BIENNALE MUSICA: INTERVISTA A UGO TARQUINI

La Biennale di Venezia è uno degli eventi culturali più importanti a livello internazionale, soprattutto per gli amanti delle arti visive, tuttavia con la rassegna Biennale Musica l’arte si riveste di suoni e di armonia. Proprio in questa circostanza abbiamo intervistato il giovane, ma già affermato, tenore Ugo Tarquini, protagonista di Tredici secondi, una prima assoluta del compositore Marco Benetti.

Innanzitutto come si è avvicinato al canto lirico?
Ho sempre amato cantare, un po’ per amore un po’ indotto dalla mia famiglia a dire il vero. La mia educazione vocale è iniziata da bambino all’interno del coro diretto da mio papà. Successivamente ho preso parte a formazioni più ridotte in cui quindi la vocalità spiccava maggiormente…tentare il percorso formativo del conservatorio mi è sembrata la strada appropriata per ambire a un percorso di formazione di spessore, oltre che a livello tecnico-vocale, nei termini della cultura della musica.
L’approccio al repertorio lirico è avvenuto appunto in conservatorio, prima di allora prediligevo cantare la musica rinascimentale e adoravo ascoltare i Queen e i Metallica. Ma, dal momento della sua “scoperta”, il fascino dell’opera mi ha catturato irreversibilmente, soprattuto perché in essa confluivano la mia passione per la musica con quella per il teatro che, nella forma della prosa, avevo anche coltivato sin dai tempi dell’adolescenza. Per fortuna, a questo amore per l’opera ha corrisposto la presenza degli strumenti adeguati per poter coltivare il sogno di una carriera artistica. Il talento, o meglio i talenti, emergono nel corso degli studi e nel mio caso con tutta calma.

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La Biennale di Venezia è uno dei più grandi eventi del mondo dell’arte: qual è il suo rapporto con le arti visive e in che mondo il canto e la musica in generale sono collegate?

Il mondo della pittura in particolare ha sempre avuto un grande impatto sulla mia emotività. Ad essere sinceri mi riconosco il limite di non saper prescindere, nelle arti in genere, dall’elemento puramente estetico, il che mi conserva un po’ diffidente rispetto a quelle espressioni fini a sé stesse (o apparentemente tali). Ma ritengo che la qualità si manifesti o meno a prescindere dall’aspetto stilistico e filologico, non è il mio un tentativo di denigrare l’arte contemporanea in generale, che è spesso viadotto di necessaria ricerca ed espressione di straordinaria bellezza. In questo senso la Biennale di Venezia è senza dubbio un’eccellenza nel panorama mondiale. Il vessillo recitato nei cartelloni promozionali che colorano la città, lo trovo eccezionalmente emblematico: “May you live in interesting times”. Volendo rimanere nel campo dell’opera, la costruzione del personaggio non può che essere contestuale al complesso scenografico, si diventa una parte di un enorme impianto visivo. Non si può quindi prescindere da una sensibilità volta a visualizzare l’arte (dovendo oltretutto saper vedere sé stessi al di fuori dei propri occhi) come uno stimolo a doppio flusso di comunicazione: da una parte quello di interiorizzazione dell’immagine, l’altro, inverso, in cui l’elemento emotivo si trasforma in creatività e quindi in rapporto con il proprio corpo.

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La Biennale dà spazio anche alla musica, soprattutto contemporanea: quanto è importante questa spinta alla creazione di nuova musica e come i teatri dovrebbero incoraggiare i nuovi compositori?

Non dimentichiamo che tutta la musica è stata contemporanea nel momento della propria composizione: la sua domanda è quindi, secondo me, equivalente al chiedersi quanto sia importante Bach, Verdi, Debussy o Nino Rota. Ennio Morricone per noi è un contemporaneo, per le generazioni future sarà un grande del passato. Caspita se una spinta alla creazione di musica contemporanea è importante! Non relegherei poi la contemporaneità ad una specificità stilistica: il concetto di tempo legato all’arte è piuttosto relativo in quanto la bellezza è sempre in qualche modo attuale, e ho avuto il piacere di conoscere compositori di eccezionale spessore in grado di esaltarne la forma.
L’Italia, in questo senso, è ancora una straordinaria fucina di talenti: non c’è nulla da fare, è troppo bello tutto ciò che ci circonda per non influenzarci a livello, direi, antropologico. Riguardo i teatri, devo dire che negli ultimi anni molti di essi hanno avuto l’audacia di produrre opere contemporanee di grande spessore, in alcune delle quali ho avuto il piacere di essere in cartellone. Ciò secondo me, per quanto le dicevo in precedenza, è fondamentale senza se e senza ma. Il fatto che alcune vette raggiunte nel nostro repertorio tradizionale siano stratosferiche e che pongano quindi un’asticella molto alta in termini di qualità è la premessa ideale e necessaria affinché la contemporaneità venga portata allo stato dell’eccellenza.

Ci racconti un po’ di Tredici secondi e come è stata costruita attorno alla sua personalità. 

