“IO VIVO IN TE, TRIONFALMENTE, O AMOR!”: ISABEAU DI MASCAGNI

Il Medioevo diventa per gli autori sia musicali che letterari del Tardo Ottocento e dei primi vent’anni del Novecento un baule di gioielli da cui attingere per rinnovare la propria arte, per creare un linguaggio espressivo nuovo. La ragione per la quale essenzialmente il Tardo Medioevo fu di grande ispirazione per il Decadentismo è che l’oscurità di questo periodo fu riletta in una chiave poetica che vedeva nelle ombre di quell’epoca (poi realmente non così tetra) dei risvolti estatici e lascivi.

Esempio perfetto ne è la trilogia incompiuta dei Malatesta del D’Annunzio a cui si interessarono negli stessi anni Pietro Mascagni e Riccardo Zandonai. Quest’ultimo si dedicò alla Francesca da Rimini, che è forse l’opera più emblematica, e sicuramente anche la più riuscita, del Decadentismo musicale italiano. Inoltre l’opera di Zandonai è l’unica ad essere in qualche modo sopravvissuta all’oblio grazie soprattutto ad interpreti che hanno fatto dei personaggi principali dei loro rôle fétiche: Magda Olivero, Mario Del Monaco, Raina Kabaivanska, Daniela Dessì e Fabio Armiliato. 

Isabeau1912

Mascagni però fu colui che si dedicò più ampiamente al filone medievale con Parisina e soprattutto con Isabeau, con la quale il compositore livornese annunciava di voler creare “una cosa tutta nuova e che rappresenti la esatta e compiuta estrinsecazione del concetto che ho del melodramma moderno”. 

Nel 1904 Luigi Illica creò un libretto tratto dal poema dell’inglese Alfred Tennyson, il quale aveva a sua volta preso ispirazione per le sue vicende dalla leggenda medievale di Lady Godiva, la nobile figlia del Conte di Coventry riluttante al matrimonio e quindi costretta nella notte a cavalcare nuda lungo le strade della contea senza che nessuno possa osservarla, pena la morte. In qualche modo una Turandot in salsa cavalleresca con finale tragico. 

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Maria Farneti prima interprete di Isabeau

Nell’opera di Mascagni la pura Isabeau accende l’amore di Folco, un falconiere, che sfidando il proclama del Re osa ammirare la cavalcata notturna della principessa e per questo viene messo in carcere, dove ella si reca per salvarlo finendo per morire suicida dopo che Cornelius, il perfido ministro reale, ha ucciso il giovane amato. 

Illica racconta questa vicenda dai contorni sofisticati e piuttosto bislacca con una raffinatezza tale da renderla forte da un punto di vista drammaturgia. Come sempre il fil rouge del drammaturgo piacentino è “la brevità, gran pregio” come dice Rodolfo nel I atto de La Bohème: l’azione drammatica è coincisa, i caratteri, seppur appena abbozzati dal punto di vista psicologico, hanno in ogni caso una loro forza nel gioco teatrale. Certamente non si ritrova in questo libretto la stringatezza e l’asciuttezza dei libretti pucciniani creati in collaborazione con Giacosa. Basta prendere ad esempio l’entrata di Isabeau che avviene con grandi frasi ampollose, che risentono del gusto dannunziano. 

Ecco, non si ritrova nel libretto di Isabeau l’Illica dal linguaggio certamente raffinato ma anche estremamente privo di ridondanza. Qui troviamo invece il gioco della parola come primo interesse dell’autore, talvolta con giochi di metafore e un aulicità che tolgono incisività al dramma. 

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Bernardo De Muro nei panni di Folco all’Opera di Roma nel 1914

Ma veniamo al lato musicale che non è alla pari del libretto privo di interesse. L’opera andò in scena la prima volta al Teatro Coliseum di Buenos Aires il 2 giugno 1911 con artisti di chiara fama, come Maria Farneti nel ruolo del titolo, una delle più celebri interpreti mascagnane.

Addentrandoci nel tessuto musicale chiariamo subito che Isabeau non ha nulla a che fare con il Mascagni di Cavalleria Rusticana, ma il principio di costruzione della partitura è lo stesso. Se in Cavalleria il compositore cerca di ricreare le atmosfere della novella di Verga, utilizzando elementi della musica popolare come la canzone siciliana che apre l’opera o lo stornello cantato da Lola nel mezzo del duetto tra Turiddu e Santuzza. 

In Isabeau Mascagni cerca di ricreare il Medioevo, attraverso l’utilizzo di una trama orchestrale che privilegia architetture gotiche imponenti e fanfare con squilli di trombe. 

Giova annotare che Isabeau arriva dopo opere come Iris e Amica, titoli in cui la sperimentazione mascagnana si è intrecciata con le correnti musicali europee, a partire da quella wagneriana, la cui forte influenza si percepisce nettamente in Iris, opera che si deve considerare la più riuscita dopo Cavalleria. 

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La celebre Gilda Dalla Rizza come Isabeau a Roma nel ’14

Mascagni durante la composizione di Isabeau scrisse a Illica quello che potrebbe sembrare quasi un manifesto programmatico dello stile infuso in questo titolo, egli dice infatti: “ho già concepito un tipo di strumentale che lascerà a distanza astronomica tutti i Debussy e gli Strauss di questo mondo”. In realtà più che lasciarli a distanza Mascagni si immerge nello stile di Debussy e Strauss realizzando un’opera dal sapore cosmopolita, del tutto diversa da tutti i titoli italiani contemporanei. 

Forse in questo sta la difficoltà di metterla in scena, oltre che l’utilizzo di una scrittura vocale improba che mette seriamente alla prova il soprano ma soprattutto il tenore con una tessitura imperniata sul passaggio e sull’acuto vigoroso. 

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Marcella Pobbe affascinante Isabeau a Napoli nel 1972

Un’opera che meriterebbe certamente un suo spazio, a patto di trovare una compagnia di canto in grado di reggere al gravoso impegno. L’unica registrazione completa risale al 1972, un’incisione dal vivo di una preziosa recita al Teatro San Carlo di Napoli che schiera nei due ruoli principali Marcella Pobbe, che univa indubbia pregevolezza vocale ad un’affascinante presenza teatrale, e Pier Miranda Ferraro, all’epoca uno degli Otello più affermati accanto al mito Del Monaco, capace di disegnare autorevolmente il personaggio di Fosco con la sua impervia vocalità. 

Francesco Lodola 

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