Dopo un buon inizio con La Traviata, la stagione artistica del Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste prosegue verso l’operetta. Sul palcoscenico arriva La vedova allegra di Franz Léhar, che da sempre raccoglie ottimi consensi. In questo genere teatrale in cui si alternano brani musicali, dialoghi e balletti, gli artisti sono chiamati a mettersi in gioco uscendo dalla loro comfort zone: non è raro vedere i cantanti cimentarsi nel balletto o i ballerini recitare a fianco agli attori. 

La vedova allegra, che debuttò a Trieste nel 1907, presenta una trama ricca e variegata, all’insegna di feste, vicende amorose e questioni politiche.

Le idee del regista Oscar Cecchi hanno portato una ventata di freschezza in questo spettacolo: in particolare è stato apprezzato il momento di metateatro all’inizio del primo atto. È stata prestata grande attenzione al rispetto del distanziamento e delle norme restrittive contingenti. Il primo atto è risultato leggermente sotto tono rispetto al resto dello spettacolo, molto più brillante. Le danze popolari, coreografate da Serhiy Nayenko, hanno contribuito a dare ancora più brio alle feste pontevedrina e parigina. La scenografia e le luci, insieme ai costumi, sono passate dalle tonalità più tenui del primo atto a colori decisamente più sgargianti nel secondo e, ancora maggiormente, nel terzo atto. 

©Fabio Parenzan/Teatro Verdi di Trieste

Poco convincente è stata la scelta di eseguire l’ouverture Ein Morgen, ein Mittag und ein Abend in Wien di Franz von Suppé per agevolare il cambio di scena tra il secondo e il terzo atto. Il mood dell’ouverture, decisamente differente rispetto alla briosità della vicenda in corso, ha spostato l’attenzione del pubblico da ciò che stava per avvenire sul palcoscenico. 

Valentina Mastrangelo ha saputo ben interpretare la vedova, Hanna Glawari, sapendo essere molto precisa vocalmente e teatralmente, calandosi molto bene nella parte.  Gianluca Terranova ha delineato il conte Danilo Danilowitsch con grande maestria ed esperienza. 

Andrea Binetti, artista a tutto tondo, ha dato corpo a un Njegus esuberante ma mai volgare facendo capire di trovarsi perfettamente a suo agio nel genere dell’operetta.  Giulia Della Peruta, nel ruolo di Valencienne, ha ben figurato a livello scenico e vocale. 

Convincenti anche Oreste Cosimo (nel ruolo di Camille de Rossilon) e Clemente Antonio Daliotti (Barone Mirko Zeta). 

L’orchestra del Verdi, guidata in modo molto sobrio da Christopher Franklin, ha saputo utilizzare tutti i suoi colori, in particolare grazie agli archi. Buona anche la prova del Coro, preparato da Francesca Tosi. 

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