. Qui ti godi la musica, magari la scenografia e per chi canta è anche divertente se accadono degli “imprevisti” sul palcoscenico, perché anche quelli rendono la rappresentazione più frizzante e personalmente mi divertono e mi mettono alla prova. Il pubblico, con un titolo come Elisir, si sente bene, si diverte e si commuove, e se esci contento da teatro magari ti viene la voglia di tornare e ascoltare anche le opere diverse, anche le più drammatiche.

©️Brescia-Amisano/Teatro alla Scala

Hai un repertorio molto specializzato, che si concentra prevalentemente sul belcanto. C’è però un ruolo che desidereresti debuttare in futuro?

Sono contento perché il repertorio che faccio adesso è quello che ho sempre voluto cantare, e poi sono molto attento a conservare bene la voce, perciò non voglio spingermi in ruoli che adesso sarebbero azzardati, ma in futuro chissà, mi piacerebbe molto Rodolfo di Boheme, Cavaradossi e forse Turandot, insomma sarei curioso di esplorare il repertorio verista e in particolare Puccini. E’ una musica decisamente diversa, ma è bellissima, mi è sempre piaciuta. Poi nel mio repertorio adesso ci sono anche alcuni ruoli verdiani come il Duca di Mantova e Alfredo. Sono ruoli che per certi versi ricordano moltissimo ancora il belcanto, a volte sembra di cantare Donizetti.

Nemorino è un ruolo che ami particolarmente. C’è un personaggio per cui hai dovuto faticare di più nell’interpretazione?

Paradossalmente, proprio perché trovo molta affinità con Nemorino, è un ruolo dove a volte devo mettere un po’ di distanza nell’interpretazione. E’ un personaggio molto umano, e le cose che fa e che dice le ritrovo anche in alcune mie caratteristiche personali, e proprio per questo sono cose “non ragionate”; tu non sai cosa fai quando sei innamorato o quando vuoi piacere a una persona, agisci e basta. Perciò è forse più difficile chiedersi cosa farebbe Nemorino, mentre invece un personaggio che mi riesce più facile è il Duca di Mantova. Non sono per nulla simile a lui, e proprio per questo “recitarlo” mi viene più facile, c’è già una distanza tra me e il personaggio.

Ci sono secondo te differenze nell’essere un cantante lirico tra ieri e oggi?

Oggi viviamo in un’epoca in cui l’autopromozione a livello mondiale conta molto. Spesso però penso che questo aspetto sociale, che da un lato dà molta visibilità, dall’altro porti a considerazioni che sono un po’ al di fuori del mestiere del cantante lirico. Per esempio, penso che oggi l’attenzione al fisico vada un po’ a coprire la vera caratteristica di un cantante, cioè la voce. A parte che nel mondo esistono persone di ogni corporatura e statura, quindi penso che se sul palcoscenico si riflette questa cosa sia solo normale, ma poi credo che bisognerebbe sempre tenere in considerazione l’aspetto vocale e le qualità professionali di un cantante.

C’è un teatro di cui conservi un ricordo particolarmente emozionante?

Ce ne sono due in realtà: il primo è il Metropolitan, dove ho debuttato da professionista con L’italiana in Algeri. Di solito, quando ho un debutto non ci penso troppo, non voglio agitarmi. Certo, quando il giorno della prima mi sono arrivate centinaia di notifiche sul telefono, ho realizzato l’importanza del palcoscenico sui cui stavo per mettere piede! Però il Met è davvero un ambiente splendido, oltre che un teatro storico; il pubblico e le maestranze sono davvero gentili e appassionati, mi ricordo che prima della recita Peter Gelb è venuto a salutarmi e si ricordava addirittura le due arie che avevo cantato qui durante il concorso. E’ stato davvero gentile e mi ha messo tranquillità. E poi certamente c’è la Scala, dove ho debuttato Ernesto e poi ho cantato nel Requiem di Verdi. Per me Don Pasquale, con quella produzione e con un cast di bravissimi colleghi ha rappresentato davvero un grande momento della mia carriera. Poi mi hanno anche chiamato all’improvviso per una recita di Traviata, un’avventura perché me lo hanno chiesto il giorno prima, e insomma un titolo così, alla Scala, con Leo Nucci e Marina Rebeka, ero davvero emozionato anche se sul momento non ci ho pensato, sono andato e ho cantato.

©️Anna Barbera

E questo ritorno con L’elisir d’amore?

Per me è una grande opportunità, perché canto uno dei miei ruoli preferiti, che sento più vicini e ho l’occasione di esprimere questo in uno dei teatri più famosi del mondo, sono davvero emozionato.

Quali sono i tuoi prossimi impegni?

Dopo Elisir qui a Milano canto il Barbiere di Siviglia a Vienna, poi il Requiem di Verdi a Roma e lo Stabat Mater di Rossini a Lussemburgo. In seguito, un altro Barbiere in Giappone e La Sonnambula a Liegi.

Grazie a René Barbera e In bocca al lupo!

Stefano de Ceglia

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