A concludere la Trilogia popolare di Verdi con i complessi del Teatro dell’Opera di Roma e la direzione del maestro Daniele Gatti è stato Il Trovatore, presentato nella cornice del Circo Massimo. Questo itinerario sotto la guida di Gatti è stato realizzato tutto durante la pandemia Covid partendo dalla scorsa estate con Rigoletto (Gatti-Michieletto) – sebbene la prima rilettura di Rigoletto ebbe luogo già nel 2018, quando fu scelto per l’inaugurazione di stagione – proseguendo poi con la recente Traviata “cinematografica” di Mario Martone.

La firma di questo Trovatore è invece di Lorenzo Mariani, le scene di William Orlandi, Luci di Vinicio Cheli e video proiezioni di Fabio Massimo Iaquone e Luca Attili. Il regista ha scelto di seguire nell’opera una linea metafisica: la scena si presenta infatti semplice e vuota e ad animarla ci sono solo pochi elementi “geometrici ed antinaturalistici” come afferma lo stesso regista, ossia tavoli, panche e panchetti ed alcuni candelabri che segnano l’ingresso dei personaggi in scena. Lo spettacolo risulta complessivamente gradevole e fruibile sebbene mancante di un certo pathos che invece la musica suggerisce. Raramente infatti i cantanti sono stati interpreti all’interno di questo quadro metafisico, onirico ed fuori dalla storia. Anche i costumi rispecchiano l’idea complessiva dell’opera, mantenendo una sobrietà di toni foschi a cui si aggiunge il rosso dei gitani.

©Fabrizio Sansoni

La lettura del maestro Gatti, che ha diretto l’opera in precedenza una sola volta a Salisburgo, è solenne e misuratissima. L’orchestra, sotto la sua guida, sa mostrare una gamma cromatica notevolissima in grado di dipingere, con vivide pennellate, quella passione che rende il Trovatore fra le opere più amate, e rappresentate, del repertorio italiano. Stessa lode spetta al Coro preparato dal Maestro Roberto Gabbiani. Passiamo ora al versante vocale. A primeggiare per mezzi vocali e interpretazione è la Azucena di Clementine Margaine, l’unico vera magnete della serata nel cast vocale, che quando entra in scena galvanizza per presenza scenica ed accenti. Utilizza entrambi i registri, testa e petto, sebbene talvolta il passaggio dall’uno all’altro sia piuttosto repentino. Lodevole è stata la sua interpretazione del “Condotta ell’era in ceppi” e del duetto con Manrico nel finale. Manrico era interpretato da Fabio Sartori: vocalmente sicuro e rodato nel ruolo, stupisce per l’alternanza di colori passando dal canto di forza, per cui il ruolo è noto, a momenti di estrema morbidezza vocale. Pregevole l’interpretazione della sua aria, la cabaletta è eseguita senza i tradizionali Do acuti.

©Fabrizio Sansoni

Leonora è interpretata da Roberta Mantegna, già partecipante al progetto “Fabbrica” del Teatro, è “di casa” al Costanzi per quanto riguarda i ruoli verdiani (Masnadieri, Luisa Miller ed ora Trovatore). La sua è una Leonora giovane e chiara, non solo per l’età dell’interprete, ma anche vocalmente. Mantegna appare infatti a suo agio in tutti i registri della parte e con buona alternanza di piani e forti: dall’acuto delle due cabalette al grave del duetto col Conte di Luna e del Miserere. La voce è pastosa e regala un’ottima interpretazione della sua lunga scena nel terzo atto. Pregevoli le variazioni nel “Tu vedrai che amore in terra” con la ripresa eseguita in piano.

Chi non appariva nella sua forma migliore era Giovanni Meoni nel ruolo del Conte di Luna, talvolta un po’ forzato e in difficoltà negli acuti, pur mostrando una dizione pulita ed encomiabile per intenzioni.

©Fabrizio Sansoni

Menzioni di lode, vanno ai due partecipanti del progetto “Fabbrica”: Marianna Mappa, nel ruolo di Ines, e Domingo Pellicola, nel ruolo di Ruiz. Entrambe voci belle e giovani che è impossibile non notare nonostante si tratti di ruoli comprimari. Completano il cast il Ferrando di Marco Spotti, Leo Paul Chiarot nel vecchio zingaro e Michael Alfonsi nel ruolo del messo.

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