“CANTO PER AMORE”: INTERVISTA A EVA KIM MAGGIO

“Una voce benedetta dal cielo per bellezza, calore e ampiezza”: così descrivemmo la voce di Eva Kim Maggio la prima volta che la sentimmo in una fortunata Bohème veronese. E in questi due anni la voce di questa giovane artista è cresciuta approdando a palcoscenici italiani importanti come il Teatro Bellini di Catania, dove ha debuttato nel ruolo di Butterfly e il Teatro dell’Opera di Firenze, dove la sua Mimì ha conquistato nuovamente il pubblico. In questo periodo di “silenzio” abbiamo intervistato il soprano, percorrendo con lei le tappe del suo percorso, dallo studio al palcoscenico.

Com’è nato il tuo amore per il canto?
Ho sempre amato cantare, e nel mio paese, la Corea, coltivare l’interesse per musica è una cosa che viene incoraggiata molto e si comincia molto presto a studiare. Ricordo che a dodici anni feci l’esame per essere ammessa nella scuola di musica e venni bocciata: era la mia prima volta sul palco e cantai “Sento nel core” di Scarlatti all’ottava superiore per la troppa emozione. Prendevano solo undici allievi, io ero la dodicesima! Dopo quella bocciatura lasciai il canto, frequentai la scuola media regolarmente, soffrendo un po’ perché volevo comunque cantare. All’età di quattordici anni ho ricominciato a studiare privatamente il canto e l’anno dopo dalla scuola di musica mi hanno chiamata perché un loro allievo si era ritirato e volevano sapere se ero ancora interessata a frequentare e a studiare canto da loro. Successivamente mi sono iscritta al Liceo Musicale e ho cominciato a studiare in una classe formata da ben trenta allievi sotto la guida della Maestra Eunkyung Oh. Il sistema coreano è molto competitivo e noi studenti siamo perfettamente coscienti di chi è il primo della classe e chi l’ultimo. E’ un sistema che ha dei vantaggi e degli svantaggi, io personalmente non lo trovo molto fruttuoso. La competizione serve anche per accedere alle migliori università del paese. Io studiavo come una pazza, avevo delle giornate che non finivano mai, non esistevano weekend né momenti di riposo. Però grazie allo studio sono riuscita ad entrare all’Università che è ritenuta la più prestigiosa di tutta la Corea, ma anche lì la competizione non si ferma (ride)!  All’Università ho incontrato la mia maestra Hye-yeon Seo, un soprano che ha studiato anche a Milano e ha fatto carriera in europa , la quale mi ha davvero aiutata nel capire lo sviluppo tecnico della mia voce: sono arrivata da lei che non sapevo usare il fiato, avevo solo la mia passione per il canto. Non mi sono scoraggiata davanti alle difficoltà e le ho chiesto di poter fare tantissime lezioni in più. Mi ha aiutata a costruire la mia voce, facendo attenzione ad ogni suono…solo alla fine di una interminabile serie di lezioni mi ha detto che il suono era buono (ride). In una settimana mi dava dieci lied o dieci arie e io per la lezione successiva le avevo già memorizzate e studiate meticolosamente. E’ lei che dopo l’Università mi ha consigliato di venire in Italia. Però io avevo paura di lasciare il mio paese, anche perché fino a quel momento avevo vissuto con i miei genitori e i nonni, e andare fuori un po’ mi spaventava, cosi sono venuta in Italia prima venuta con la maestra, di cui nel frattempo ero diventata anche l’assistente. La maestra era un’allieva della grande Maria Chiara e del grande Pier Miranda Ferraro e ha portato me ed altri allievi dell’università a fare un masterclass di due settimane con loro. Ancora prima di venire in Italia ho fatto la mia prima audizione all’estero, alla Royal Opera House di Londra, per partecipare allo Young Artist Program del teatro. Infatti qualche mese prima era venuto uno dei direttori del programma a fare un masterclass alla mia Università in Corea ed era rimasto molto colpito e commosso dalla mia voce, diceva che non aveva mai sentito cantare una coreana così…in Occidente spesso si dice che noi non siamo espressivi quando cantiamo, non so perché (ride). Ricordo l’entusiasmo di uscire per la prima volta dalla Corea e di essere in Europa, a Londra, sapendo solo qualche parola di inglese (ride)!

