Il 7 dicembre alla Scala, i concerti di Capodanno di Venezia e Vienna sono tra i pochi eventi ad accendere i riflettori della televisione generalista sul mondo della lirica e della musica (orrendamente definita) classica. Sono anche queste le occasioni che accendono l’animo dell’appassionato e del melomane, che si trasforma in tecnico di canto, musicologo, vociologo esperto, minuzioso conoscitore di tutti gli apparati fonogenici e anatomici della voce umana. Capita così di leggere pareri allo sbaraglio da chi non ha mai messo piede sul palcoscenico o nemmeno sa leggere una nota e per giunta ha seguito il tale concerto o la tale opera solo dal piccolo schermo.

Noi, come da tradizione o quasi, alla Fenice per il concerto di Capodanno c’eravamo, nello specifico per il primo della serie di tre, il 30 dicembre 2021. Sul podio del magico teatro lagunare ritrovavamo il Maestro Fabio Luisi, una delle bacchette italiane più importanti, che confermava il suo prestigio, ma soprattutto il suo essere musicista moderno, asciutto, dall’eleganza sobria, pur affermandosi anche come erede della grande tradizione direttoriale italiana di ascendenza toscaniniana. La sua guida illuminava sicuramente la magnificenza della Sinfonia n.9 in mi minore “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák, pagina straordinaria, di cui Luisi insieme all’Orchestra del Teatro La Fenice in forma smagliante, riusciva a miniare gli aspetti più monumentali e quelli più lirici e languidi.

Nella seconda parte, quella nazionalpopolare che viene trasmessa in tv il 1 gennaio, torna il melodramma nelle sue sfumature più accese e coinvolgenti, cominciando con un inevitabile doppio omaggio a Venezia, con “Feste! Pane! Feste!” da La Gioconda e la Barcarolle da Les contes d’Hoffmann di Offenbach. L’orchestra veneziana era protagonista poi di altri due brani strumentali, il preludio dall’atto I de La Traviata e quello dell’atto III del Lohengrin.

Entrambi debuttanti sul palcoscenico della Fenice, i due solisti vocali hanno affrontato pagine di sicura presa sul pubblico, ma anche facili nell’attirarsi le solite critiche melodrammatiche. Il soprano Pretty Yende affrontava il celebre valzer della Juliette di Gounod “Je veux vivre dans le rêve” e la cavatina di Rosina del Barbiere rossiniano, “Una voce poco fa”, mettendo in luce una vocalità sempre di bel colore, pur con qualche meccanicità di troppo nel canto di coloratura e qualche variazione eccessiva. Risulta comunque interprete spiritosa e vivace, che però ci piacerebbe ascoltare in ruoli più puramente lirici, che riteniamo più attinenti alla sua reale vocalità.

Brian Jagde è uno dei pochi tenori lirico-spinti/drammatici di oggi, in possesso di voce timbricamente di qualità, tecnica ben forbita e forza interpretativa di grande spessore. Sicuramente la pagina che gli si attaglia meglio è “Vesti la giubba” da Pagliacci, intonata con trasporto e con la giusta vibrazione emotiva. La dizione è sicuramente perfettibile, ma già così ne usciva un Canio che si imponeva. Il successo si trasformava poi in inevitabile entusiasmo con “Nessun dorma” da Turandot.

Terzo, ma non meno importante, protagonista il coro della Fenice diretto da Alfonso Caiani, brillante (nonostante le mascherine) oltre che nella pagina della Gioconda di Ponchielli, nel coro dei Matador de La Traviata, nell’immarcescibile “Va pensiero” da Nabucco e nel finale di Turandot.

Grande chiusura con il Libiamo della Traviata: si brinda al nuovo anno “in” e “con” la musica, alla speranza di un tempo di rinascita, che non può più tardare.

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