Lavinia Bini è una delle più brillanti giovani voci di soprano, apprezzata sui palcoscenici internazionali per le sue brillanti interpretazioni di ruoli del Belcanto come come Adina e Norina, ma anche Lauretta in Gianni Schicchi e Musetta ne La Bohème. L’abbiamo incontrata in questi giorni a Verona, dove da domani (recite successive 30 novembre, 2 e 5 dicembre) sarà Elle ne La voix humaine di Poulenc (titolo a cui si affianca The Telephone di Menotti), un ruolo tutto novecentesco che il soprano toscano affronta per la prima volta in scena dopo il debutto in concerto e che la ritrova interprete di questo repertorio per il quale nutre un vivo interesse e mostra una spiccata predisposizione.

Partiamo dal “mito delle origini”: com’è nato il tuo amore per il canto e la vocazione per questa professione?

Io volevo fare tutt’altro nella vita e infatti mi sono laureata in giurisprudenza: il mio babbo era avvocato e io volevo fare quello nella vita. Cantavo sempre, e i miei genitori erano appassionati d’opera e da quando ero bambina mi hanno sempre portato a teatro, dall’Arena di Verona a Torre del Lago. Mi ricordo quando venni per la prima volta all’Arena, a vedere l’opera “innominabile” di Verdi e c’era il maestro Leo Nucci tra gli interpreti. Piovve, com’è ovvio che sia con cotanto titolo e lui andò a salutare tutto il pubblico sui lati del palcoscenico e anche io corsi lì per poterlo incontrare: l’anno scorso quando ho cantato per la prima volta con lui, all’Arena, nel Gianni Schicchi, gli ho raccontato delle emozioni di quella serata di un po’ di anni fa. Tornando ai miei studi, parallelamente all’università ho fatto il conservatorio, mi sono diplomata e successivamente un mio compagno mi suggerì e mi incoraggio a provare a fare l’audizione per la Scuola dell’Opera Italiana del Comunale di Bologna. Io non ero molto convinta, ma sotto la sua insistenza, provai e mi presero subito. Dopo un mese ero già sul palcoscenico, a sostituire una collega in una prova d’assieme come Berta nel Barbiere di Siviglia. Avrei dovuto cantare il ruolo solo due mesi dopo, in una serie di recite successive, dirette dal M° Giampaolo Bisanti. Alla fine arrivai direttamente in scena, nello spettacolo di Damiano Micheletto. Io avevo visto le prove della mia collega e ricordavo di questa Berta che stirava e che alla fine dell’aria si portava via il suo ferro da stiro. Entrata in scena mi accorsi che il ferro da stiro era leggermente diverso da quello che avevo visto, ma io andai avanti ligia a quello che dovevo fare: alla fine dell’aria presi l’attrezzo ed esco, se non che il ferro era attaccato ad un cubo pesantissimo, di oltre dieci chili che cadde e io pur di non lasciarlo lì, me lo sono trascinata per tutto il palcoscenico e non contenta ho beccato tutta la fila di sedie che facevano parte della scena, facendole cadere una ad una ad effetto domino. Quando entrai in quinta l’assistente di scena mi guardava basito, mentre il pubblico rideva. Questo è stato il mio debutto! (ride, ndr.)…una Berta che di certo rimase impressa. 

©F-Zero Studio

Tra l’avvocatura e la lirica c’è una bella differenza, ma probabilmente c’era una tua vocazione teatrale preminente…

Sicuramente sì, però ti dirò che facendo contemporaneamente università (praticamente da non frequentante) e conservatorio, ho fatto solo una scelta, tra le materie giuridiche che mi interessavano molto e il canto che mi assorbiva completamente. Forse tornando indietro non farei giurisprudenza ma lingue o lettere, ma solo col senno di poi, perché comunque ho toccato una materia che suscitava in me interesse e con la quale avevo familiarità come dicevo prima. 

Ora sicuramente ti districhi bene nelle clausole contrattuali (ridiamo, ndr.)…

Penso di sì, qualcosa mi è servito! 

