IL LOGGIONE EMILIANO: LA TRAVIATA A MODENA

Il Teatro Comunale di Modena inaugura con coraggio la propria Stagione d’Opera con un innovativo e convincente allestimento “immersivo” de La Traviata in platea, omaggiando come ogni anno la memoria di Luciano Pavarotti.

Sono passati già 13 anni da quando il più celebre tenore del mondo, Luciano Pavarotti, ci lasciava dopo una lunga malattia, e come ormai da tradizione la sua città e il suo teatro lo ricordano e celebrano annualmente negli anniversari della nascita e della scomparsa. A partire dal 2019, in particolare, si è scelto di commemorarlo portando in scena, nelle date a cavallo del suo compleanno, le opere da lui interpretate in ordine di debutto, facendo coincidere quest’occasione con la Prima della Stagione lirica.

©Gianluca Camporesi

Ecco spiegato perché, a distanza di pochi anni dall’ultima volta, torna sul palcoscenico del Comunale “La Traviata”, titolo tra i più amati e rappresentati al mondo, che Pavarotti cantò per la prima volta già nel primo anno di carriera (1961), dopo l’esordio con Bohème e Rigoletto, e in cui si esibì poi nel 1965 anche a Modena, accanto alla concittadina Mirella Freni e sotto la direzione di Giuseppe Patanè. 

In un periodo in cui quasi tutti i teatri scelgono di virare verso le rappresentazioni in forma di concerto, il Comunale sceglie invece di puntare su un esperimento innovativo, salvaguardando l’idea dell’Opera come unione inscindibile di musica e teatro e rinunciando anche a molti posti per gli spettatori. Il progetto è quello di spostare la scena in platea e l’orchestra sul palcoscenico (rivolta al contrario) dando vita così ad un allestimento “immersivo” in cui il pubblico è disposto solamente nei palchetti ed assiste in modo assai più coinvolgente e attivo alla storia, quasi come vi fosse dentro. Esperimento, lo diciamo fin da subito, riuscitissimo.

© Foto Naphtalina

Il merito dell’idea e della vincente realizzazione è il regista, scenografo e costumista Stefano Monti che ridiscute e rimescola del tutto i canoni spaziali e “gerarchici” cui siamo tutti abituati con un risultato che non da l’impressione di costituire un compromesso dettato dalle contingenze ma anzi di una straordinaria occasione di sperimentare un nuovo modo di fare teatro. Il muro ideale costituito dal sipario che divide pubblico e artisti viene meno, la splendida sala del Vandelli diventa essa stessa parte dell’ambientazione, valorizzata da suggestivi giochi di luci e di ombre (che meraviglia il soffitto e il grande lampadario centrale, illuminati da punti diversi con svariate intensità e colori) e la scena si fa essenziale nelle forme. In tutto ciò si colloca in primissimo piano la regia vera e propria, che esclude il contatto fisico ma riesce nonostante questo a risultare sempre credibile e “vera”, tramite un lavoro eccezionale sulla gestualità, tutti coinvolti e nessuno escluso, dagli interpreti al coro, passando per i mimi. Inoltre, le possibilità di muoversi a 360° e non più solo rivolti in una direzione fornisce innumerevoli e inedite possibilità alla recitazione che Monti, saggiamente, sfrutta. Sullo sfondo, dietro all’orchestra sul palcoscenico due grandi cornici rosse, come fossero specchi, racchiudono al loro interno azioni mimiche su sfondo nero (coreografie di Tony Contartese in collaborazione con STED) che giocano in parallelo con quanto avviene in scena a suggerire rimandi al luogo della memoria. Una nota particolare anche sui costumi, che meritano un plauso per la loro ricercata bellezza e qualità.

©Foto Naphtalina

Se assai felice è la parte teatrale, non meno lo è quella musicale. La direzione dell’Orchestra Filarmonica Italiana, in buona forma, è affidata ad Alessandro D’Agostini che supera eccellentemente le inconfutabili difficoltà acustiche date dal contesto riuscendo nel triplice intento di far andare sempre tutti a tempo, di garantire un ottimo equilibrio di volumi tra musicisti e cantanti e di non rinunciare ad una concertazione di alto livello musicale ed espressivo. Non manca inoltre una certa personalità che si riflette in alcune scelte dinamiche e stilistiche ricercate e mai banali. Se insomma c’era chi sperava che le circostanze permettessero almeno una performance di routine, l’esito è stato invece più che pregevole.

Particolarmente ispirato sullo spazio scenico è il Coro Lirico di Modena, ben preparato come sempre, anche musicalmente, dal Maestro Stefano Colò.

Il cast vede nella parte della protagonista la giovane ma già affermata Maria Mudryak, che unisce ad una presenza di indubbio fascino (oltretutto accentuata, lo ripetiamo ancora, da uno splendido costume) una voce piena, di bel colore e di ottimo volume, sorretta da una solida tecnica che le consente di affrontare egregiamente tutte le vocalità (che sappiamo non essere perfettamente coincidenti) nei tre atti della scena. In scena, la sua è una Violetta che riflette tratti caratteriali e di atteggiamento tipicamente giovanili e come tale va considerata; chiederle di calcare la mano su certi aspetti non sarebbe, a nostro giudizio, coerente con il “suo” personaggio.

©Gianluca Camporesi

Matteo Lippi veste i panni di Alfredo Germont. Lo fa con fluidità ed eleganza nel canto, forte di un timbro caldo e piacevole che scorre bene in sala e che ben si districa nelle diverse sfumature dinamiche ed espressive che la parte richiede. Con un po’ più di slancio in alcuni momenti musicali (vedasi il Brindisi) e un po’ più di scioltezza nei movimenti scenici il suo è senza dubbio un Alfredo di riferimento.

©Foto Naphtalina

Giorgio Germont viene qui interpretato da Ernesto Petti, baritono che ha dalla sua indubbiamente mezzi vocali di grande rilevanza per potenza e fiato. Il suo è un padre freddo, severo, impettito e privo di qualsiasi delicatezza affettiva. Ciò si riflette anche nel canto, che si fa sovente declamato e stentoreo, non lasciando troppo spazio a morbidezze. E’ un’interpretazione che si può condividere o meno ma che ha una sua coerenza interna e che riporta comunque un caloroso successo nel pubblico.

©Gianluca Camporesi

Piacevolmente sorprendente ci è parsa Ana Victoria Pitts, come Flora. La cantante sfoggia una voce sonora e molto ben proiettata e convince anche scenicamente.

Positive nel complesso sono anche le performance di Lucia Paffi (Annina), Antonio Mandrillo (Gastone), Daniel Kim (barone Douphol), Alex Martini (marchese d’Obigny), Francesco Leone (dottore di Grenvil). Completano il cast Alessandro Vannucci (Giuseppe) e Paolo Marchini (un domestico/un commissionario).

Uno spettacolo che nel fare di necessità virtù rivela nuovi scenari meritevoli di essere esplorati, percorsi e approfonditi e che inaugura dunque in modo più che felice, nell’infelicità del momento, una stagione dal futuro incerto, che il teatro ha scelto di spezzettare in “tranche” trimestrali.

E così come una pioggia di banconote scendeva dal loggione sulla scena della festa di Flora nel secondo atto, una altrettanto intensa pioggia di applausi accoglie, colma di speranza per l’avvenire, gli artisti nel finale.

Grigorij Filippo Calcagno

Modena, 18 ottobre 2020

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