Pochi cantanti hanno la capacità di essere reali in scena. Pochi artisti sanno creare all’istante la parola sul palcoscenico, renderla spontanea, come se quelle sillabe nascessero in quel momento sulle loro labbra. Pochi, anche tra i grandi, riuscivano a creare questo. E’ un dono. Roberto Alagna questo dono lo possiede, e così la seconda recita del suo Turiddu e del suo Canio all’Arena di Verona (in sostituzione dell’inizialmente previsto Yusif Eyvazov), è diversa dalla prima, perché emergono nuovi riflessi di due interpretazioni caleidoscopiche nell’insieme. Godere di questa sua grandezza come interprete e come cantante (la voce è sempre la più bella e luminosa) è una gioia. C’è una giovinezza infinita, una giovinezza di un’artista che pur con un’esperienza lunghissima sulle spalle, è lì a prendere per mano il pubblico e a trascinarlo all’entusiasmo.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Per questo agli altri resta poco altro che fare da efficace cornice. Colui che gli tiene testa è quel torrente di voce di Ambrogio Maestri, che alla pari di Alagna è interprete schietto, coinvolgente, tanto nell’interpretare il malavitoso Alfio che il frustrato Tonio.

Maria José Siri è una Santuzza introversa, che sceglie la via di un canto meditabondo, fatto di un lirismo intenso. La sua è un’eroina intrisa di solitudine, che non urla, ma preferisce sussurrare, e per questo ottiene un giusto effetto nella celebre imprecazione al termine del duetto con Turiddu.

Più debole la Nedda di Valeria Sepe, voce sempre di colore pregevole, ma non sempre impeccabile dal punto di vista vocale. L’attrice è convincente e fa di tutto per non soccombere all’uragano Alagna.

Ottimo il Silvio di Mario Cassi, cantato con linea sempre elegante, musicalmente preciso e interpretativamente persuasivo.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Si ritaglia un suo brillante successo il Peppe/Arlecchino di Matteo Mezzaro, interprete di lusso, che sa raccogliere con intelligenza la peculiarità del suo intervento solistico.

A posto gli altri: Agostina Smimmero (Mamma Lucia), Max René Cosotti (Un contadino) e Dario Giorgelè (Un altro contadino).

Guida come sempre impeccabile Marco Armiliato, attento a tutte le dinamiche relazionali tra buca, palcoscenico e coro, ma anche interprete coinvolto e coinvolgente.

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