IL LOGGIONE EMILIANO: LUISA MILLER AL FESTIVAL VERDI

Nel singolare e affascinante contesto della chiesa medioevale di San Francesco, tra ponteggi e impalcature dei restauri va in scena una nuova attesa produzione di Luisa Miller.
Conclusasi la parentesi che ha visto per alcuni anni la rappresentazione di opere nel delicato ma splendido Teatro Farnese, la novità di questo Festival 2019 è tutta in un nuovo scrigno, assai diverso ma altrettanto suggestivo: la profonda e austera chiesa medioevale di S. Francesco del Prato, attualmente in restauro e pertanto interamente rivestita da una fitta rete di tubi metallici. Una sfida che certamente impatta tanto l’uso degli spazi (il palcoscenico è ricavato al termine della navata centrale, in corrispondenza dell’abside) quanto la resa acustica complessiva.

©️Roberto Ricci

L’opera scelta per l’occasione è Luisa Miller, splendido lavoro non particolarmente frequente sui cartelloni ma non per questo di scarso valore. Se ci si ferma a riflettere la scelta pare avere una certa coerenza: infatti se è vero, da un lato, che il melodramma ispirato a “Kabale und Liebe” di Schiller sperimenta ed inaugura definitivamente la stagione della produzione Verdiana dedicata all’indagine delle psicologie nei contesti privati e famigliari, dall’altro non si può trascurare l’insistente presenza del divino in un filo che lega l’evoluzione della trama dal principio alla fine.
Lo spettacolo dell’attesissimo e noto regista russo Lev Dodin sembra concentrarsi più sull’anima di questo luogo insolito che sul dramma di Verdi. Il tutto si fonda su un intelligente impianto scenico di Aleksandr Borovskij (autore anche dei costumi, fedeli e ben realizzati) che valorizza le forme dell’abside e delle strutture per i restauri con un qualcosa che ricorda il Globe Theatre di Londra, ove vengono disposti i coristi intorno alla scena. Particolarmente efficaci le luci di Damir Ismagilov, con tinte di colori che arrivano a riempire l’intera chiesa con effetti semplici ma sempre azzeccati. Il problema di fondo rimane però la pressoché totale assenza di una regia vera e propria: Luisa Miller viene rappresentata come la “liturgia dell’amore e come tale si sostanzia in una sorta di oratorio-concerto in cui i cantanti sono quasi sempre fermi e gli elementi scenici pochi ed essenziali. Una staticità geometrica, composta, simbolica e minimalista che valorizza indubbiamente il carattere sacro del luogo e di certi elementi presenti nell’opera ma che finisce, nella resa effettiva, per appiattire la drammaturgia ed estraniarsi da essa.

©️Roberto Ricci

Drammaturgia, il cui dinamismo viene inficiato anche dal punto di vista musicale, per l’acustica che pur rivelandosi equilibrata, è ben lontana da quella di un teatro; in un’opera come questa ciò è di grande importanza ma la colpa non va ricercata nella pur splendida prova dell’Orchestra e del Coro del Teatro Comunale di Bologna, diretti con grande cura dal M° Roberto Abbado. Le cifre distintive sono una grande raffinatezza interpretativa, una consapevolezza stilistica lodevole in una lettura scevra da vizi stereotipati e che si cala nell’intimità dei sentimenti umani con la giusta ricercatezza. Peccato dover constatare come tali qualità avrebbero avuto un risalto ben maggiore in un contesto più adeguato all’orecchio degli ascoltatori.
Giungendo in fine alle voci, spicca la bella prova del tenore Amadi Lagha nei panni di Rodolfo, che è apparso sicuro e generoso, capace di sfumature apprezzabili e di un fraseggio elegante.
Riccardo Zanellato è un Conte di Walter che trasuda nobiltà e autorevolezza ma che dal punto di vista vocale non appare in perfetta forma.
Martina Belli, interprete di Federica, convince con una performance di sostanza e solidità mentre da Gabriele Sagona traspare la giusta intenzione di dar vita ad un Wurm dal carattere perfido con la corretta incisività.

©️Roberto Ricci

Franco Vassallo, nella veste di Miller, ha dalla sua ottimi mezzi e un eccellente controllo che gli permette duttilità e generosità. Al tempo stesso pare esserci interpretativamente un crescendo che lo porta ad un meritato successo.
La protagonista, Luisa Miller, è Francesca Dotto, soprano che si districa tecnicamente con facilità e che può vantare una voce piacevole, una bella presenza e un canto variegato e pertinente.
Chiudono il cast Veta Pilipenko, nel personaggio di Laura e Federico Veltri, un contadino, entrambi corretti e perfettamente inseriti.
In conclusione va detto che anche dei cantanti, come dell’orchestra, avremmo potuto sicuramente apprezzare maggiormente la varietà d’accenti, i colori e le sfumature all’interno di un teatro. Di questa Luisa Miller, pur positiva nel complesso, sono una certa opacità e piattezza gli elementi caratterizzanti che non hanno comunque privato di un buon successo la recita del 5 ottobre.

Grigorij Filippo Calcagno

Parma, 5 ottobre 2019

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