L’opera lirica racconta storie, lo fa con la musica, con le parole, con la scena e con il gesto teatrale. E’ un genere assolutamente specifico, al quale il termine genericità non si abbina per nulla. Questa è stata a ben vedere anche la lezione di Graham Vick, che ci ha lasciato prematuramente in questi giorni, ma non senza prima insegnarci che uno spettacolo d’opera nasce dalle idee tramutate in vere e concrete emozioni sul palcoscenico.

Non è il caso del Nabucco andato finalmente in scena l’altra sera all’Arena di Verona. Finalmente poiché la prima recita è stata funestata dalla pioggia che ne ha impedito il regolare svolgimento. L’opera verdiana, presentata come di consueto in un allestimento che unisce elementi fisici all’imponente impianto ledwall firmato D-Wok, non convince nel complesso. L’idea di ambientarla durante il nazismo sarebbe pure azzeccata, seppur decisamente né nuova né originale, tuttavia quello che sembra mancare è una coesione tra le varie idee e soprattutto un lavoro di regia sulle masse e sui solisti. In questo modo si perdono dettagli che se sviluppati potrebbero originare ben altri risultati: parlo del ruolo di Abigaille, qui rappresentata come se fosse Magda Goebbels (o altre donne feroci del regime nazista), ma anche di Nabucco (forse un gerarca o Hitler stesso) spesso relegato immobile sull’alto della balconata. Si tratta in ogni caso di uno spettacolo funzionale, che scorre senza intralci e delinea la vicenda con una certa pulizia.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Anna Pirozzi è una Abigaille decisamente combattiva, in biondo platino, atteggiamento autoritario (nella scena che apre la parte II era anche un po’ Miranda Priestly ne Il diavolo veste Prada) e sicurezza vocale in ogni momento. La voce, sempre ampia e luminosa, si piegava brillantemente al canto lirico di “Anch’io dischiuso un giorno” che alle agilità di forza sgranate con perizia e focosa intenzione drammatica.

Al suo fianco il Nabucco di Sebastian Catana è tutto d’un pezzo: una voce dotatissima per volume e protervia sonora, capace però di piegarsi ad un’elegante canto sfumato che dà risultati di grande effetto espressivo in “Chi mi toglie il regio scettro”, che ovviamente nell’aria “Dio di Giuda”, vissuta con partecipazione sincera.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Rafał Siwek si disimpegna con onore nei panni di Zaccaria, mentre Teresa Iervolino (Fenena) e Samuele Simoncini (Ismaele) sono efficaci nei loro rispettivi ruoli. Assolutamente ideali gli interpreti delle parti di fianco, il fido Abdallo di Carlo Bosi, la brillante Anna di Elisabetta Zizzo e l’altrettanto affidabile Sacerdote di Belo di Romano Dal Zovo.

Abbiamo lasciato per ultimo il “Salvator della patria”, il Maestro Daniel Oren, unico nella sapienza del gestire le dinamiche tra buca, palcoscenico e coro (diretto da Vito Lombardi) relegato sulle gradinate, soprattutto in un’opera davvero corale com’è Nabucco. Lui ci riesce e anche quando accade qualche inevitabile squilibrio sa con fermezza riprendere in mano la situazione. Poi lo sfogo dopo “Va, pensiero”, come sempre interrotto sul finale dagli applausi, merita un elogio. Finalmente. Il bis è stato ancora più straordinario.

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