“GUARDA, VERONA È D’ORO…”: GIANNI SCHICCHI ALL’ARENA

Gianni Schicchi è la summa del genere della commedia, non intesa volgarmente come atta a suscitare ilarità (si sa, il riso è sulla bocca degli stolti), ma come raffinato intreccio di arguzia e furberia. È forse l’opera di Puccini che si allontana più di tutte dal melodramma per avvicinarsi più che mai al teatro di prosa (eccezione fatta in parte per l’aria di Lauretta): ha in sé il senso del grottesco, dell’aulico e del vernacolare al tempo stesso, e sembra contenere il germe anche di certo neorealismo cinematografico.

Forse proprio per questa sua particolarità si è dimostrata opera non adatta all’Arena di Verona. Questa è un’opera fatta di piccole frasi, di arguzie linguistiche e di un continuo dialogare intrecciato, che inevitabilmente in Arena tendono a perdersi. La felice riuscita della serata è stata dunque merito degli interpreti, a partire dalla bacchetta del Maestro Francesco Ivan Ciampa. 

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Il Maestro Ciampa sa condurre il gioco, accompagna i cantanti con meticolosità e gestisce con sapienza tutto il meccanismo irrefrenabile dell’opera pucciniana. 

Il cast vocale è compatto e omogeneo. Leo Nucci responsabile anche dell’ideazione scenica (qualche arredo e trovata come l’arrivo in bicicletta di Schicchi e Lauretta), si conferma attore dinamico e sagace, e se la vocalità appare non più così fresca (cosa del tutto normale), il personaggio è ancora delineato con invidiabile padronanza. 

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Al suo fianco brilla la Lauretta di Lavinia Bini, al suo debutto areniano. Il soprano è interprete vivace, tenera senza essere nè leziosa, nè manierata. Il suo “O mio babbino caro”, così ben cantato e intonato così deliziosamente, è giustamente applaudito e bissato al termine. 

Enea Scala, debuttante anch’egli in Arena, mostra bella voce e anche una certa spavalderia,  cercando di difendersi dalle insidie di un ruolo, quello di Rinuccio, che nella sua brevità è irto di difficoltà. Pensiamo però che il suo repertorio sia altro rispetto a quello pucciniano. 

Tra la vasta schiera dei parenti menzioniamo per prima la Zita di Rossana Rinaldi, che conferma la sua divertentissima caratterizzazione del personaggio, apprezzata lo scorso anno al Teatro Filarmonico. Il suo “Ladro!” nel finale è uno dei momenti più divertenti di tutto lo spettacolo e infatti inusualmente bissato. 

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©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Autentici lussi Giorgio Giuseppini (Simone), Biagio Pizzuti (Betto di Signa), Marcello Nardis (Gherardo), Rosanna Lo Greco (Nella), Alice Marini (La Ciesca), Gianfranco Montresor (Marco) e Dario Giorgelè nei panni del Maestro Spinelloccio. 

Bene anche Nicolò Ceriani (Ser Amantio di Nicolao), Maurizio Pantò (Pinellino) e Nicolò Rigano (Guccio). 

Menzione d’onore per il piccolo Gherardino di Zeno Barbarotto. 

Trionfo per tutti, con entusiaste chiamate per Nucci, che concede un bis fuori tema, “Largo al factotum”, applaudito forsennatamente. 

Francesco Lodola

Verona, 21 agosto 2020

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