Il Regio Opera Festival giunge a conclusione sulle note di Rossini. Non tanto una novità, per il pubblico torinese, la scelta di portare sul palco Il Barbiere di Siviglia firmato da Borrelli, ma più una restituzione resa possibile dal progetto che quest’estate ha visto coinvolto il neo-restaurato cortile di Palazzo Arsenale e che ha permesso al primo teatro piemontese di arricchire l’offerta culturale dell’intera regione, in attesa che le presentazioni di Regio Metropolitano entrino nel vivo il 16 settembre. La promessa è quella di non abbandonare la città di Torino in attesa che i lavori in corso presso la sede del teatro conoscano un termine. Le scene, curate dalla ormai familiare Claudia Boasso, sanno adattarsi intelligentemente a un palco all’aria aperta come quello del festival, evidentemente contenuto nelle dimensioni e per questo bisognoso di una certa cura di progettazione. Cura che non manca certo, grazie al sapiente utilizzo di torri sceniche semoventi che permettono allo spettatore di seguire i repentini cambi scena senza avvertire eccessiva invasione scenica né discontinuità narrativa. In poco tempo si passa dall’atmosfera sobria e notturna di Siviglia, qui caratteristicamente resa attraverso pochi elementi architettonici riconoscibili, agli interni della dimora di Don Bartolo che diventa un labirinto di porte utile alla vena buffa del teatro rossiniano.

La scena è animata innanzitutto dall’interessante bacchetta del maestro Giuseppe Finzi, che dirige un Barbiere colorito e mai eccessivo, pieno ma non solenne, studiato soprattutto nei suoi rapporti ritmici. Una direzione che convince, dunque, nonostante qualche difficoltà nel rapporto con il palcoscenico. Tra questi spicca decisamente il Figaro di Andrej Žilikhovskij, giovane promessa moldava che mostra una prestanza vocale e fisica di cui non rimanere indifferenti: la fluidità e ampiezza della voce, unite a un fraseggio non deprecabile, proiettano su di lui un Figaro agile e svelto, capace di fungere da perno insostituibile della scena, non soltanto nella cavatina che lo vede protagonista ma anche nel suo rapporto con gli altri personaggi. Interessante è anche la prova della Rosina di Miriam Albano, che restituisce un personaggio moderno, vocalmente brillante e nel complesso più che lodevole. Jack Swanson interpreta invece il ruolo del Conte di Almaviva in una prova sicuramente solida, con un’impostazione vocale convincente, seppur perfettibile. Lodevole è poi anche il Don Basilio di Marko Mimica, dal fraseggio ancora affinabile, tuttavia forte di un’ottima tecnica. Prova magistrale è anche quella del già collaudato José Fardilha, un Don Bartolo forte del possesso del proprio personaggio, reso iconico da una fermezza e una potenza vocale tanto nel registro grave quanto in quello acuto, pur con qualche pesantezza nei sillabati. Bene anche la Berta di Laura Cherici, l’Ufficiale di Riccardo Mattiotto e il Fiorello di Lorenzo Battagion. 

Meritevoli di menzione sono infine i costumi di Luisa Spinatelli che, pur nella loro tradizionalità, regalano sinuosità o rigore ai personaggi già ampiamente caratterizzati. 

Una conclusione soddisfacente, dunque, per il festival estivo che ha visto impegnato il Teatro Regio in questa ripartenza collettiva che si spera vivamente possa continuare nel prossimo autunno.

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