FILOSOFIA PUCCINIANA: INTERVISTA A MARIO CASSI

Intervistare un artista più volte porta noi intervistatori a seguire sempre con più interesse lo sviluppo di una voce e di una personalità, facendo ogni tanto il punto sulla situazione, una sorta di bilancio. Questo è quello che ci succede con Mario Cassi, in questa nostra terza intervista insieme, un’intervista dedicata principalmente a Puccini e ai personaggi di Sharpless (in cui l’abbiamo recentemente applaudito a Verona) e Marcello, ruolo di cui è brillante interprete in questi giorni al New National Theatre di Tokyo.

Hai concluso il tuo 2019 con Puccini e Sharpless in Madama Butterfly al Teatro Filarmonico di Verona: parliamo di questo personaggio…
Per parlare di Sharpless credo si debba parlare prima di tutto di Puccini che ha realizzato per il baritono solo qualche personaggio (Marcello, Lescaut, Scarpia, Jack Rance e pochi altri), mentre ha sempre messo al centro delle sue opere il soprano e il tenore che si facevano da spalla. Dobbiamo quindi tenere presenti che i nostri personaggi non sono protagonisti e spesso neanche determinanti. Sono però personaggi che hanno uno sguardo particolare e speciale sulle vicende che gli scorrono accanto. Nello specifico di Sharpless dobbiamo annotare il fatto che nella versione del 1904 il ruolo aveva un’importanza ancora maggiore, anche se forse risultava meno “simpatico”. Questo per me ha una grande importanza perché è importante bilanciare la sua personalità, per far capire che in sintesi non tutti gli americani sono come Pinkerton. E’ fondamentale che non ci sia cameratismo tra i due, anzi Sharpless è un console, rappresenta l’autorità, il governo, mentre Pinkerton è un militare e rappresenta le caratteristiche di un membro dell’esercito. Bisogna veramente far capire la differenza tra i due, anche se spesso si tende a ritrarli come coetanei, cosa che io ritengo comunque sbagliata poiché è evidente che Sharpless sia più maturo, anche anagraficamente, di Pinkerton. Ritornando però ai ruoli baritonali di Puccini, è vero che lui non gli  regala grandi arie come al soprano (anche un ruolo mitico come Scarpia non le ha), però possono diventare protagonisti perché se si interpreta Puccini come si dovrebbe secondo me, ossia come un “recitar cantando”, le arie non esistono ma c’è questa linea teatrale continua. Puccini è davvero un mago: crea questi recitativi che si aprono in ariosi e scrive ogni dettaglio e richiede attenzione in ogni momento alla parola e ai colori di ogni accento. Il canto di conversazione che è il tratto fondamentale dello stile pucciniano sortisce un effetto straordinario, anche sul pubblico di oggi che molto spesso crede che l’opera manchi di comunicabilità e di intelligibilità. Questa è la grandezza di Puccini e anche la sua difficoltà, perché il Maestro è anche cattivo con il baritono perché gli fa cantare a voce fredda e fuori scena, subito la frase più acuta dell’opera con un Sol. Ovviamente lui componeva per dei cantanti che sceglieva e aveva a disposizione e quindi con delle caratteristiche personali. Sharpless lo vedo come un personaggio di mezza età e quindi saggio e autorevole. Una collega mi ha fatto notare una volta un dettaglio durante il dialogo del I atto tra il console e Butterfly, quando egli dice “E ci avete sorelle?”, quel “ci” è importantissimo, è uguale alla frase di Marcello de La Bohème, “ci ho gusto davver!”: sono toscanismi, quasi danteschi, quindi appartenenti al toscano raffinato e letterario, a cui Puccini secondo me teneva tantissimo, visto che anche lui personalmente scriveva le sue lettere in toscano aulico. Ci sono terre in Toscana (non la mia che è quella di Arezzo) come la Lucchesia, o la zona di Siena e Firenze dove la parlata locale ha un valore semantico molto forte, non è una cosa impostata, è del tutto naturale, non è un dialetto, è una lingua. Quel “ci” esprime il carattere del personaggio, e il tono confidenziale con cui si rivolge a Butterfly, ed è bella anche la risposta di quest’ultima: “Non signore. Ho la mamma.” come a dire che la mamma sarebbe “giusta” per lui. E’ assolutamente fenomenale, così arguto e sono solo due battute, che francamente spesso vengono trascurate e buttate via, ma se vengono recitate e dette con la giusta intenzione rendono grande questa scena: questo è Puccini, lo stile che lo identifica. Puccini non è l’acuto di Nessun dorma o della Lama di Tosca, certo ci vuole anche quello, ma Puccini è soprattutto questo, la grandiosità di questi dialoghi. Infatti nella versione della Scala 1904 era pieno di queste cose, “gettate a mani piene” direi, probabilmente anche perché scrivendo per la Scala Puccini voleva mostrare tutta l’identità del suo stile, ed è sintomatico che poi si accorga di aver esagerato davanti ad un pubblico che è ancora legato alle forme chiuse dell’aria e della romanza e infatti nelle edizioni successive opera dei tagli proprio in questo senso. Però l’opera successiva, che io adoro, “La fanciulla del West” sarà invece proprio il trionfo di questo stile e vedrà la completa sparizione delle forme chiuse. L’essenza di Puccini è proprio questa. 