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Veniamo però alla tua avventura italiana…
Praticamente dopo questa audizione mi sono trasferita a Milano, dove ho frequentato il Conservatorio, e per il primo anno circa cantavo un repertorio pesante, Santuzza di Cavalleria, Forza del destino, Tosca, Le Cid…un repertorio forse troppo pesante per la mia giovane età. Partecipavo ai concorsi, ma non riuscivo mai ad arrivare in finale, così una mia amica mi ha consigliato di andare a studiare con Bonaldo Giaiotti e dopo di che ho studiato con lui per sette anni. Nel 2012, dopo tre mesi di studi con lui ho vinto il Concorso Iris Adami-Corradetti di Padova…ricordo che alla finale, al momento dell’annuncio del primo premio non ho sentito dire “il soprano coreano”, ma solo “coreano” e quindi sono andata dall’altro ragazzo coreano che partecipava e gli ho detto: “Bravo! Hai vinto!”…poi hanno detto il nome e sono finalmente uscita a ricevere il premio, in lacrime (ride). 

Parliamo un po’ del tuo percorso di studi con il Grande Giaiotti…
 Quando ho cominciato a studiare con lui andavo una volta alla settimana, ma siccome sono un po’ pazza e non mi bastava mai, alla fine ho cominciato ad andare a lezione ogni due giorni. Facevo con l’iPad la registrazione video di tutte le lezioni e dopo quando andavo a casa ascoltavo e guardavo in loop il video studiando come applicare quello che lui mi aveva detto. Giaiotti mi ha aiutato a cambiare molte cose che non andavano, soprattutto l’emissione, perché io tendevo a scurire il suono per fare il soprano drammatico, anche se non volevo. Lui mi ha giustamente spiegato che essendo già un soprano lirico pieno tendente allo spinto non avevo bisogno di incupire la mia voce. Oltre all’insegnante di canto però è stato per me anche un maestro di vita, una persona squisita che si è veramente presa cura di me: mi invitava a restare a pranzo, a cena, facevamo delle passeggiate insieme. Mi sento di dire che siamo diventati una famiglia, mi hanno “adottato” in qualche modo. Negli ultimi anni perfino non mi permetteva di pagarlo per le lezioni, mi diceva sempre: “Mi hai già dato abbastanza soldi, basta!” (ride)…era davvero una persona eccezionale. Quando dopo le lezioni pranzavamo insieme, lui preparava da mangiare e io poi mi offrivo di pulire i piatti, ma lui mi sgridava perché non voleva, però a me sembrava il minimo per ripagarlo della sua grande generosità. Ritornando al canto, mi ha anche guidato nell’ascolto e nella scoperta di alcuni cantanti dell’epoca d’oro che mi hanno ispirato e aiutato nello studio…penso a quando studiavamo Trovatore e lui mi consigliò di ascoltare Antonietta Stella, la cui voce diceva assomigliasse alla mia. La Stella è una voce che ascolto molto anche ora perché mi piace davvero molto, così come Maria Chiara, Leontyne Price (anche se come diceva il Maestro la sua voce in disco non è minimamente paragonabile a quello che era dal vivo) e Martina Arroyo per esempio nella Forza del destino. Il Maestro mi raccontava tantissime cose che erano successe sul palco, condividendo la scena con tutte questa grandi cantanti.  Prima che il maestro morisse stava molto male, ma non me lo ha detto perché lui sapeva che io stavo preparando un concorso e ho saputo da una amica che si preoccupava di lui e di me. Quindi ho fatto subito una corsa da lui e stava proprio male. Quindi l’indomani siamo andati in ospedale per ricoverarlo e ho passato una notte in ospedale con lui. Ogni ora peggiorava e pregavo che potesse stare meglio. Quando facevo da mangiare il maestro mi diceva “sei veramente buona persona” e scoppiavo quasi a piangere. Anche se aveva tanto dolore non perdeva mai la sua gentilezza e la sua dignità. Il suo ultimo salute così sorridente è rimasto nel mio cuore.

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©Giacomo Orlando

Ma c’è un particolare consiglio del Maestro Giaiotti che ti viene in mente durante il tuo studio quotidiano?
Il suo più grande insegnamento è sempre stato quello di cantare sul fiato. Con me lui ha molto insistito (giustamente) sulla respirazione…io non sapevo come e dove respirare fondamentalmente. Mi ha insegnato a non spingere mai, mentre prima appena avevo un problema o magari non stavo bene spingevo, forzavo la mia voce come il motore di una macchina! (ride). Non c’è nessuna aria che io tutt’ora canto che io non abbia studiato e preparato con lui. Mi ha anche aiutato nel costruirmi il registro grave e mi ha insegnato ad utilizzare la voce di petto: alcuni sono contrari, ma io credo che sia importante averlo anche per dare omogeneità alla voce, oltre che per essere udibili anche con orchestrazioni imponenti. 