Quest’opera su musica di Marco Benetti e libretto di Fabrizio Funari, viene composta specificamente per la presente edizione della Biennale di Venezia, in particolare per la rassegna Biennale Musica. Ora che sono da qualche giorno in prova ne riesco a comprendere maggiormente la complessità (spero) e, in un certo senso, la coerenza.
L’atmosfera che si crea mi ispira molto il paragone con la nota serie Black Mirror. In particolare, inizia un po’ come commedia surreale per diventare un racconto grottesco e paranoico, molto impattante a livello emotivo. Ognuno dei tre personaggi inizialmente antagonisti al mio, è chiuso in un suo mondo e si esprime ad un livello di comunicazione inintelligibile, connotato specificamente sia nello stile musicale che in quello linguistico.
In seguito ad un guasto all’auto, mi imbatto in questi tre personaggi dai quali cerco inutilmente di ottenere aiuto, finendo per impazzire e chiudermi anch’io in me stesso. Sia il plot che tanto più lo sviluppo sono molto più dettagliati e interessanti, spero che sarete in molti a darmene conferma. Il messaggio che comunque ne viene fuori, in sintesi, è la denuncia di una società moderna in cui i mezzi di comunicazione rendono la stessa un ostacolo piuttosto che uno strumento di unificazione. Come anticipavo, un po’ in stile Black Mirror. Io rappresento l’elemento di novità, di genuina purezza in questo mondo stereotipato, che tuttavia non riesce a distogliere gli altri individui dalla propria follia razionale e ipocrita, e che anzi, ne diventa parte. Come può immaginare il percorso drammaturgico del mio personaggio è piuttosto complesso perché muta dall’eccesso (specie in relazione agli altri personaggi) di realismo, a quello di follia. Assieme al personaggio, si evolve il linguaggio musicale e lo stile interpretativo. Vista la complessità di questo processo, mi sono più volte confrontato con il compositore in corso d’opera, esprimendogli le mie esigenze tecnico-vocali e preferenze interpretative. Marco è stato molto attento e disponibile nell’ascoltarmi. Posso quindi dire che il mio ruolo mi sia stato scritto su misura. Ed è questo uno degli aspetti più stimolanti nel campo dell’opera contemporanea: rendersi qualcosa di più che dei “semplici” interpreti.

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Quali sono le difficoltà e quali i vantaggi di essere creatori di un ruolo? E quali sono le emozioni nel potersi rapportare direttamente con librettista e compositore?

Come le dicevo, i vantaggi risiedono nel fatto di poter cucire il personaggio sulla propria pelle, in base alle proprie esigenze espressive e senza dover rispondere a dei paletti stilistici già ampiamente definiti da altri. Le difficoltà possono essere, come nel caso di questa produzione, nel dover affrontare un processo drammaturgico ed emozionale molto dettagliato e articolato nell’intento di conferire credibilità al personaggio, non potendo fare gioco forza su uno sviluppo lineare sia musicale che linguistico.
Ma è una sfida che sono felicissimo di raccogliere: sto vivendo una parentesi di vita davvero stimolante, di quelle cose che ti rendono ogni giorno un po’ diverso al giorno precedente, spero che riesca a trasmettere la sensazione con le sole parole…
All’invito che recita la sopracitata campagna di pubblicizzazione della Biennale “may you live in interesting times” posso rispondere “definitely I do”, che chiedere di meglio dalla vita?

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Nel suo calendario il compositore preponderante è Puccini: in che modo questo compositore ha aperto al Novecento e quali sono le sue affinità con il teatro musicale contemporaneo? 

Senz’altro Puccini è l’autore che più spesso mi capita di interpretare. Mi ritengo molto fortunato per questa “coincidenza”. Egli è, senza dubbio, il compositore che maggiormente mi rapisce il cuore, sia per la cifra stilistica ed emozionale delle sue opere, sia per l’aspetto straordinariamente attuale della sua composizione. Mi allaccio quindi alla sua domanda: Puccini non abbracciò la scelta di alcuni suoi contemporanei di aprire le porte al Novecento con uno stile che fosse di secca rottura con il passato, ma secondo me la sua innovatività risiede proprio nell’aver saputo unire la secolare tradizione dell’Ottocento italiano, con le sue struggenti melodie, ad una complessità armonica e drammaturgica che converge, nel Novecento, in un linguaggio universale e, secondo me, fuori dalle dinamiche temporali. Ciò lo rende a tutti gli effetti il ponte tra il mondo romantico e quello contemporaneo. Nelle sue opere (specie ne Il Trittico e Turandot), il tema, per quanto mantenga la sua bellezza espressiva, diventa quasi onomatopea: questo è straordinariamente moderno. È chiaro poi, essendo egli un eclettico studioso della sua contemporaneità, quanto convergessero nelle sue composizioni delle vere e proprie citazioni stilistiche di altri compositori che hanno fatto dell’innovazione del linguaggio musicale la propria connotazione, ad esempio come nel terzetto delle donne in Gianni Schicchi ci sia Debussy e quanto ci stia bene è meraviglioso.
Sarò io quello poco contemporaneo, ma a me Puccini non basta mai…

Grazie a Ugo Tarquini e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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