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©Luca Bissoli

Proprio nei prossimi giorni vestirai nuovamente i panni anche del pucciniano Marcello nella Bohème a Tokyo…come vedi questi personaggi dal punto di vista interpretativo? poiché sono uomini che hanno quasi un punto di vista “filosofico” sulla vicenda…
Tornando indietro a Sharpless, spesso si dice che è il “grillo parlante”, ma non mi piace questa definizione, invece credo non si possa esprimere meglio che con la definizione di occhio “filosofico” e aggiungerei “morale”….quando lui dice “E’ un facile vangelo, che fa la vita vaga, ma che intristisce il cuor” innanzitutto è un’espressione molto toscana e poi il vangelo rappresenta proprio la morale per i cristiani. Oltre tutto quando lui pronuncia queste frasi mette in rilievo anche un suo vissuto personale, forse anche lui da giovane è stato come Pinkerton: per questo insisto che i due non possono essere coetanei e neanche comportarsi come due camerati. Credo proprio che Sharpless guardi con filosofia questa storia e che rispecchi in qualche modo anche lo sguardo di Puccini. Anche Puccini si è sicuramente comportato come Pinkerton nella sua vita, però con la coscienza e la consapevolezza di star facendo delle “bischerate”. Poi Puccini era un uomo assolutamente moderno, che si è sposato con una donna non divorziata e diede scandalo con la sua storia d’amore con Elvira, la quale fu sempre la padrona di casa, la donna più importante della sua vita anche se “cornuta”. Morì anche una serva, la giovane Dora Manfredi per la gelosia di questa donna. Quando fa dire certe frasi a Sharpless è un po’ come se le dicesse a sé stesso poiché lui conosce tutto il maschilismo di Pinkerton, quando il console dice “brindo alla vostra famiglia lontana” è come il professore di filosofia che bacchetta l’allievo ricordandogli che ha una famiglia che dovrebbe essere messa a conoscenza di questo matrimonio. Nella regia che ho fatto a Verona mi è piaciuto molto il fatto che Sharpless tiri fuori perfino la foto della fidanzata americana, perché non si vuole assolutamente rendere complice di quest’atto squallido….forse spera anche che Pinkerton cambi….può succedere che le persone cambino…forse no, in questo caso decisamente no. Tuttavia credo che assolutamente Sharpless rappresenti assolutamente Puccini: ricordo anzi un’edizione che vidi da ragazzino al Festival Puccini di Torre del Lago con la regia di Renzo Giacchieri, nel 1988, in cui Sharpless entrava nel II atto vestito esattamente come Puccini con cappotto e sigaro e ricordo la commozione della grande pagina con la lettura della lettera…