Giaiotti ebbe una carriera prodigiosa, lunghissima: ti ha dato qualche insegnamento su come costruire la tua carriera?
Per lui il repertorio adatto era la cosa più importante, scegliere i ruoli giusti al momento giusto condiziona la durata di una carriera. Io ho una voce piuttosto importante e dal colore abbastanza scuro, quindi il pericolo era di affrontare un repertorio troppo pesante per la mia giovane età. Ricordo che poco prima di entrare a far parte dell’Accademia dell’Opera di Firenze, sono andata in Romania per un concerto e ho cantato l’aria di Amelia di “Un ballo in maschera” e subito dopo avermi sentito mi hanno proposto sia Aida che Lady Macbeth. Io ho chiesto subito consiglio al Maestro Giaiotti e lui mi disse di rifiutare assolutamente, perché non si può cominciare una carriera con due ruoli così, devono essere ruoli a cui si arriva nel tempo, attraverso le tappe giuste. E’ indubbiamente difficile dire di no, soprattutto all’inizio della propria carriera, ma come diceva lui stesso avrei potuto anche cantarli, ma mi sarei distrutta nel giro di un paio d’anni. Anche per accettare Madama Butterfly, che ho debuttato al Teatro Massimo Bellini di Catania lo scorso anno, ho dovuto pensarci moltissimo perché avevo paura di questo ruolo. 

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E invece i ruoli di Cio Cio-San e di Mimì ne “La Bohème” sono stati i ruoli che ti hanno portato “alla luce” in qualche modo…
Sì, e mi è dispiaciuto moltissimo che lui non sia riuscito a vedermi sul palcoscenico in questi ruoli. Il mio debutto al Teatro Filarmonico di Verona con Bohème è stato anche il mio debutto in un’opera in Italia e lui non c’era già più. 

Parliamo della tua Mimì, che è stata accolta al debutto italiano, a Verona, da un brillante successo…
Mimì come dice la mia attuale maestra, Raina Kabaivanska, è la parte più bassa (come tessitura) tra tutti i ruoli di Puccini, e per questo deve possedere una voce corposa che sappia giocare con i colori e fare le filature. Per questo motivo credo che la mia voce sia adatta al ruolo, e non sono d’accordo sull’affidare spesso questo personaggio a vocalità più leggere, perché se nel primo atto si può gestire il ruolo anche con una vocalità più chiara, quando arriva il III atto, il grande duetto con Marcello, lì la vocalità è come quella di Tosca, devi lottare con un organico orchestrale imponente e spiegato….sei una contro tutti! (ride) Al mio debutto a Verona mi sono divertita moltissimo in questo ruolo e poi anche a Firenze…spero di farla tantissime volte. Come carattere io vedo Mimì non come una ragazza scaltra o furbetta, ma come una fanciulla ingenua, semplice, genuina, che non crea strategie…è una ragazza timida, pura, che infatti torna da lui nel momento estremo, perché quello è l’amore sincero. E io mi trovo benissimo, visto che sono timida…anche se non ci crede nessuno (ride)

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E invece Butterfly?
Inizialmente io odiavo Cio Cio-San, dicevo sempre di non volerla cantare perché la vedevo come una bambina di quindici anni, un po’ scema (ride), che crede nell’amore di Pinkerton e che lui tornerà….le dicevo: stupida, non aspettarlo, vai con Yamadori che è bello, ricco, ti ama, ti mantiene! (ride). Quando sono salita sul palco però mi sono trovata benissimo in lei, forse ancor di più che con Mimì. Diciamo che con Butterfly ho dovuto litigare, le ho parlato tanto, le ho chiesto tante volte il perché della sua fede, il perché del suo sacrificio. In occasione del debutto di Catania ho lavorato molto con il regista Lino Privitera e lui mi ha aiutato moltissimo per cercare le ragioni nell’essere Butterfly. Fin dall’inizio dell’opera si vedeva Cio Cio-San andare alla missione per convertirsi al Cristianesimo…dunque era molto interessante mostrare il percorso di acquisto di consapevolezza che fa Butterfly durante i tre atti. 

La tua cultura orientale è un vantaggio o al contrario è uno svantaggio?
Per Butterfly sicuramente è un vantaggio, ma per me tutti i ruoli sono uguali, nel senso che il mio essere orientale non influisce sulla mia resa del ruolo. Forse è più un vantaggio per gli altri, nel senso che il mio essere orientale aiuta il pubblico a vedere in me Cio Cio-San e già per quello sono brava (ride)! Anche se il temperamento coreano è abbastanza diverso da quello giapponese.  Credo però che il mio essere orientale possa anche essere talvolta uno svantaggio poiché qualche volta non si viene presi in considerazione per qualche ruolo proprio per questo fatto. Io adoro tutti i ruoli pucciniani, Tosca, Manon Lescaut, e anche i ruoli verdiani, su tutti forse Desdemona, che credo sia molto nelle mie corde come vocalità, e spero che si riesca a distruggere questo aspetto…è razzismo a tutti gli effetti. Mi è successo già in passato, i primi tempi che ero in Europa, di non essere scelta per una Bohème perché non ero occidentale come il regista voleva. 

