Ultimi cambi di compagnia anche per Turandot, il capolavoro pucciniano che riscuote sempre grande successo di pubblico, come ha dimostrato il pienone per la penultima replica festivaliera.

Come si diceva, dopo le divistiche presenze di Netrebko ed Eyvazov per le prime tre recite dirette dal M° Jader Bignamini, Turandot approda nelle felici mani del M° Francesco Ivan Ciampa, il quale riesce a far vivere le antiche e favolistiche vicende della Principessa di Gelo e del Principe Ignoto con perfetta aderenza alla tavolozza cromatica pucciniana, esaltando le raffinatezze strumentali e vocali del coro, dando pieno sostegno anche alle voci dei protagonisti, messi nella condizione migliore per esprimere le proprie qualità.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Nel ruolo del titolo per un’unica recita si faceva valere Anna Pirozzi, una principessa che avevamo già applaudito nel 2019 e che torna per incarnare un personaggio tutto d’un pezzo, dalla voce facile all’espansione in acuto, ma anche alla definizione di un fraseggio vario e sfumato. E’ una Turandot senza cedimenti, pienamente padrona del proprio ruolo e del proprio destino. Le è degno contraltare il Calaf di Murat Karahan, impavido nell’acuto e passionale nell’interpretazione, ma anch’egli interessato a far vibrare anche la corda di un più languido lirismo. A questa sua caratteristica si deve il successo trionfale del suo “Nessun dorma”: Karahan non interpreta l’aria come una corsa all’acuto (peraltro bello, ampio e interminabile), ma ne colora le frasi con trasporto e sensibilità, creando un climax ascendente di vincente effetto.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Spopola ancora una volta la Liù di Ruth Iniesta, che porta in dote al personaggio un canto raffinato, fatto di pianissimi cristallini, ma anche di un fraseggiare determinato, in modo tale che emerga al tempo stesso la fragilità e l’eroicità del suo personaggio. Un ritorno anche per Giorgio Giuseppini, artista di grande esperienza che sa come sempre ispirare profonda commozione con il suo Timur.

Lussuoso il terzetto delle maschere, in cui accanto alla felice conferma del Pong di Marcello Nardis, Biagio Pizzuti restituiva canto elegante e dignità al ruolo di Ping, mentre Matteo Mezzaro era una Pang di altrettanto convincente slancio vocale ed interpretativo.

Funzionale il Mandarino di Viktor Shevchenko, mentre il Principe di Persia aveva la voce di Riccardo Rados.

Resta da dire dell’allestimento, funzionale, ma dall’effetto piuttosto olegrafico nel complesso.

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