Placido Domingo appare sul palco dell’Arena di Verona e ancora prima che lui emetta una sola nota, si scatena l’entusiasmo del pubblico, e noi veniamo assaliti da un’emozione epidermica: sì, perché il Re dell’opera è ancora lui, è una leggenda che è riuscita ad abbracciare generazioni intere, rinnovando anche sé stesso, non solo vocalmente (con il passaggio dai ruoli di tenore ai ruoli di baritono) ma anche come personalità artistica.

Oggi Domingo è l’Atlante che regge il mondo dell’opera, ne è il simbolo, e testimone ne è il sold out della serata areniana del 30 luglio, un’intero concerto celebrativo del Re Placido, che si apre con un grande momento strumentale, la Sinfonia de I Vespri Siciliani, che attraverso la direzione sul podio del Maestro Francesco Ivan Ciampa entusiasma per vigore e teatralità. Ciampa si produce poi successivamente in pagine strumentali anche più rare (soprattutto in Arena), come la Sinfonia da Un giorno di regno, l’Intermedio da La Boda de Luis Alonso di Gerónimo Giménez, e soprattutto la Marche hongroise da La Damnation de Faust di Hector Berlioz, gestita con brillante autorevolezza.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

L’aria di esordio per Domingo è il brindisi dall’atto II dell’Hamlet di Ambroise Thomas (“O vin, dissipe la tristesse”) risolto con intelligenza, gestendo con maestria anche un piccolo vuoto mnemonico. Decisamente più convincente è l’aria di Macbeth “Pietà, rispetto, amore”, dove viene fuori la tempra del grande interprete e la sapienza dell’accento. Il resto della serata lo vede sedurre il pubblico con pagine di grande popolarità come “Dein ist mein ganzes Herz” da Das Land des Lächelns di Lehár, No puede ser! da La Tabernera del Puerto di Sorozábal e l’immancabile “Granada” come bis. Quello che è straordinario di Domingo non è solo il suo stato vocale (il timbro è ancora incredibilmente intatto e affascinante), ma anche il suo modo di affrontare la scena: sempre come se fosse l’ultima volta. Ogni momento emana carisma, generosità, volontà di donarsi all’amore del pubblico. E il pubblico è in delirio.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Accanto a lui Maria José Siri sciorina un canto solido ed elegante, capace di passare dal lirismo drammatico di Leonora de La Forza del destino (“Pace, pace mio Dio”), quello intenso di “Pleurez, pleurez mes yeux” da Le Cid di Jules Massenet, a quello idilliaco di Hanna Glavari nel Vilja-Lied da Die lustige Witwe fino alle pagine dalla zarzuela: la spigliata “Canción de Paloma” da El Barberillo de Lavapiés di Francisco Asenjo Barbieri e come bis la malinconica “Te quiero dijiste” della compositrice messicana María Grever.

Insieme interpretavano anche numerosi duetti: “Udiste?… Mira, d’acerbe lagrime” da Il Trovatore, “Lippen schweigen” da Die lustige Witwe, “Hace tiempo que vengo al taller” da La del manojo de rosas di Pablo Sorozábal e infine “Non ti scordar di me”.

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