Dalla Juliette salisburghese di qualche anno fa, Nino Machaidze ha conquistato le platee di tutto il mondo, ha affrontato i più ardui e più celebri ruoli del repertorio belcantista. Una cosa non è cambiata: la sua percepibile gioia nel cantare e la sua voglia di esplorare e crescere come cantante e artista. L’abbiamo incontrata ancora una volta così, contagiosamente entusiasta, per farci raccontare dei suoi prossimi debutti, Giovanna d’Arco all’Opera di Roma e Armida all’Opéra de Marseille.

La tua carriera è sempre piena di sorprese, e sappiamo che sei un’artista a cui piace affrontare sempre nuovi ruoli. Parliamo dei tuoi prossimi debutti: un Verdi e un Rossini…

Due ruoli molto diversi! Armida è ovviamente ancora in fase di studio, perché vado sempre per ordine nelle cose che devo preparare. Naturalmente dovrò essere pronta al cento per cento, anche per una questione di tempi molto stretti: il 24 ottobre avrò l’ultima recita di Giovanna a Roma, dal 25 al 27 sarò in prova a Marsiglia e il 29 ci sarà la prima (l’opera sarà in versione di concerto, ndr). Debutterò questo ruolo enorme con solo quattro giorni di prove e arrivando da un ruolo diverso, di un autore e di uno stile diverso: una bella sfida. Torno quindi a quello che dico e ripeto sempre ai miei allievi, ossia che bisogna cantare tutto con la propria voce, questo è il segreto: se si canta in questo modo, non siamo noi o il nostro apparato ad adeguarsi a vocalità, compositori o scritture diverse, ma fai in modo che lo spartito si adegui alla tua vocalità. Non c’è bisogno di appesantire, alleggerire, solo cantando con la propria voce puoi fare quello che io farò con Giovanna e Armida. 

Poi diciamo che le due cose, i due ruoli, possono anche “aiutarsi” a vicenda…

Ma certo! Giovanna è una vocalità che io vedo a metà tra quella di Giselda dei Lombardi (un ruolo che ho recentemente debuttato) e Luisa Miller, con momento di lirismo e belcanto bellissimi e poi cabalette infuocate che io adoro. Sono donne dolci e grintose, come piacciono a me perché mi danno la possibilità di “sfogarmi” del tutto, mostrando tutte le possibilità della mia vocalità, dal canto lirico sfumato alla coloratura drammatica. Per lo stesso motivo amo cantare i ruoli del Rossini serio e in particolare i ruoli Colbran, che trovo particolarmente adatti alla mia vocalità e al mio temperamento. 

©Anna Barbera

Anche perché come abbiamo sempre detto, tu non sei mai stata un soprano leggero o un coloratura tout-court…

Mai stata, assolutamente. Anzi, devo raccontare una cosa a proposito. Quando sono arrivata in Italia per studiare all’Accademia della Scala, già nel secondo mese di studi mi avevano affidato e dato l’onore, di essere l’unica solista di un concerto interamente mozartiano con l’orchestra della Scala (una cosa rara e una grande fiducia del teatro nei miei confronti): in questo concerto dovevo cantare l’Alleluja, Exsultate Jubilate e altri pezzi, e quando ho studiato a fondo tutte quelle agilità. In Georgia, è vero, avevo già cantato ruoli come Rosina del Barbiere di Siviglia, quindi un ruolo con della coloratura, ma davanti a quei pezzi di Mozart mi sono dovuta mettere attentamente a studiare le agilità e a interiorizzarle. Quindi, è vero che probabilmente avevo una naturale predisposizione per il Belcanto, ma ho dovuto fare un grande lavoro sulle agilità per poterle padroneggiare, trovando un mio modo per fare le agilità veloci. Avevo sicuramente una voce estesa, con grande facilità in acuto e sovracuto, avevo la dolcezza e padroneggiavo già un certo tipo di fraseggio, ma ho dovuto lavorare per bene sulla coloratura. 

Coloratura che poi è diventata fondamentale per affrontare il repertorio rossiniano, di cui hai affrontato moltissimi personaggi.

Si, è un repertorio in cui mi sento a casa. 

Anche se sei riuscita a sfuggire ad una specializzazione che avrebbe potuto essere vincolante per te. 

Vero, non ho mai voluto diventare una specialista. Mi annoierebbe. Per questo amo studiare sempre e conoscere nuovi ruoli, fare sempre nuovi debutti. Al momento ho trentacinque ruoli di protagonista nel mio repertorio, e in due mesi ne aggiungerò altri due e ne sono felice. Amo molto le sfide, perché è esaltante: mi diverto a studiare, scoprire, sono sempre curiosa. Non sono una rossiniana o una verdiana, sono libera da qualunque definizione, grazie anche ad una voce che è estremamente flessibile. 

Violetta è stata però la costante di questi anni nella tua carriera, mentre Juliette, uno dei tuoi ruoli più simbolici, è assente da un po’: una scelta o casualità?

Violetta è vero, torna sempre, periodicamente. Juliette non la canto da un po’, anche se non l’ho tolta dal mio repertorio. E’ pur vero che è un’opera che si fa molto poco, ma io inserisco sempre il valzer nei miei concerti, è la mia aria preferita ed è uno dei bis più richiesti e amati. C’è stato un periodo in cui si faceva molto quest’opera, ora purtroppo meno. Però, se mi chiedessero domani di fare Juliette io sono disponibile subito! E’ un ruolo bellissimo e che si può affrontare sempre!