Questo tuo eclettismo si è trasferito anche nel canto: non hai timore di passare dal Belcanto italiano di pieno Ottocento al Novecento più sofisticato di Poulenc…si direbbe che vocalmente c’è una duttilità piuttosto rara…

Il Novecento è un repertorio che io adoro, perché ti permette di dare realmente una “tua” interpretazione. Fare il grande repertorio, quello più popolare, ti mette inevitabilmente sempre a confronto con i grandi interpreti del passato, è un repertorio in cui tanto è stato già detto e in cui dire qualcosa di nuovo è sì stimolante ma anche molto difficile. Quando canto Adina o studio Mimì e Liù mi trovo a dover competere con una perfezione che è già stata toccata. Sul repertorio novecentesco invece c’è ancora molto da dire e da dare, e pur essendoci anche in quel caso il confronto, si tratta di un confrontarsi non sulla vocalità, ma sull’interpretazione. Io sono interessata  all’aspetto interpretativo del nostro lavoro e per questo amo questo tipo di ruoli. 

Recentemente hai fatto il tuo debutto alla Scala, ritornando a vestire i panni di quella Berta degli esordi…

Sì, ovviamente non è un ruolo che io consideri fondamentale per il mio repertorio, ma il contesto e l’occasione meritavano di tornare a vestire questi panni: la direzione del Maestro Chailly, la Scala! E’ un personaggio che ha un suo spazio ma che è evidentemente limitante. In questa produzione scaligera devo dire che la regia era diversa dal solito nella caratterizzazione di Berta: non era la solita vecchia brutta e grottesca, ma era nella metafora metateatrale la coreografa dello spettacolo, russa, severa, un misto tra Miranda Priestly de Il Diavolo veste Prada e Crudelia De Mon, cattivissima con Rosina (la prima ballerina della compagnia). Molto divertente da interpretare anche scenicamente! Sono stata contenta di fare parte di questa produzione, anche se come dicevo non è un ruolo che mi appartiene. 

Elle ne La voix humaine è ben altra cosa…

E’ un ruolo molto particolare, che spesso viene affidato ad artiste e cantanti un po’ agée. Questa scelta condivisibile non è dettata da una mancanza di fiducia nei giovani interpreti, ma dall’impegno che la partitura richiede, sia vocalmente (per quasi cinquanta minuti è un flusso di canto quasi ininterrotto) che fisicamente e psicologicamente. Interpretativamente è un pezzo di grandissima difficoltà e complessità, che difficilmente una giovane artista riesce a cogliere e a reggere. Devi saper creare una tensione in scena che risulti stimolante per lo spettatore, perché in caso contrario può diventare molto noioso. Io credo che sia una bella sfida affidare questo titolo ad una giovane interprete e per questo ne sono molto onorata e voglio ringraziare il Teatro Filarmonico di Verona per avermi dato questa responsabilità. Cercherò di dare del mio meglio. Lo spettacolo è molto interessante e la regista Federica Zagatti Wolf-Ferrari (bisnipote del compositore) è davvero molto brava e intelligente. 

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Wolf-Ferrari potrebbe essere un autore molto adatto alle tue caratteristiche vocali e d’interprete…

Sì, mi piacerebbe molto e penso che in un futuro abbastanza prossimo ci sarà l’occasione di cantare la musica di questo meraviglioso compositore. 

Parlando dell’idea di una Elle giovane, dobbiamo dire che non è poi così lontana dalla concezione di Poulenc…

Sì, lui stesso ci dice che la protagonista deve essere giovane e bella. Ragionandoci sopra, se Elle fosse davvero una donna adulta, secondo me, difficilmente vivrebbe così tragicamente la fine di una storia d’amore. Quando si raggiunge una certa maturità hai vissuto altre esperienze sicuramente più tragiche e credo sia difficile pensare a questa reazione associandola ad una donna di una cinquantina d’anni. E’ più facile che una giovane viva questo dolore con una forza così sconvolgente e ossessiva. Io la vedo così, da giovane donna e quindi forse non capisco cosa possa succedere nella mente di una donna più adulta nel confronto con questa situazione. 

Poulenc pensò a Denise Duval, una giovane artista, rifiutando di scrivere la piéce pensando alla vocalità della Callas come suggerito dal rappresentante francese di Casa Ricordi…

Io penso che la natura di questo brano abbia la possibilità di essere vissuta credibilmente da interpreti della massima diversità, svelandone diverse sfaccettature diverse. Credo che ognuno di noi si identifichi in una delle facce di questo pezzo e cerca di darne una sua lettura originale. E’ una storia libera. Questo è il bello di essere Elle. 

E’ la ricchezza del Novecento è anche la sua atemporalità…

Sono opere e personaggi che permettono mille e mille letture diverse anche da un punto di vista registico…è un repertorio assolutamente affascinante. 