Ricordo che quando intervistai Alessandro Corbelli metteva proprio l’accento sull’emozione che deve scaturire quella scena, raccontando che il primo interprete Giuseppe De Luca aveva sempre l’applauso dopo quella scena…
Io adoro Corbelli, e mi trovo molto in sintonia con quello che lui dice. Io trovo che quella scena sia assolutamente grandiosa, anche se devo specificare che la scena non finisce prima dell’aria di Butterfly “Che tua madre…”, ma quel pezzo è parte integrante di una scena molto più grande che si apre con “Chiedo scusa” (in un mood che è molto simile a quello di Papà Germont con Violetta) e che si chiude con “tuo padre lo saprà, te lo prometto”. Bisogna però pensarla così, anche se molto spesso viene pensata come tanti pezzi divisi. E’ una scena magnifica che funzionerebbe anche in concerto secondo me e che dovrebbe scatenare assolutamente l’applauso, però come sappiamo il pubblico non è sempre dinamico in queste reazioni….anzi, bisognerebbe intervistare il pubblico anche su questo…perchè l’opera non la facciamo da soli, la facciamo tutti insieme, noi e il pubblico, e queste reazioni scaturiscono da un pubblico che ha attesa verso quella scena e non è lì solo per “Un bel dì vedremo” o pochi altri momenti dell’opera. 

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©Nino Machaidze

Spesso in Puccini, la fama dell’aria supera la qualità dell’esecuzione talvolta scatenando l’applauso…
Anche se Puccini probabilmente non ha mai scritto un’aria, forse l’unica romanza vera è “Che gelida manina”, ma per il resto è tutta musica che fluisce in altra musica….pensiamo a “Nessun dorma” che è diventata mitica ma che proprio per consentire l’applauso di rovina una scena meravigliosa. “La fanciulla del West” è paradigmatica in questo perché alla fine di tutti e tre i pezzi solistici più importanti scattano le frasi successive che devono essere dette perché  continuano quello che viene prima e aprono a quello che viene dopo. Ricordiamoci poi che più o meno coevo di Puccini c’è un compositore come Richard Strauss nelle cui opere è praticamente impossibile applaudire anche con scene trascinanti, tanto sono concatenate come un vero e proprio flusso sonoro continuo.…quello che in letteratura fara’ Joyce per capirci. Si potrebbe parlare ore di questo argomento: Puccini e il puccinismo, ossia come è stato accolto Puccini e poi come è stato trasformato. Non si è mai sentito parlare di vera filologia in Puccini o di un lavoro per ottenere la pulizia di tutte le incrostazioni della tradizione, e basterebbero invece solo poche cose perché lui ha davvero scritto tutto. Ovviamente tutti noi dopo un’aria ci sentiamo gratificati dell’applauso, ma forse in Puccini l’importante sarebbe mantenere la tensione e scatenarsi con gli applausi alla fine. Puccini era molto esigente nel suo lavoro e per questo ha dato indicazioni su tutto ed era anche autocritico e questo traspare anche dalle sue lettere. Delle volte non serve andare a cercare chissà che versioni, ma semplicemente osservare e rispettare tutte le indicazioni di un autore che era pienamente cosciente delle sue richieste ed era un assoluto perfezionista. Queste cose non le dico casualmente, ma sono cose che ho imparato ed assorbito, per esempio da una figura come Gian Carlo Menotti, che era un compositore a sua volta, oltre che un regista e il creatore del Festival dei Due Mondi di Spoleto, il quale diceva che dopo Monteverdi il più grande creatore del “recitar cantando” è stato Puccini. Certo, in Verdi c’è il concetto della “parola scenica” ma il recitar cantando pucciniano è un’altra cosa. Anche i compositori successivi non arrivano a realizzarlo, penso all’Andrea Chènier di Giordano, un’opera meravigliosa, ma che non ha nulla dello stile di Puccini e anzi riprende in qualche modo le forme chiuse dell’opera tradizionale ottocentesca. Il recitar cantando di Puccini insiste sempre sul registro centrale della voce, giocando magari anche per dieci minuti sempre sulle stesse note e la stessa gamma vocale, senza dare al cantante lo sfogo dell’acuto e costringendolo anche qualora ci sia quest’ultimo ad essere sempre legato alla parola. Nel Verismo impera invece il canto spiegato che deve colpire e sfogarsi. 