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Tra Giaiotti e Kabaivanska c’è stata anche l’avventura all’Accademia dell’Opera di Firenze…
Si, è stata un’avventura fortunata, perché ho anche trovato marito (ride)! A parte di scherzi, quando feci l’audizione per l’Accademia dell’Opera di Firenze ero in un periodo in cui ero un po’ scoraggiata e avevo deciso che se non fosse andata bene sarei tornata in Corea e avrei smesso di cantare. Però mi hanno preso ed è stata un’esperienza bellissima, sotto la guida del Maestro Gianni Tangucci, che io chiamo “il mio babbo”, perché è una persona straordinaria ed è stato il primo a darmi fiducia. Sono stata fortunata ad averlo incontrato. E’ stato lui a consigliarmi per esempio di studiare Mimì, perché l’Accademia era all’epoca gemellata con lo Young Artist Program dell’Opera di Daegu in Corea, e lì facevano Bohème e lui mi ha proposto come Mimì: in questo modo ho fatto il mio debutto in questo bellissimo ruolo. Io però subito non lo sentivo adatto alla mia voce, mentre lui era sicuro mi stesse benissimo. Mi disse: tu prepara il ruolo e poi vedrai….in effetti aveva ragione!

E tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 sei tornata a Firenze, stavolta come artista ospite, proprio nel ruolo di Mimì…Qual è stata l’emozione di tornare in quel teatro che ti ha vista in qualche modo nascere?
Ero molto felice di tornare a Firenze, anche se è stato difficile, perché non ha quasi fatto nessuna prova prima delle mie recite, perché c’era un cast unico con due Mimì che si alternavano. Sono salita sul palco alla mia prima recita ed è andata molto bene…sono stata contenta! Fortunatamente sul podio c’era il Maestro Francesco Ivan Ciampa, con il quale avevo cantato il ruolo a Verona e che mi ha sostenuta e aiutata nel migliore dei modi. E’ stata un’emozione rivedere i ragazzi dell’Accademia, i colleghi, i lavoratori del teatro dalle maestranze a quelli degli uffici. E’ stata un’emozione da ricordare indubbiamente. 

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©Giacomo Orlando

Tornando a Butterfly però il nome di Raina Kabaivanska torna con forza, vista la sua interpretazione leggendaria di questo ruolo…raccontaci di questa esperienza con lei…
Per parlare della Maestra Kabaivanska devo tornare indietro ai tempi del Maestro Giaiotti, perché ad un certo punto quando ebbi delle difficoltà vocali, lui non riusciva a capire qual era il problema e mi consigliò di andare dalla Maestra Kabaivanska, mi diede il numero di telefono per chiamarla. Io però non volli andare, perché era talmente forte il nostro legame d’affetto che non volevo rivolgermi a nessun altro. Superammo questo momento, risolvendo questo problema e andammo avanti tranquillamente. Quando il maestro è scomparso io ero distrutta mentalmente e  non riuscivo più a capire come lavorare con la mia voce. Seppi che la Maestra Kabaivanska faceva un masterclass, andai e lì capii che avevo assolutamente bisogno di studiare con lei. Per quanto riguarda lo studio dei personaggi devo dire che è un’esperienza bellissima lavorare con la Maestra: per Butterfly per esempio abbiamo studiato insieme ogni frase, ogni accento e anche ogni movimento…io quando canto sono molto sentimentale anche nei movimenti, mentre la Kabaivanska mi diceva che dovevo fare dei gesti più semplici ma allo stesso tempo caldi e decisi, e soprattutto dovevo essere sempre fredda mentalmente e avere i nervi saldi. Il III atto di Butterfly è un colpo al cuore e io studiando il finale scoppiavo sempre a piangere: la Maestra invece mi diceva che mi dovevo staccare dalle mie emozioni per poter dare invece le emozioni agli altri. Anche per Mimì abbiamo lavorato molto dal punto di vista teatrale, sul III atto in particolare…mi aveva suggerito di mostrare che Mimì ha dolore alla schiena, perché quando si tossisce molto tutto il corpo soffre, mi ha aiutato nel mostrare davvero la malattia che traspare dai gesti di Mimì, ma soprattutto il cambiamento dalla Mimì giovane ed innamorata del I atto a quella invece consapevole della sua prossima fine nel III. 

Quali sono i ruoli dei tuoi sogni?
Tosca su tutti! Al Festival di Wexford qualche anno fa ho partecipato alla serie di opere che loro fanno in ottanta minuti e ho cantato una selezione del ruolo, ma vorrei affrontarlo presto completo. Vorrei fare anche dei ruoli verdiani come Amelia in Un ballo in maschera, Aida e un giorno magari anche Lady Macbeth…chissà!

Grazie a Eva Kim Maggio e In bocca al lupo!

Francesco Lodola

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