“AI CAPRICCI DELLA SORTE”: L’ITALIANA IN ALGERI AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

In una Verona ancora non in preda alla psicosi da coronavirus è andata in scena il 23 febbraio la prima de L’Italiana in Algeri, il capolavoro rossiniano che tornava al Teatro Filarmonico dopo qualche anno di assenza, in una brillante coproduzione con la Fondazione Teatro di Pisa e la Fondazione Teatro Verdi di Trieste firmata per la regia da Stefano Vizioli con le scene e i costumi di Ugo Nespolo.

L’artista avvolge le divertenti vicende di Isabella & co. in un universo visivo fatto di colori accesi, quinte dipinte e piccoli elementi scenografici dal grande effetto ironico: il vascello che naufraga, il grande tavolo con i fila copricapi di tutti i tipi. La stessa vivacità contraddistingue i bellissimi costumi, la cui preziosità risaltava ad occhio nudo.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Vizioli si inserisce nel preponderante impianto visivo guidando i solisti e le masse con pulizia di movimento, ma allo stesso tempo con bella dinamicità. Efficaci i movimenti mimici di Pierluigi Vanelli.

Sul podio ritrovavamo il Maestro Francesco Ommassini al ritorno al suo repertorio d’elezione, quello del Belcanto, dopo la riuscitissima Butterfly di dicembre. Ommassini si è imposto ancora una volta per la pulizia della sua direzione e per la cura verso il palcoscenico, mai sovrastato dal volume orchestrale. Bene si comportava il coro diretto da Vito Lombardi.

Sul palcoscenico un cast compatto, il cui merito principale è quello di aver dato forza musicale e scenica al meccanismo rossiniano.

Daniela Cappiello dava voce e brillante presenza teatrale ad Elvira, mentre Irene Molinari, già bravissima Fidalma nel Matrimonio segreto di qualche mese fa, era una lussureggiante Zulma, con doti vocali e interpretative destinate a ben altri cimenti.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Dongho Kim sfrutta al massimo la sua aria “Le femmine d’Italia”, mettendo in luce una bella voce di basso-baritono e un’accentazione arguta e sapida.

Francisco Brito si difende dalle insidie di un ruolo massacrante come quello di Lindoro, grazie ad una bella vocalità solare e latina, in cui però si scorgeva un velo di stanchezza.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Vasilisa Berzhanskaya (Isabella) è dotata di interessante vocalità, fascinosa nelle frasi più liriche del ruolo, ma anche nelle agilità affrontate e snocciolate senza colpo ferire. Anche il personaggio era interpretato con elegante aplomb, tuttavia vedremo meglio le sue doti vocali e anche il suo temperamento in ruoli seri e specialmente in quelli Colbran, dove potrà mettere in evidenza la vera natura della sua voce che è quasi quella di un falcon.

Autentiche colonne portanti dello spettacolo sono il Taddeo di Biagio Pizzuti e il Mustafà di Carlo Lepore, entrambi animali da palcoscenico occupati solo a divertirsi e a divertire.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Il primo esaltava la sua voce sanissima di baritono dal timbro naturalmente bello messo al servizio di una musicalità ineccepibile e di una tecnica sicurissima che lo aiutano alla costruzione di un personaggio spontaneo. L’aria “Ho un gran peso sulla testa” era uno dei momenti più riusciti di tutto lo spettacolo con tanto di uscita in braccio a due figuranti.

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Carlo Lepore è un rossiniano di enorme esperienza, alle prese con uno dei ruoli più significativi della sua carriera, Mustafà, incarnato anche in questa occasione con una vis di attore e cantante parimenti straordinaria. Un grande artista che si mette al servizio della scrittura del compositore e della costruzione di un personaggio completo e originale.

Al termine un brillante successo. Buona la prima in questo caso, visto l’annullamento delle repliche successive.

Francesco Lodola

Verona, 23 febbraio 2020

 

 

 

 

 

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