In questo ultimo periodo c’è stata Giselda dei Lombardi a Montecarlo e poi Nedda di Pagliacci a Salerno ad occupare il tuo calendario: un primo Verdi e il Verismo. 

Sento molto “mio” il repertorio del primo Verdi. Quando comincio a studiare questi ruoli verdiani rimango sempre piena di meraviglia e quando li canto penso: “credo che Verdi pensasse proprio a me!” (ride), perché è esattamente la scrittura e la tessitura che io preferisco. Non sono ruoli facili, soprattutto nelle versioni integrali, e specialmente nei momenti in cui il soprano deve emergere sopra orchestra e coro, con parti scomode in cui si sale e bisogna ergersi sopra tutto e tutti. Non è facile, ma non soffro in quei punti, mi entusiasmo. La cosa che io dico scherzando è che più i ruoli sono difficili e più mi piacciono! Sono pazza, lo so! (ride). Quando ho debuttato Micaela alla Scala, sono stata felice, ma non ho avuto più voglia di cantare quel ruolo e non so se la farò mai più. Intendiamoci, è un bellissimo ruolo, ma non fa per me, non è un carattere che si evolve o che ha una complessità da accendere la mia fantasia di interprete. Donne come Giselda e Giovanna invece sono così appassionanti, caratterialmente fortissime, due donne combattive, delle vere guerriere. Non dimentichiamo, esulando da Verdi, la meravigliosa Nedda: Pagliacci è un’opera che adoro, che sento profondamente e che mi arriva subito al cuore. Canterei Nedda tutti i giorni se possibile (ride)! Mi piace e mi emoziona tantissimo. 

Anche se può essere un personaggio non proprio simpaticissimo: vittima o colpevole?

E’ un personaggio molto interessante anche da recitare. Io la ritengo una vittima, perché nel mondo in cui vive, circondata da uomini non esattamente carini (ride) io capisco che si renda colpevole, non aveva altra strada che tentare di fuggire con Silvio o morire. Era una ragazza triste, senza molte speranze. 

©Anna Barbera

Quali altri debutti ci riserverai?

Ho tantissimi sogni che spero di realizzare. I debutti già programmati sono la Desdemona dell’Otello di Verdi, Fiordiligi di Così fan tutte e tanti altri che non posso svelare. Nel frattempo continuo a rifiutare tantissimi ruoli, che a mio parere sono un po’ troppo pesanti per me, come Tosca, il che mi dispiace molto perché comporta l’assenza in quei teatri per qualche anno. Dopo tantissimi anni di Belcanto e di ruoli più leggeri, non voglio saltare tutto quello che c’è nel mezzo: passare da Juliette a Tosca vuol dire eliminare una cinquantina di ruoli che potevi cantare in mezzo! Questo non lo voglio fare, perché mi piace studiare e scoprire cose nuove, e cantare ruoli giusti. Questo è un consiglio che io do anche ai giovani, è necessario rifiutare oggi per accettare le cose adatte e giuste domani, per cantare tanti anni ed essere felici sul palco. Il mio non è un rifiuto categorico a questi ruoli, magari arriveranno, anche perché non significa che io non possa cantare questi ruoli anche ora. Sarò Butterfly e forse anche Tosca, ma nel momento giusto. Meglio andare piano piano, che non fare il passo più lungo della gamba e poi sperare di poter tornare indietro!

Che maestra di canto è Nino Machaidze?

Secondo me sono carina! (ride) Sicuramente sono incredibilmente paziente, non perdo mai la calma e sono capace di ripetere una stessa cosa per un’ora intera se lo ritengo necessario, perché credo che ripetere sia l’unica soluzione. Ripeto sempre le stesse cose perché sono le mie convinzioni su quale sia la tecnica giusta. Insegno esattamente quello che uso per me quotidianamente, quello che ho provato sulla mia pelle e che funziona da ventuno anni (ventuno se pensiamo solo al debutto, sono trenta se pensiamo al primo concerto!). Sono felice perché i risultati di quello che insegno si vedono anche nel giro di una sola lezione, probabilmente perché spiego tutto molto chiaramente, senza perderci in chiacchiere inutili. I ragazzi capiscono tutto più facilmente e i frutti si vedono in poco tempo. Insegnare mi piace e mi entusiasma vedere la loro crescita, la loro evoluzione e i loro successi. Mi è capitato in più di un’occasione di “salvare” qualche ragazzo, che scoraggiato dagli insegnanti avuti in precedenza, non aveva più voglia di cantare. Vederli felici e finalmente motivati dopo la nostra lezione è un’emozione incredibile. Mi è capitato più volte di essere ringraziata per aver fatto capire che cantare rende felici. Sono belle parole, ma sono parole vere. Cantare non è solo difficile, ma è anche essere felici. Avere questa gioia, di poter condividere la felicità del canto con altre persone, mi dà la motivazione, nonostante i tanti impegni e una vita nomade tra lavoro e famiglia, di continuare a insegnare, non negando mai una lezione a qualcuno che ha bisogno in quell’istante. 

Si vede anche in te la felicità del canto. 

Si! Per me la cosa più importante è trasmettere qualcosa di positivo mentre canto, devi trasmettere felicità mentre canti, così che il pubblico esca felice dal teatro! Cantare è bellissimo e devi trovare a tutti i costi il modo di essere felice mentre canti. La voce è un dono che deve essere usato per essere felice e rendere felici gli altri. 

Francesco Lodola

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