Questi ruoli però richiedono un’adesione particolare anche dal punto di vista vocale: non è detto che un’interprete riesca ad aderire al tipo di canto che viene richiesto (anche da un punto di vista tecnico-espressivo)…

E’ una musica molto esigente. Chiaramente non ti trovi davanti alla cantabilità del Belcanto, ma la tecnica da utilizzare è la stessa. La difficoltà di questi brani è che non potendo cantare liberamente come si fa nel repertorio “tradizionale” e quindi appoggiando tutti i suoni, possono essere anche rischiosi se vengono cantati troppo frequentemente. E’ un repertorio che può essere estremamente dannoso, se non si continua nel frattempo con costanza nello studio del repertorio ottocentesco, per mantenere la salute della voce. E’ una scrittura vocale quella di Poulenc frammentaria, con solo pochi momenti di reale apertura alla frase cantata. Ovviamente c’è probabilmente anche una mia predisposizione per questo repertorio e credo ci debba assolutamente essere. E’ la prima volta che affronto scenicamente Elle…

E a Verona questa Elle arriva dopo gli illustri precedenti di Magda Olivero (che diede ufficiosamente l’addio alle scene qui con questo titolo nel 1981), Dame Gwyneth Jones e più recentemente Tiziana Fabbricini…

Quando l’altro giorno pensavo a questi nomi tremavo! Tre voci e tre personalità artistiche completamente diverse, appartenenti anche ad epoche della storia del teatro diverse…

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Ma tu hai avuto un modello nella costruzione di questo carattere?

Devo dire che in qualche modo il mio modello è stata Anna Caterina Antonacci. Abbiamo cantato insieme La Ciociara di Marco Tutino a Cagliari e abbiamo legato moltissimo. E’ stata una produzione indimenticabile e coinvolgente…un’opera bellissima che spero venga ripresa in futuro. Io per Anna Caterina avevo già una venerazione, adoravo il suo essere profondamente interprete. Quando mi proposero La Ciociara e seppi che dovevo interpretare la figlia di Anna Caterina, accettai immediatamente senza nemmeno avere ancora in mano lo spartito! Poteva essere rischioso (anche se Tutino scrive meravigliosamente per le voci) ma non potevo perdere l’occasione di lavorare con lei. Quando la vidi arrivare alle prove io ero piena di timore nell’avvicinarla, e poi quando l’ho conosciuta ho scoperto una persona meravigliosa. Avendo poi da costruire questo rapporto tra madre e figlia abbiamo avuto modo di lavorare moltissimo insieme sulla costruzione dei nostri personaggi. La vedevo durante le pause lavorare su come doveva cadere a terra, come una vera attrice. E’ assolutamente un’artista grandissima, dotata di una preparazione teatrale e attoriale impressionante. Io, non raggiungo le sue vette, ma ho anche io una predisposizione attoriale e ho lavorato molto con lei, anche perché dovendone essere la figlia sulla scena era necessario che io fossi all’altezza di starle accanto. Abbiamo costruito una bellissima complicità in scena e fuori. Qualche giorno fa sono andata a sentirla in Iphigénie en Tauride a Como e sono rimasta ancora una volta conquistata dalla sua straordinaria interpretazione. 

Tornando a La Ciociara, possiamo dire che quella è la dimostrazione della vitalità del teatro musicale contemporaneo, spesso troppo trascurato…

La Ciociara è stata un’esperienza straordinaria, ed era commovente vedere anche il coinvolgimento del pubblico. Io non sapevo che Cagliari durante la Seconda guerra mondiale fu praticamente rasa al suolo dai bombardamenti e il pubblico che ricordava quegli avvenimenti viveva le vicende dell’opera con una profonda identificazione. Ricordo che quando uscivano il baritono Sebastian Catana e il basso Roberto Scandiuzzi, che interpretavano i due gerarchi nazi-fascisti, il pubblico gli accoglieva in modo contrastante perché rappresentavano il male, ed erano talmente bravi, meravigliosi nel fare i “cattivi” che il pubblico si immedesimava nella vicenda. Questa è la dimostrazione di come il teatro possa raccontare ancora qualcosa di vivo e vero. Ho ancora i brividi a ripensare alla scena della ninna nanna cantata da Cesira, una melodia tratta da canti popolari romani, e io piangevo sempre, ogni volta. Anna Caterina era straordinaria in quel punto, talmente magnetica da far scomparire tutti gli altri. Il più bel complimento che mi è stato fatto è stato che sono riuscita a starle alla pari e a formare un insieme tra il mio e il suo personaggio. 

