A Modena si inaugura una nuova Stagione e la re-intitolazione del Teatro Comunale a Luciano Pavarotti e Mirella Freni con una soddisfacente edizione di Lucia di Lammermoor, capolavoro di Gaetano Donizetti.

Quando all’inizio del 2020 venne a mancare Mirella Freni, la “sua” Modena si strinse in un grande abbraccio da cui scaturì immediatamente l’idea di dedicarle un luogo della città che la rappresentasse fortemente. La scelta cadde inevitabilmente sul Teatro Comunale che l’aveva vista nascere e crescere artisticamente, riunendo così idealmente nell’intitolazione due cantanti “fratelli di latte” che tanto lustro avevano portato alla lirica e a Modena nelle loro lunghe carriere. Le note vicende che di lì a poco iniziarono a colpire il mondo intero e che solo ora concedono un po’ di respiro, cristallizzarono e rimandarono l’evento. Oggi finalmente siamo qui a raccontarvi non solo della riapertura di un teatro e del suo ritorno ad una parvenza di normalità, ma dell’inizio di una nuova era, quella del Teatro “Pavarotti-Freni”.

Inizio che si può senza dubbio definire promettente poiché avvenuto con la messa in scena di un titolo celebre e amato come Lucia di Lammermoor, di Gaetano Donizetti, andata in scena per la prima volta a Napoli nel 1835 e assente dalle scene modenesi dal 2016.

Come noto Lucia rappresenta uno dei primi e più importanti esperimenti di Romanticismo nell’Opera italiana, in particolar modo per quanto riguarda il libretto di Salvatore Cammarano, un autentico capolavoro. Lucia è una donna soffocata dal potere di uomini impietosi capaci unicamente di usarla per i propri scopi ed interessi, una donna che trova la propria libertà solo nell’allucinazione della pazzia che la porterà a morire. Su questo concetto si basa la regia di Stefano Vizioli, che senza osare in voli pindarici e pur con qualche staticità, delinea uno spettacolo assolutamente credibile nella sua trasposizione ad un tranquillo Ottocento, fatto di borghesia miope e spregiudicata. La scena è dominata da una presenza quasi costante di tombe sullo sfondo, e l’atmosfera cupa è evidenziata anche dalle efficaci luci di Nevio Cavina. Una Lucia, quella di Vizioli, che risulta in realtà particolarmente attenta all’attinenza con le indicazioni da libretto, tanto nell’ambientazione quanto nella volontà di trasmetterne i concetti chiave.

©Rolando Paolo Guerzoni

E’ però dal punto di vista musicale che questa produzione ha dato il meglio di sé. Alessandro D’Agostini, più volte applaudito a Modena negli ultimi tempi, ha saputo restituire la partitura quasi completamente priva di tagli in maniera assai personale e approfondita, sottolineando particolarmente le sfumature dinamiche, timbriche e ritmiche, anche quelle meno in superficie, attuando un vero e proprio “scavo” musicale nelle tinte melodiche e teatrali dell’opera. Positiva è in questo senso la prova dell’Orchestra Filarmonica dell’Opera Italiana “Bruno Bartoletti”. L’inizio, a onor del vero, non è dei migliori a causa di qualche squilibrio di tempo tra buca e palcoscenico e a qualche suono poco pulito ma tutto si sistema nel giro di poco e la prova cresce di qualità nota dopo nota.

A rendere lo spettacolo particolarmente meritevole sono però gli artisti in scena. Ernesto Petti è un Lord Enrico Ashton incisivo e rude come il personaggio richiede, capace però di mostrare subito dietro un lato più debole e umano di chi è attaccato al proprio destino e al potere e agisce in maniera nervosamente frenetica per difendere l’unica cosa che vede. Al tempo stesso l’Enrico di Petti trasmette con estrema efficacia il rimorso e la pietà che dominano nel finale e che prendono il posto dell’aggressività vendicativa iniziale. Tutte queste caratteristiche si ritrovano tanto nel canto quanto nella prova attoriale del baritono, assai versatile nel dispiegare i propri cospicui mezzi vocali alle sfumature del carattere richieste.

©Rolando Paolo Guerzoni

Gilda Fiume, autentica protagonista della serata, è una Lucia impeccabile. Chiarissima è in questo senso la scuola da cui proviene, quella di Mariella Devia, eccezionale nella preparazione tecnica che le consente di affrontare l’insidiosa e sempre attesa scena della pazzia con estrema precisione e facilità. La voce è bella e piena, voluminosa ma al tempo stesso estremamente agile e sicura, omogenea nell’emissione in ogni registro, fino a quegli acuti che risuonano come lame dalla platea al loggione. Il suo è un porgere sempre ispirato, nei momenti più lirici come in quelli più “atletici”, così come altrettanto credibile risulta essere l’espressività degli sguardi e dei movimenti della cantante sulla scena, a marcare la dimensione di oppressione a cui Lucia è costretta da un potere avido ed egoista.

Edgardo è interpretato da Giorgio Berrugi, altro protagonista della serata. Il tenore possiede caratteristiche di assoluto rilievo, partendo dal timbro caldo e sonoro, modulato attraverso un fraseggio sempre elegante e variegato. La ricchezza timbrica e la solidità vocale si accompagna ad una costruzione del personaggio che appare spontanea e naturale, di un Edgardo innamorato ed impulsivo, fino alla splendida scena finale con una interpretazione davvero coinvolgente di “Tu che a Dio spiegasti l’ali”.

A completare un cast particolarmente ben amalgamato vi sono Matteo Mezzaro, un Lord Arturo dal piacevolissimo e luminoso colore di voce unito ad un canto elegante e Viktor Shevhenko, un Raimondo austero ma non per questo inumano, vocalmente dotato di un timbro caldo e da una dizione scolpita e chiarissima che però ne tradisce un po’ l’accento slavo. Infine soddisfacente è stata anche Shay Bloch, come Alisa e buono Cristiano Olivieri come Normanno.

Non si può che concludere questo racconto menzionando l’autorevole prova del Coro Lirico di Modena, preparato come “da tradizione” dal Maestro Stefano Colò.

Al termine applausi calorosi e prolungati per l’intera compagnia che lascerà ora il posto, già da questa settimana ad un nuovo capolavoro in arrivo al Comunale, la Norma di Vincenzo Bellini.

Modena, 22 ottobre 2021

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