Anche per questo Puccini non va in nessun caso considerato un verista…
Assolutamente no, anche nelle opere più drammatiche come Tosca. Puccini non ha nemmeno la mentalità di un autore verista o di ideologia. Puccini non ha scritto una “Cavalleria Rusticana”, anzi ha inseguito per tutta la vita una collaborazione con Gabriele D’Annunzio…

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Passiamo invece a Verdi e al tuo debutto più importante del 2019: Amonasro…
Sì, è stato per me il debutto dell’anno, a Verona, all’Arena, nell’edizione del 1913 che vidi da bambino…fortunatamente è stato tutto in un periodo molto convulso in cui ho affrontato ben 6 personaggi in 3 mesi!!! ….così non ho avuto tempo di pensarci troppo. E’ stato per me una sorpresa cantare questo ruolo, una sorpresa nata dopo una richiesta della Signora Gasdia che io ringrazio. Mi ha preso quasi alla sprovvista, perché rispetto al Conte di Luna o anche Rigoletto che sento davvero nella mia gola e non mi fanno paura, non avevo mai considerato Amonasro come un ruolo nelle mie corde, anzi l’avevo sempre un personaggio da baryton vilain. Invece non avevo capito niente, perchè un ruolo breve ma intenso ed è davvero un regalo straordinario che Verdi fa al baritono: ha questa entrata dopo il trionfo, la scena più attesa dal pubblico e entra in modo possente e deve far capire fin da subito che anche se è vestito da schiavo ed è prigioniero, è comunque un re. Quello è un momento elettrizzante. E’ stata una sorpresa la facilità con cui la mia voce si è adattata al ruolo e ho trovato che i momenti in cui è più esposto sono poi i più facili per la mia voce come le puntature acute. Cantarlo in Arena poi è straordinario, ti senti così “potente” quasi, puoi prendere questi suoni e ammorbidirli e abbracciare tutta l’Arena con la tua voce. Ho avuto la fortuna di avere per tutte e due le recite due cast straordinari, con due Aida meravigliose, Maria José Siri e Saioa Hernàndez, due interpreti di riferimento, il Maestro Francesco Ivan Ciampa che mi ha fatto proprio notare le grandi oasi liriche del ruolo e mi ha spinto a fraseggiare in maniera sfumata e a giocare con i colori, soprattutto nell’evocazione delle foreste imbalsamate. E’ stata un’emozione straordinaria e devo dire che l’ho affrontata anche con grande coraggio, non avendo fatto prove, e avendo incontrato i colleghi direttamente in palcoscenico. E’ un personaggio che voglio riprendere presto, anche in altri contesti, anche se certamente in Arena, cantare Aida dona delle emozioni irripetibili e impagabili , forse soprattutto, nelle scene intime e più liriche. In Arena si può cantare benissimo anche con i pianissimo e con tutte le dinamiche che desideri e grazie a quei suoni in uno spazio così enorme la suggestione diventa ancora più grande. Fare Amonasro in Arena per un baritono è come fare un Master di II livello!

Hai altri debutti verdiani all’orizzonte?
Inizierò a breve a studiare il personaggio di Rodrigo del “Don Carlo” che debutterò nella stagione 2021/22. Per quanto riguarda il repertorio non verdiano, ma di pari interesse è il debutto che farò al Teatro San Carlo di Napoli nel ruolo di Léandre ne “L’amour des trois oranges” di Prokof’ev. 

Grazie a Mario Cassi e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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