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Verona è una città abbastanza ricorrente nella tua agenda e questa Elle arriva dopo il debutto all’Arena nel 2020 con Lauretta in Gianni Schicchi e alcune produzioni al Filarmonico precedentemente: Valencienne ne La vedova allegra nel 2014 e Il flauto magico nel 2015…

Gianni Schicchi è stata un’emozione grandissima, prima di tutto per la straordinarietà di portare quel titolo in uno spazio enorme come l’Arena, con il palco al centro. E’ stato un debutto magico, in un’estate quella del 2020 di timida ripresa (io ho avuto la fortuna di fare nello stesso periodo anche Don Giovanni a Macerata e di ricevere la chiamata della Scala per la Berta che ho appena cantato). Avevo perso da poco mio padre e devo essere sincera che quel 2020 è stato un anno molto duro per me, anche per l’elaborazione di questo pesante dolore durante il lockdown, quindi chiusa in casa come tutti. Ricevere la chiamata da due teatri come l’Arena e la Scala a distanza di poco è stato emozionante, perché il mio babbo è sempre stato il mio più grande fan, orgoglioso di me al massimo e il fatto di non averli potuto dare questa notizia è stata una sofferenza per me. Quindi potrai capire che cantare Lauretta su quel palco, intonare “O mio babbino caro” non poteva che farmi pensare sempre a lui. L’emozione che molti hanno colto era inevitabilmente dovuta a questo. La voce poi mi ha stupito per la positiva reazione a cantare in questo spazio, non credevo che l’acustica fosse così semplice. Al termine feci anche il bis dell’aria…assolutamente incredibile. Il Maestro Nucci desiderava che facessimo come bis la “vendetta” di Rigoletto, ma io onestamente non me la sono sentita (ride)! Con lui poi il bis è possibile che diventi un tris! E’ un artista straordinario, una persona squisita, che possiede energia inesauribile! Nessuno di noi aveva la sua energia, una vera forza della natura. Alla fine della recita mi chiese se canto Mimì, io gli risposi che per ora canto solo Musetta e lui mi disse “Male! Devi fare Mimì”: così ho iniziato già a studiare questo ruolo. 

Proprio a proposito di questo, vogliamo sapere quali saranno i prossimi ruoli che vorrai affrontare…

Mi piacerebbe molto rivolgermi a personaggi come Mimì e Liù, perché sento che la mia voce (pur non essendo mai stata leggera) ha bisogno di una maggiore espansione. Ho affrontato i ruoli da lirico-leggero che erano adatti alla mia vocalità, ma mi piacerebbe aggiungere qualche personaggio più spiccatamente lirico. Adoro Mozart e mi spiace molto che non mi venga chiesto più di affrontare certi ruoli mozartiani che io trovo molto adatti a me: penso alle donne di Idomeneo, alla Contessa e a Susanna delle Nozze di Figaro, a Fiordiligi di Così fan tutte, Donna Anna di Don Giovanni, Pamina del Flauto magico o anche alla Finta giardiniera. Mi piacerebbe moltissimo…

©F-Zero Studio

Mozart poi ha una straordinaria vicinanza con il repertorio Novecentesco da alcuni punti di vista…

Rispetto al discorso che facevamo prima del senso di libertà del teatro novecentesco, Mozart è anche lui un autore in cui c’è una libertà interpretativa molto più grande rispetto al repertorio dell’Ottocento italiano, dov’è la tradizione a creare una certa costrizione per l’interprete. Mozart ha anch’esso una sua tradizione, ma non è così fissata in degli archetipi indistruttibili. Amo anche il Barocco per la stessa sensazione di libertà e creatività. Sono repertori dove anche registicamente sei indubbiamente più libero. Quello che io oggi non riesco più a vedere sono le regie “vecchie”, non intese come tradizionali o meno, ma quelle che rimangono legate a degli stereotipi ormai passati. Amo gli spettacoli moderni, pensati, congruenti (anche in costume), ma con una richiesta di interpretazione da parte degli artisti moderna, soprattutto viva. L’interprete deve saper accendere uno spettacolo, viverlo. 

Grazie a Lavinia Bini e In bocca al lupo!

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