Quest’anno il Covid ha dimezzato le Bohème natalizie, probabilmente per l’affollamento che si potrebbe creare nel quartiere latino, tra bambini urlanti, fanfare e gruppi troppo numerosi ai tavoli. Riposto il carretto di Parpignol, le cuffiette rosa e le bandierine tricolori, i teatri italiani si sono rivolti ad altri titoli: così ha fatto Verona (dove Bohème tranquilli, tornerà per la gioia sincera di tutti noi a dicembre 2022), dove il Natale è risuonato nella splendida sala del Teatro Filarmonico con le note del Messiah di Handel, partitura monumentale, note iscritte nella pietra della storia musicale di tutti i tempi, che nella definizione di oratorio sacro non riesce a rientrare, proprio grazie alla sua intensità d’espressione, alla sua perfezione architettonica. Non è nemmeno possibile definirla opera, in quanto più che di un’azione scenica parliamo di un’azione spirituale, immateriale nella sua inafferrabile compiutezza.

©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona

Giulio Prandi sul podio dell’Orchestra dell’Arena di Verona ne esalta proprio l’aspetto più “pastorale” (ci si passi il termine), facendo sfavillare la sezione degli archi con una pulizia di suono e una trasparenza espressiva da lodare, e al tempo stesso riesce a marcare i passi più solenni con matura sensibilità verso la costruzione dell’arco “narrativo”, senza risultare mai ampolloso. Gli risponde un’orchestra in grande spolvero, compatta e brillante. Esordio felice anche per il nuovo maestro del coro, Ulisse Trabacchin, grazie al quale la compagine corale dell’Arena di Verona, suscitava entusiasmo per l’ottima omogeneità vocale.

Eccellente anche il quartetto vocale riunito per l’occasione, con in testa le voci della giovane Marie Lys (soprano) al suo debutto veronese e la vecchia conoscenza Christian Senn (basso): la prima mette in luce timbro argentino, linea immacolata sia nella coloratura (precisa e ben sgranata nella celebre “Rejoice greatly”) che nel canto disteso e più spiccatamente patetico di “I know that my Redeemer liveth”; Senn da parte sua emerge per la forza espressiva del suo canto e la protervia degli accenti. Bene anche Steve Davislim (tenore) in una prova in crescendo, in cui mette in luce vocalità di timbro lucente e Sara Mingardo (contralto), che si mette in rilievo soprattutto nella III parte.

Calorosi applausi premiavano al termine tutti i protagonisti.

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