Dopo mesi di chiusure e streaming, l’Opera dal vivo torna finalmente protagonista anche a Modena nel suggestivo scenario del Cortile d’Onore del Palazzo Ducale, con una graditissima ripresa del Rigoletto andato in scena al Teatro Comunale nel 2019.

Per troppi lunghi mesi siamo stati abituati alle eroiche imprese di teatri che pur di fronte ad innumerevoli difficoltà hanno scelto di sopravvivere e non arrendersi al silenzio, attraverso strumenti virtuali come lo streaming. Ora è finalmente il momento di tornare a toccare con mano le emozioni della musica e del teatro dal vivo in un clima di rinnovato entusiasmo ben palpabile nell’aria delle tante piazze, giardini e sale che gradualmente riprendono a vivere. Non fa eccezione Modena, in cui si è scelto di ricominciare da una ricca rassegna di concerti ed eventi diffusi nei luoghi della città, quasi a voler caratterizzare ancor più questa “rinascita” con un elemento di popolarità, vicinanza e vitalità di spazi troppo a lungo relegati al sordo silenzio di coprifuochi e lockdown. Nell’ambito delle suddette iniziative estive si collocano centralmente due rappresentazioni di Rigoletto, in una produzione già allestita nel 2019 al Teatro Comunale “Luciano Pavarotti”, rimessa in scena per l’occasione nell’affascinante cornice del Cortile d’Onore del Palazzo Ducale (sede da quasi 2 secoli dell’Accademia Militare), con un cast in parte nuovo e in parte riconfermato rispetto alla scorsa edizione.

Lo spettacolo, con la regia di Fabio Sparvoli, è costruito su un impianto scenografico davvero essenziale: qualche porta, una grande gabbia entro cui è rinchiusa Gilda, pochi alberi spogli nel terzo atto. Lo scenografo Giorgio Ricchelli fa leva su questi pochi elementi avvalendosi però dell’efficace contributo delle luci di Vinicio Cheli e dei costumi di Alessio Rosati, i quali spaziano liberamente tra epoche e stili diversi confondendo volutamente lo spettatore tra finzione e “realtà”, tra maschere e travestimenti. Ciò vale in particolar modo per il personaggio del Duca di Mantova. L’idea di Sparvoli, che non ci aveva del tutto convinti nel 2019, sembra trovarsi più a misura di un palco come questo, di dimensioni ridotte, e in cui le masse e i protagonisti riempiono maggiormente gli spazi vuoti. D’altro canto permane però una certa assenza di una regia vera e propria, con gestualità e attorialità convenzionali e minime. Permane una sorta di incompiutezza o per meglio dire, sfugge un’idea “forte” di fondo che vada oltre il semplice astrattismo minimalista, ma leggendo le note di regia pare forse un atto voluto, a sottolineare la mancanza di identità nette che contraddistingue i personaggi principali.

©Rolando Paolo Guerzoni

Decisamente felice l’esito della parte musicale, sotto la guida del Direttore Alessandro D’Agostini, già ampiamente apprezzato a Modena in Traviata lo scorso ottobre. L’Orchestra Filarmonica Italiana segue con professionalità una lettura personale e di grande impatto drammatico, capace di sottolineare e valorizzare dinamiche di colore e tempi in funzione del teatro, elemento non così facile da riscontrare quando si tratta di rappresentazioni all’aperto, in condizioni acustiche evidentemente meno facili di quelle di una sala. Un tappeto sonoro in grado sì di sprigionare emozioni ma anche di accompagnare con un buon equilibrio i cantanti e il Coro Lirico di Modena, autore di una prova solidissima, anche grazie alla preparazione del Maestro Stefano Colò. Unica nota dolente, probabilmente dettata da motivazioni registiche, la scelta di effettuare qualche taglio “di tradizione” nella partitura.

Per quanto riguarda le voci, non si può che parlarne bene. Innanzitutto Stefan Pop, un Duca di Mantova sicuro di sé, spavaldo, passionale e prorompente, tanto nella personalità scenica quanto in quella musicale. Il tenore rumeno, che già avevamo apprezzato in altre occasioni, sfoggia con naturalezza e piglio deciso un timbro particolarmente squillante e sonoro, al servizio di una interpretazione ispirata.

Devid Cecconi ha tutte le carte in regola per essere, e non per fare, Rigoletto. La sua ottima prova vocale, sorretta da solidi mezzi, è messa al pieno servizio del personaggio, il quale emerge in tutte le sue sfaccettature con grande espressività di canto e di fraseggio, pienamente in linea con l’idea di “recitar cantando” di stampo Verdiano.

©Rolando Paolo Guerzoni

Daniela Cappiello si distingue come una Gilda giovane, fresca, innocente e innamorata ma non per questo bamboleggiante o superficiale. Il soprano sembra aver acquisito maggiore esperienza rispetto alla scorsa edizione e regala in questa occasione una performance complessivamente apprezzabile, in particolar modo nella celebre “Caro Nome”.

Voluminose e sicure si riconfermano le voci di Ramaz Chikviladze (Sparafucile) e di Antonella Colaianni (Maddalena), coppia che potremmo definire ormai “rodata” nel ruolo dei fratelli sicari anche dal punto di vista teatrale.

Decisamente più convincente che nel 2019 ci è parso Fellipe Oliveira, come Conte di Monterone, così come non di meno hanno convinto pienamente nei propri ruoli Barbara Chiriacò (Giovanna), Roberto Carli (Matteo Borsa), Marcandrea Mingioni (Marullo), Luca Marcheselli (Conte di Ceprano), Maria Komarova (Contessa di Ceprano), Paolo Marchini (Usciere di Corte) e Matilde Lazzaroni (Paggio della Duchessa).

Lo spettacolo è stato accompagnato da applausi convinti per tutto il suo corso, fino alla conclusione con meritati tributi a tutti gli interpreti e in particolar modo ai protagonisti principali di una piacevole serata che speriamo poter definire di autentica “rinascita”.

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