FROM ROME WITH LOVE: LA TRAVIATA

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La Traviata, il più classico dei classici operistici, è questo il titolo che il Teatro dell’Opera di Roma ha scelto per la realizzazione di un nuovo film opera. L’operazione compiuta è simile a quanto già avvenuto con l’inaugurale successo rappresentato dal Barbiere di Siviglia di Rossini, anch’esso trasmesso in televisione. Stavolta però l’intento era volutamente più cinematografico fin dalla genesi dello spettacolo. Squadra che vince non si cambia, ed infatti quest’opera vedeva come protagonisti, nell’ideazione, Daniele Gatti, direttore musicale del teatro, e Mario Martone, che firmava regia e scene, proprio in segno di quella continuità con il Barbiere già citato. Come visto a dicembre, lo spazio scenico del Costanzi si espandeva, andando oltre le doghe di legno del palco, fino ad inglobare l’intero teatro, che per un titolo come Traviata, si prestava perfettamente, creando una atmosfera la cui magia era tangibile e che permetteva di scorgere gli angoli di un teatro che ci manca vivere: i corridoi, i palchetti, la Sala Grigia, le scale verso i camerini. L’overture eseguita dall’Orchestra dell’Opera di Roma era una perla d’esecuzione. Il maestro Gatti dipinge un ritratto vivido, stupendo e sorprendente tutto incentrato su tinte tenui. Peccato che questa atmosfera, musicale e teatrale, appena creata sia stata dissipata con delle scelte di tempo, fedeli alle indicazioni riportate sullo spartito (non si sa quanto fedeli alle volontà verdiane), ma piuttosto insolite. Tutta l’opera è infatti risultata affrettata, i tempi risultavano costantemente accelerati: emblematici in questo il duetto del primo atto, l’aria di Violetta ed i recitativi del secondo atto. Al contrario in passaggi tradizionalmente più mossi come i cori del secondo atto e la scena in cui Alfredo “paga” Violetta, si è verificato il contrario e dunque sono stati decisamente più rallentati. Tutto questo ha avuto ricadute su tutti gli interpreti che talvolta mancavano di intonazione o avevano difficoltà nei fiati.

©Fabrizio Sansoni/TOR

La regia di Martone, invece, è stata sempre piacevole. Sicuramente il primo atto si presta molto allo sfarzo dei locali del Teatro, di cui si sono giustamente valorizzati i bellissimi colori: il dorato degli stucchi, il rosso dei velluti e i cristalli del magnifico lampadario al centro della sala. Il secondo atto, è quello che meno si sposava con la location, eppure Martone risolve la questione con sapienza, Germont che spoglia, e distrugge il luogo che Violetta ed Alfredo hanno costruito è una immagine forte ed efficace. Allo stesso modo, è efficace la morte della protagonista, quasi un’allucinazione in un teatro vuoto, senza personaggi ed orchestra, poiché nonostante le ricchezze innanzi alla morte si è soli, e dunque è la sola protagonista a giganteggiare nella sua imponenza drammaturgica. Lodevoli sono stati i ricchissimi costumi di Anna Biagiotti che hanno orientato questa regia in una direzione di continuità con la tradizione ma che ha dalla sua uno spazio inedito.

©Fabrizio Sansoni/TOR

Passando al versante vocale, la protagonista è interpretata da Lisette Oropesa, già applauditissima Gilda nel Rigoletto inaugurale nella stagione 2018-19, la ritroviamo oggi nei panni della più matura Violetta, a cui il soprano statunitense dà una connotazione di fragilità che permane durante tutto l’arco dell’opera. Oropesa porta a casa un primo atto dai tempi difficili, che sicuramente non la aiutano. Nonostante questo la voce è bella, e lei la sa usare con tutte le dinamiche del caso, concludendo la lunga aria con il mi bemolle di tradizione. Dove però stupisce è nel secondo e nel terzo atto, dove il suo canto si fa soave e sofferto. Accanto a lei il tenore Saimir Pirgu nel ruolo di Alfredo. Il tenore non convince totalmente, nonostante sia dotato di timbro nobile e di fisico per il ruolo, è sembrato sottotono. I pianissimo sono senz’altro un pregio tecnico, ma essi vanno cantati quando l’autore li richiede, mentre invece Pirgu ha abusato di questa abilità anche in quei momenti in cui sia la musica che la drammaturgia richiedevano più energia. Il baritono Roberto Frontali, di casa al Costanzi, affronta la parte di Giorgio Germont con l’autorevolezza di chi ha molte recite alle spalle. La voce è bella e l’esperienza nel saperla usare fa la differenza, sebbene si sia dimostrato un po’ rigido nell’interpretazione scenica. A completare il cast Anastasia Boldyreva nel ruolo di Flora e Roberto Accurso in quello del Barone Douphol. Coinvolti anche gli artisti di “Fabbrica”, Young Artist Program dell’Opera di Roma in cui primeggia Angela Schisano (Annina) sicura e molto presente vocalmente, Arturo Espinosa (Marchese D’Obigny) e Rodrigo Ortiz (Gastone), mentre Andrii Ganchuk sarà il Dottor Grenvil. In scena presenti anche Michael Alfonsi (Giuseppe), Leo Paul Chiarot (un domestico) e Francesco Luccioni (un commissario).

©Fabrizio Sansoni/TOR

Infine, ma non per importanza, la lode va al Coro dell’opera di Roma, brillantemente preparato dal maestro Gabbiani.

Uno spettacolo che stupisce dunque, per vari motivi: innanzitutto poiché porta l’opera in prima serata, in secondo luogo poichè ha reso omaggio ad un luogo chiuso da troppo tempo, ormai, come il teatro; ma che stupisce, e non in positivo, anche per alcune questioni tecniche, infatti essendo registrato e trasmesso in televisione non si capisce perché presenti alcune sbavature non trascurabili.

Paolo Mascari & Sara Feliciello

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