Non c’è un’opera che rifugga a definizioni come Così fan tutte: il terzo capolavoro uscito dalle menti e dal verbo letterario e musicale della formidabile accoppiata Mozart-Da Ponte, attinge le sue origini tra gli altri da Ovidio, Ariosto, Boccaccio e Goldoni, raccontandoci una storia senza tempo, che raccoglie le ispirazioni de Le nozze di Figaro (capolavoro “politico/sociale”, anticipatario in questo senso di opere come Traviata) e di Don Giovanni (dramma dalle connotazioni psicologiche/psicoanalitiche), per portarne le tematiche ad un livello universalmente umano: l’infedeltà, l’eterna lotta tra il bene e il male, il mistero dell’amore in quanto realizzazione completa di sé stessi. Non è un caso che ad essa segue Die Zauberflöte, dove questi temi trovano summa potentissima e sacrale.

Proprio per questa sua grandezza spirituale e filosofica, cogliere e trasmettere l’essenza del Così è qualcosa di praticamente impossibile sia teatralmente che musicalmente, è davvero inafferrabile e fuggevole come «l’araba fenice» del libretto. Si pensi che il “Dio” Hertbert von Karajan si limitò praticamente ad inciderla nel 1955 per Deutsche Grammophon e poi mai più la affrontò, conscio della sua cripticità drammaturgica. Lo spettacolo che riapriva a piena capienza il Teatro Filarmonico di Verona, firmato dal regista Yamal Das-Irmici, aveva come intento esplicito quello di metterne in luce l’aspetto più concreto e borghese, trasformando la vicenda delle due strampalate coppie mozartiane nell’intreccio di una commedia hollywoodiana Anni ’50, in un bianco e nero retrò che incontrava solo pochi colori all’apparire di Despina, una sorta di soubrette stile Joan Collins, ma con la mise e la capigliatura di Fran Drescher ne La Tata. Siamo stati però piacevolmente al gioco di uno spettacolo leggero e sempre elegantemente ironico, che gestiva con intelligenza gli ostacoli dell’intreccio narrativo/simbolico, risultando assolutamente scorrevole e convincente. Ulteriore asso nella manica del bravo regista erano le azzeccate scene di Angelo Finamore (si otteneva un bell’effetto allo svelamento dell’incantato prato fiorito del II atto), e gli efficaci costumi di Silvia Bonetti. Efficace anche il disegno luci di Paolo Mazzon.

Sul podio il M° Francesco Ommassini dirige con saldezza ed eleganza, riuscendo a gestire e a supportare il palcoscenico e mettendo in luce la preziosa trasparenza del tessuto orchestrale mozartiano. Quello che però sarebbe auspicabile è una maggior cura dei recitativi, sempre e ovunque fondamentali, ma quanto mai importanti come in quest’opera, non solo per far risaltare la genialità del Da Ponte, ma anche perché contengono essi stessi la cifra teatrale di questo capolavoro. Buona la prova dell’Orchestra (posizionata a livello della platea) e del Coro diretto da Vito Lombardi.

Sul palcoscenico troviamo una compagnia di buon livello, che ha nel Don Alfonso di Alfonso Antoniozzi e nella Despina di Enkeleda Kamani i suoi punti di forza: il primo, già interprete di questo ruolo nell’ultima ripresa veronese dell’opera del 2006, convince ancora una volta per la sua sapienza teatrale intrinsecamente legata all’arguto uso della parola; Il giovane soprano albanese trova invece in Despina e nella vocalità mozartiana terreno fertile per le sue qualità di soprano soubrette (categoria chissà perché così invisa oggidì), dimostrando di possedere musicalità adamantina e personalità teatrale brillante.

Ben si comporta anche il quartetto degli amorosi, con in testa la Dorabella di Chiara Tirotta, musicalissima, dotata di voce di bel colore e di lodevole pulizia tecnica, che la rendono interprete vincente sia nelle pagine di più squisito canto lirico che nel canto fiorito e il Ferrando di Marco Ciaponi, tenore autenticamente di grazia dal gusto impeccabile e dalla scuola di canto mirabilmente raffinata. Segue il convincente Guglielmo interpretato da Alessandro Luongo, alla quale si affianca Vittoria Yeo che parrebbe in possesso di vocalità adattissima alla parte di Fiordiligi, della quale però riesce a cogliere solo la dimensione più struggente del rondò “Per pietà, ben mio, perdona”, mentre sembra giocare in difesa nella coloratura drammatica di “Come scoglio”, spianando più di qualche agilità.

Un vivace successo (pur con un teatro ben lontano dal tutto esaurito) accoglieva tutti i protagonisti.

Verona, 31 ottobre 2021

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